SlowbalisationLa frammentazione dell’economia globale e la fragilità dello Stato nazione di fronte alle crisi

La globalizzazione rallenta, i Paesi alzano nuove barriere commerciali, le catene di approvvigionamento si interrompono sempre più spesso. Le previsioni di sviluppo dei prossimi anni non sono ottimistiche, ma la politica non sembra avere l’urgenza di creare una comunità internazionale più integrata e cooperativa

AP/Lapresse

Al prossimo G20, a Nuova Delhi, Joe Biden presenterà una proposta di riforma del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale. L’annuncio del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, sulle intenzioni del presidente fa trasparire soprattutto due necessità per gli Stati Uniti e tutto l’Occidente: da un lato l’esigenza di offrire ai Paesi che ne hanno bisogno, per il loro sviluppo economico e industriale, alternative migliori rispetto alla Belt and Road Initiative cinese, dall’altro la necessità di ridisegnare delle istituzioni internazionali più aggiornate e contemporanee, per affrontare al meglio eventuali shock economici globali.

Le proposte di Biden arrivano in un momento in cui la Cina fa capire di voler guidare i Paesi del Brics verso un futuro in cui il blocco si pone come un’alternativa economica e politica rispetto all’Occidente e alle istituzioni internazionali (per quanto sia un piano di difficile attuazione), e vanno quindi lette nel quadro di uno scenario internazionale di profonda frammentazione, che rende i singoli Stati più fragili di fronte a eventuali crisi, come quella climatica, guerre, o scenari difficilmente intelligibili come quelli aperti dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa. È un mondo in cui la globalizzazione non è più un processo scontato e inarrestabile, come è stato tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila, ma sembra rallentare o fermarsi. Non a caso già quattro anni fa l’Economist parlava di Slowbalisation, o globalizzazione lenta.

La riforma delle istituzioni economiche mondiali è solo una delle opzioni sul tavolo, non è detto che sia la soluzione. Ma quale che sia la ricetta, per tutti gli osservatori è sempre più evidente che il restringimento della globalizzazione e l’aumento delle barriere protezionistiche non può portare benefici di alcun tipo, specialmente nel lungo periodo. «I costi della frammentazione sono chiarissimi: con il crollo del commercio e l’aumento delle barriere, la crescita globale subirà un duro colpo», ha scritto la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva sull’ultimo numero di Foreign Affairs.

Secondo le proiezioni del Fondo la crescita annua del Pil globale nel 2028 sarà del tre per cento, cioè la previsione quinquennale più bassa degli ultimi tre decenni, con conseguenti problemi per la riduzione della povertà e per la creazione di posti di lavoro tra le popolazioni in crescita di giovani nei paesi in via di sviluppo. Una crescita peraltro geograficamente sbilanciata: oltre il settanta per cento della crescita sarà dei Paesi dall’Asia-Pacifico.

In un’analisi pubblicata sul sito dell’Ispi, il ricercatore Andrea Brugora aggiunge alla riduzione del Pil globale altre criticità: «La maggior frammentazione del mondo rischia di causare un aumento dell’instabilità e dell’incertezza in ogni forma di investimento, quindi maggiori rischi finanziari sul debito pubblico e privato, e più frequenti picchi di inflazione».

Gli effetti negativi sull’economia globale – dalla riduzione della crescita citata dal Fmi, al rischio finanziario, fino all’inflazione – rischiano di avere conseguenze diseguali, colpendo più fortemente gli Stati e le fasce di popolazione più fragili economicamente. Inoltre un aumento della diffidenza reciproca tra Paesi riduce la cooperazione internazionale, rendendo più difficile affrontare problemi globali e raggiungere obiettivi comuni, dalla condivisione culturale e scientifica allo sviluppo tecnologico, fino al contrasto dell’emergenza ambientale.

Nonostante le previsioni economiche, però, la politica sembra priva di qualunque senso d’urgenza. «Se per alcuni decenni abbiamo creduto all’illusione che l’economia potesse essere immune o solo parzialmente colpita dalle tensioni geopolitiche, adesso stiamo capendo che c’è un rischio concreto di una spirale discendente, che dovrebbe essere evitato con una maggiore cooperazione, rimettendo l’economia globale in cima all’agenda dei leader mondiali», scrive Brugora.

L’iperglobalizzazione vissuta tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila ha rallentato anche perché le condizioni che l’avevano favorita – caduta dell’Unione Sovietica, apertura della Cina, accesso a manodopera specializzata a basso costo, delocalizzazione – erano venute meno o si erano assestate. Ma negli ultimi anni è sorto un nuovo scetticismo nei confronti della globalizzazione. «Nelle economie avanzate i benefici della globalizzazione (la disponibilità di beni e servizi a basso costo, la spinta alla crescita proveniente dalla domanda dei paesi emergenti), sono diffusi e per questo poco salienti, appena notati nonostante la loro vastità e pervasività, dati quasi per scontati; invece alcuni costi connessi all’integrazione internazionale sono più manifesti», dice Luigi Federico Signorini, Direttore generale della Banca d’Italia.

Insomma, a livello mondiale la riduzione della disuguaglianza realizzata negli ultimi decenni è stata in realtà straordinaria ed è innegabile il contributo della globalizzazione a questo fenomeno. Eppure l’andamento della disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi, specialmente in quelli più avanzati, ha lasciato ferite profonde ed è diventata terreno fertile per il populismo nazionalista di molti governi statali.

È vero che spesso le strategie di re-shoring, near-shoring o friend-shoring servono per isolare autocrati e regimi illiberali sul piano commerciale, e in questo caso si comprende la necessità di cambiare certe triangolazioni economiche. Ma sul lungo periodo un uso generalizzato di queste pratiche crea un mondo più fragile, in cui nuovi shock globali rischiano di produrre effetti devastanti. Un’altra pandemia, spiega ancora Georgieva su Foreign Affairs, potrebbe portare a una crisi economica ancora peggiore di quella del Covid. Allo stesso modo, i conflitti militari possono avere conseguenze profonde sul piano energetico, o generare una crisi alimentare, o spezzare catene di approvvigionamento dei beni fondamentali nel commercio mondiale – da questo punto di vista la disastrosa guerra che la Russia sta conducendo in Ucraina riassume tutti questi problemi. E nuovi eventi climatici estremi, come una grave siccità o un’inondazione, possono trasformare da un giorno all’altro milioni di persone in rifugiati climatici.

Una comunità internazionale composta da Stati-nazione isolati, che se ne stanno come monadi separate l’una dall’altra, sarà meno attrezzata per rispondere alle criticità del presente e del futuro. Non ci sono, né ci saranno, soluzioni semplici, immediate, per mettere al sicuro l’economia globale e il mondo di domani. L’unica cosa che sappiamo è che in passato, dopo i momenti più bui della storia recente, come dopo la Seconda guerra mondiale, il mondo è tornato a crescere attorno allo stimolo della cooperazione internazionale. Con una progressiva apertura, una crescente libertà alla circolazione di merci, capitali, persone. Anche con le istituzioni e la collaborazione nate in quell’epoca e che oggi hanno bisogno di essere aggiornate per stare al passo con i tempi.

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