Gli ultimi saranno gli ultimiLa doppia esclusione sociale dei senza dimora Lgbtqi+ in Italia

La precarietà abitativa è stata sottostimata per anni, ma i dati più recenti mostrano un raddoppio di chi vive in strada rispetto al 2014. La condizione dei senzatetto non eterosessuali o non cisgender è completamente ignorata, eppure le statistiche all'estero dimostrano che necessita di maggiore attenzione

Foto Cecilia Fabiano/LaPresse 31-03-2023 Roma, Italia - Censimento del comune di Roma dei senza fissa dimora che dormono a stazione Termini

«Cominciamo. Sono Larbi Gilali. Anzi, ero Larbi Gilali. Poi Jessica è stato il mio nome d’arte. “Jessy”, da quando ho smesso di battere», dice Jessy. Qualcuno una volta ha scritto che la parola “rosa” non riuscirebbe a imprigionare l’essenza di quei petali, perché, anche se lo chiamassimo diversamente, quel fiore profumerebbe sempre con la stessa dolcezza. Eppure, Jessy, donna transgender che da quando ha quattordici anni fugge da una casa a un’altra in cerca della libertà che le spetta, inizia la sua storia proprio da un nome. Anzi ben tre, che marcano come pietre miliari le fasi più importanti del racconto della sua vita.

E in quelle tre identità sono nascosti proprio gli odori delle fasi della sua esistenza e dei luoghi in cui ha vissuto. Larbi Gilali è la fragranza delle spezie d’Algeria, dove Jessy è nata. Ma è anche l’odore di carne bruciata, quella della sua pelle che suo padre ustionava con dei fili elettrici quando lei era ancora solo un ragazzino di tredici anni. Jessica sono i profumi dell’Europa, il burro di Parigi o l’acqua del mare di Napoli, che l’hanno accolta e in cui ha potuto portare avanti la transizione di genere. Ma è anche quello dei luoghi in cui ha dormito, stanze d’albergo o appartamenti, o quello del suo sangue rappreso dopo i colpi di manganello della polizia.

Jessy è oggi e non è facilmente definibile, forse perché l’olfatto funziona meglio con gli odori della memoria piuttosto che con quelli che emaniamo sul momento. Nel tempo Jessy ha avuto problemi a trovare un posto dove vivere, ma adesso è a Milano e vuole ricominciare. Dice che ormai è «pulita» da tanti anni e al momento sta aspettando la risposta di qualche datore di lavoro.

In Italia la precarietà abitativa è stata largamente sottostimata. A dicembre 2022 l’Istat ha pubblicato una nuova rilevazione che aggiorna i dati sull’argomento altrimenti basati su studi del 2014, quindi di ben otto anni fa. Quelle vecchie statistiche riportavano cinquantamila persone senza dimora sul territorio italiano. Il censimento di quest’anno ne conta invece il doppio, più precisamente 96.197 persone.

Se quello dei senza tetto è considerabile un fenomeno scarsamente considerato da un punto di vista di risposta istituzionale e da parte del dibattito pubblico, se non legato al massimo al tema dell’immigrazione, quello della homelessness Lgbtqi+ è completamente invisibile.

«È un aspetto che non è semplicemente sottostimato. Non viene stimato affatto», dice Roberta Dameno, docente di sociologia del diritto presso il dipartimento di giurisprudenza di Milano Bicocca ed esperta in tutela dei diritti fondamentali delle persone gender variant e dei senza fissa dimora.  «Questo va naturalmente ad aumentare il disagio di queste persone. Possiamo dire che c’è un doppio rifiuto. Il primo da parte delle relazioni familiari, a cui va poi ad aggiungersi un totale non riconoscimento, quindi un secondo rifiuto, da parte delle istituzioni», aggiunge la professoressa.

La condizione delle persone senza dimora e dalla identità sessuale o di genere non conforme è una discriminazione intersezionale, concetto elaborato per la prima volta nel 1989 dalla giurista e attivista afroamericana Kimberlè Crenshaw, per definire le oppressioni subite dalle donne nere negli Stati Uniti. Ma, come confermato da numerosi studi, la coincidenza di più vulnerabilità genera una serie di ostacoli che rende ancora più difficile per chi è fragile uscire dalla bolla di esclusione sociale di cui è vittima. Così più si è in difficoltà più si rimane indietro, sempre più lenti, sempre più soli, sempre più invisibili.

Una relazione problematica tra un giovane e il proprio nucleo familiare porta, infatti, a una maggiore tendenza alla dispersione scolastica e, di conseguenza, a minori possibilità di trovare una fonte di reddito. La mancanza di una base economica a sua volta porta a problemi di isolamento sociale, che aumentano l’esposizione a situazioni di violenza. Bisogna considerare poi anche la dimensione psicologica, dal disagio psichico e lo sviluppo malattie mentali alla nascita di pensieri e atteggiamenti suicidi. Le persone trans devono anche fare i conti con i processi di transizione che decidono di intraprendere, con tutte le potenziali complicanze del caso.

A tutto questo si aggiunge la mancanza di una casa: per quanto sia la condizione ultima rispetto a problemi economici o socioculturali, questa determina l’ufficiale esclusione dal linguaggio non solo politico, ma anche legale, secondo Dameno. «Si tratta della perdita di tutta una serie di diritti, dal diritto al voto al diritto alla sanità, messi appunto in discussione dal fatto di vivere per strada», specifica la professoressa.

In Europa alcuni Paesi hanno cominciato a muoversi in termini di rilevazione statistica del fenomeno e i dati raccolti dimostrano un’evidenza non ignorabile. Una ricerca del 2015 in Gran Bretagna riporta che le persone Lgbtq+ tra i quindici e i venticinque anni rappresentano il venticinque per cento (quindi un quarto) della popolazione senzatetto del paese. In Spagna, invece, uno studio condotto nel 2017 riporta che lo stesso dato ammonta addirittura al trentacinque per cento.

Le persone Lgbtq+ hanno molte più probabilità di dover lasciare la propria casa, sia nel caso in cui siano allontanati da parte della propria famiglia (throwaway) o in cui fuggano di propria sponte da situazioni di violenza domestica (runaway). Indagini condotte negli Stati Uniti concordano nel ritenere che queste possibilità arrivi quasi al doppio per chi ha un orientamento sessuale non conforme rispetto alle persone eterosessuali e cisgenere. Il dato è molto maggiore nel caso di adolescenti trans, tra cui uno su cinque è o rischia di diventare senza dimora. E questa sovrabbondanza è spiegabile per ovvi motivi: una transizione non può essere nascosta.

Tra i senzatetto tanti sono migranti in fuga da comunità in cui l’omosessualità o la transessualità è punita con persecuzione fisica e legale. L’omosessualità ad oggi è, infatti, criminalizzata in circa settanta paesi, di cui quasi la metà in Africa. A maggio di quest’anno l’Uganda, in un Paese in cui l’omosessualità è già illegale da tempo e per cui in casi “aggravati” (vale a dire se con minori e disabili o quando uno dei due partner è positivo all’Hiv o sotto minaccia) è prevista la pena capitale, ha approvato un disegno di legge che prevede ulteriori dure sanzioni per le relazioni omosessuali. Amnesty International l’ha denunciata come «legge profondamente repressiva» e come «un grave attacco ai diritti umani e alla Costituzione dell’Uganda, nonché agli accordi regionali e internazionali per i diritti umani ai quali l’Uganda aderisce».

«Io ho assistito un ragazzo della Sierra leone giovanissimo, del ’99, che era scappato da un matrimonio combinato con una ragazza. Nel momento in cui lui ha fatto coming out con i genitori, il padre lo ha cacciato di casa e ha cominciato ad essere perseguitato da tutta la sua comunità religiosa. Allora è venuto in Italia», racconta l’avvocato Agostina Stano, dell’organizzazione di volontariato Avvocati di strada.

Nata come onlus nei primi anni del 2000, costola di un’altra associazione, Amici di Piazza Grande, Avvocati di strada è poi diventata un organismo indipendente. Attiva al momento in cinquantanove città d’Italia, dal 2001 l’associazione ha fornito aiuto legale gratuito a più di quarantaquattromila persone senza dimora.

Nonostante la scarsa documentazione sul tema in Italia, secondo Avvocati di strada c’è una diffusa consapevolezza tra gli operatori che si occupano di homelessness che l’orientamento sessuale e l’identità di genere possano costituire almeno una concausa della vita in strada.

Per rispondere al fenomeno, negli ultimi sette anni si sono, infatti, moltiplicate le case arcobaleno, ovvero rifugi gestiti da associazioni che accolgono persone in cerca di un tetto in quanto discriminate per il loro orientamento sessuale o per il percorso di transizione avviato. Ad oggi in Italia questi progetti di accoglienza abitativa sono attivi a Milano, Torino, Roma, Napoli, Bergamo, Padova e Reggio Emilia.

Alcune tra queste associazioni non fanno necessariamente distinzione di età e in generale si cerca di offrire una convivenza il più possibile confortevole e familiare, non istituzionalizzante. Considerando poi che si assistono persone con una stratificazione di problemi, da quelli più prettamente materiali e finanziari a quelli familiari ed emotivi, molti centri sono provvisti di servizi di counseling psicologico e psichiatrico, di educatori e assistenti sociali.

Numerosi territori, soprattutto al Sud e nelle isole, rimangono però totalmente sprovvisti di un servizio del genere. Quelli che esistono già, invece, spesso denunciano la difficoltà di tenere in vita i progetti in corso, che mancano di finanziamenti a getto continuo, ritrovandosi costretti quindi a dipendere da bandi pubblici o aiuti economici estemporanei, come i crowdfunding.

Anche l’ufficio di Milano di Avvocati di strada, il cui sportello ha sede in via Hoepli, proprio dietro al Duomo, sente il bisogno di un maggiore supporto istituzionale. «Il nostro obiettivo sarebbe quello di aprire almeno un altro sportello, o due, perché prima ne avevamo tre. Poi ci è scaduta la convenzione con il Comune. Non ce l’hanno più rinnovata», dice Stano.

Fino a due anni fa, infatti, Avvocati di strada aveva a Milano anche un altro spazio, con Progetto Arca. Nel 2021, però, l’associazione ha dovuto cedere il locale, poiché mancavano spazi per smistare le persone che il progetto ospitava nei suoi dormitori. Per cinque anni un terzo sportello è stato attivo anche presso il dormitorio di viale Ortis.

«Vedere tutti i nostri assistiti una sola volta alla settimana è impegnativo, perché in media siamo tre, quattro avvocati in turno qua. Domani per esempio abbiamo sul calendario dodici appuntamenti da fare in due ore. Così non riesci nemmeno a dedicarci tutto il tempo che vorresti, naturalmente», spiega l’avvocato.

Come Federico Zappino, filosofo e attivista queer, ha scritto in un articolo della rivista Il Tascabile, quando si parla della diseguaglianza di genere e sessuale non si pensa mai alla diseguaglianza materiale. Le si tratta, bensì, come fossero due cose distinte, come se l’oppressione e la violenza coincidessero interamente con problemi culturali, indipendenti dal modo in cui è strutturata economicamente la società. Ma, così come nell’accessibilità al mercato abitativo, la subalternità di risorse, materiali e immateriali, esperita dalle minoranze di genere e sessuali va non solo denaturalizzata, ma innanzitutto riconosciuta statisticamente e mediaticamente.

Per Jessy, che ormai è in Italia da tanti anni, non esiste qui un sistema di welfare sufficiente che tuteli i diritti e il benessere psicofisico di chi, come lei, cerca un posto dove vivere. «E per questo», dice, «io la mia storia la voglio raccontare».

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