Noi ragazzi dello zoo di Checco Storia della mia zalonedipendenza cronica

Ogni volta che la realtà ci sembra una parodia invochiamo un film, una canzone o anche solo una battuta del comico “poco noioso”, certamente più efficaci di un editoriale politico. Il tour nei teatri parte tra cinque mesi. E io cosa faccio nel frattempo?

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Sono pronta a sospendere il senso del ridicolo quel tanto che basta a fondare un gruppo di autoaiuto. Ad andare a disintossicarmi in una clinica del sonno. A mettere le sedie in circolo, alzarmi quand’è il mio turno, e ammetterlo: ciao, mi chiamo Guia, e sto cercando di smettere con Checco Zalone.

Quando ero adolescente c’era l’eroina e c’erano i giornali, e sui secondi la cosa che più mi faceva trasecolare erano gli articoli genere «morto d’overdose, si bucava da tre anni, i genitori non se n’erano mai accorti»: la mia unica esperienza d’eroina era la lettura di Cristiana F., eppure persino io sapevo che se avevi un eroinomane in casa te ne accorgevi.

Della zalonedipendenza si accorgono perfino gli algoritmi: Spotify prima mi proponeva playlist fondate su Paolo Conte, e ora me ne propone di fondate su Ragadi, che non so bene se si possa definire Zalone. Se Zalone è un personaggio di Luca Medici, e Ragadi pure, Ragadi è l’io narrante d’un io narrante? Non lo so, Umberto Eco non è qui per soccorrermi, quel che so è che negli ultimi mesi ho ascoltato Poco ricco alcune centinaia di volte.

(L’altra sera, mentre militanti dell’Instagram molto preoccupate del loro diritto a non sentirsi dire che sono grasse mi davano della grassofobica – a me, che ero grassa quando loro neanche erano nate – con alcuni amici ci siamo messi a pensare a una cover: sento ancora le ferite di quand’ero poco secca; ma il testo non è ancora soddisfacente, quando lo sarà giuro che mi apro un TikTok per eseguirlo).

Noi zalonisti anonimi ci riconosci perché ogni volta che la realtà ci sembra una parodia ne invochiamo una lettura zaloniana (per semplicità usiamo questa dicitura per qualsivoglia personaggio pensato da Luca Medici). La tizia che dice al calciatore che ha il pisello delle dimensioni d’un gamberetto? Dio, come mi manca Zalone. Salvini che organizza gite fuori porta? Dio, come mi manca Zalone. Gli appalti delle spiagge? Dio, come mi manca Zalone. La torta sulla Gioconda? Dio, come mi manca Zalone.

Chi non è tossicodipendente non capisce, non empatizza, non trova che abbiamo ragione di lamentarci: anzi, in un anno in cui c’era Zalone a Sanremo e ci sarà Zalone a teatro, proprio non dovremmo; se pensiamo che ci sono stati interi anni in cui egli non ci degnava neanche d’una battuta, d’un film, d’un’apparizione.

Chi non è tossicodipendente non sa come funziona la tossicodipendenza: sì, ha annunciato il tour nei teatri, ma – fate conto stia usando tutte maiuscole e moltissimi puntesclamativi – comincia a novembre. Mancano più di cinque mesi, che metadone pensa di fornirmi nel frattempo?

Sì, lo so, c’è la nuova canzone su quello che porta la famiglia in gita sulla barca dell’oligarca sequestrata (Spotify, unica frequentazione premurosa della mia vita, s’è precipitato a segnalarmela: algoritmo, tu sì che sei empatico). Ma, per spiegarvi che questi amuse-bouche fanno peggio, ricopierò un Gramellini dell’altro giorno.

«Questo Di Ciolla Nicola mi sembra di conoscerlo, non solo quando mi guardo allo specchio. È l’eterno qualunquista italiano e recita una parte che spesso gli è capitata addosso per caso, ma in cui finisce per credere, così da poterla sfruttare senza scrupoli né sensi di colpa per i suoi interessi di bottega. Negli ultimi tre anni Di Ciolla Nicola ha partecipato a un mucchio di talk show: è stato il virologo allarmista, il no vax complottista, il professore narcisista, il guerriero seduto della Nato e il pacifista allineato (coi russi). Sempre convinto di essere un eroe coraggioso, incompreso e perseguitato».

Di Ciolla Nicola è il carattere italiano, quella variazione sempre fedele a sé stessa che parte dalle Baruffe chiozzotte e passa per Il sorpasso. È quella sintesi che Zalone fa semplificando il lavoro a tutti noi, e infatti nell’elenco gramelliniano ci sono altri Zalone: il virologo cugino di Al Bano a Sanremo, e pure quello che cercava una vegliarda già vaccinata per scopare in sicurezza (farlo no vax sarebbe stato troppo semplice, e Medici ha troppo talento per farla facile, mannaggia a lui che invidia).

Di Ciolla Vincenzo, e sua moglie Boccuzzi Camilla (da Blanche DuBois a Gordon Gekko a Elide Catenacci, quelli bravi li riconosci per i nomi spettacolari che sanno dare ai personaggi), sono la ragione per cui io proprio non posso aspettare novembre, per cui Zalone dovrebbe passarlo il servizio sanitario nazionale, per cui la costituzione andrebbe riscritta riconoscendo il diritto a un’equa dose di Zalone per tutti (già che ci siamo, magari eliminiamo quella fantasia della repubblica fondata sul lavoro, una gag che sembra scritta da Zalone, già più formidabile editorialista sul tema del posto fisso).

(Se pensate che i film comici non siano editoriali politici, ripensateci).

In attesa di novembre, credo che smetterò di scrivere, andrò in una clinica del sonno a cercare di far passare velocemente questi cinque mesi d’inadeguatezza. Vuoi occuparti dei camerieri di Gianluca Vacchi? Eh, mica sono Zalone. Hai qualcosa da dire sui referendum, sulla surrogata, sulla generazione Z? Eh, mica sono Zalone. Vuoi commentare il gamberetto? «Se sa che a la guerra ogni buco è trincea» – scusate, volevo dire: eh, mica sono Zalone.