«Un classico diventa un classico perché resiste nel tempo», dice Manuel, storico libraio del negozio di Libraccio in Via Corsico. Il luogo stesso in cui lavora «da una vita», come dice lui, è nato da un gioco che ha creato non solo una realtà all’epoca nuova sul territorio nazionale, ma un’impresa che ancora oggi perdura nella riuscita di quel sogno.
La prima libreria del Libraccio, la più grande catena di testi usati e scolastici in Italia, aprì proprio lì, a un passo dal Vicolo Lavandai, nel 1979. Tutto era nato dall’idea di quattro studenti che si erano conosciuti ad un mercatino di libri usati di fronte all’Università Statale. Il progetto era quello di cominciare ad acquistare testi di scuola di seconda mano e provare a rivenderli, creando pian piano un magazzino di volumi. Da allora sono passati quarantaquattro anni e il sogno di quel gruppo di amici non solo resiste, ma anzi rappresenta un’alternativa valida ad alcune difficoltà che oggi affronta il mondo “del nuovo”.
La scolastica, un settore a parte rispetto a quello generale dell’editoria, poiché ha regole, tempistiche e prassi tutte sue, sta soffrendo l’inflazione. Se due studenti su tre possono infatti permettersi di scegliere il fresco di stampa, ciò è dovuto all’impegno degli editori verso scuola e famiglie nell’assorbire l’aggravio dei costi di produzione. «Questo sforzo ha portato a una elevata sofferenza del settore. Proprio per affrontare anche queste criticità è stato avviato un tavolo di lavoro al Ministero dell’Istruzione e del Merito e a cui gli editori partecipano attivamente» ha spiegato a IlSole24ore Paolo Tartaglino, vicepresidente dell’Associazione Italiana Editori e presidente del gruppo Educativo.
Nonostante questi sacrifici e per quanto la maggior parte degli studenti (il quarantatré per cento) preferisca acquistare libri privi di annotazioni di un precedente proprietario, il mercato dei testi appena stampati potrebbe aver avuto una leggera flessione negativa. Nelle regioni del Sud, dove la crisi si sta facendo sentire di più, è diminuita quest’anno la quota di ragazzi che avranno a disposizione prevalentemente libri nuovi, arretrando di due punti percentuali e toccando così il sessantaquattro per cento.
Anche l’editoria non scolastica tenta di contenere l’aumento dei costi, con una crescita del prezzo medio di copertina registrata all’1,1 per cento. È un buon risultato, se comparato invece a un’inflazione dell’otto per cento. Il problema che viene però rilevato non è tanto un rincaro delle spese, bensì un’offerta eccessiva.
In Italia, infatti, si stampa troppo, con una produzione che, in continua crescita dal 2016, risulta difficilmente assorbibile dal mercato. Il trenta per cento dei libri pubblicati, così, rimane sugli scaffali, al massimo se ne vende una copia soltanto. Secondo uno studio di Nomisma, tra tutti i libri usciti nel 2022 nemmeno trentacinquemila hanno raggiunto le dieci copie vendute. E nel frattempo la produzione libraria cresce ulteriormente, mostrando nel 2021 un incremento del 4,3 per cento rispetto al boom del 2019.
Ma stampare ha un costo, e non solo finanziario. Secondo uno studio, i libri stampati hanno la più alta impronta di carbonio per unità nel settore editoriale, che include le materie prime, la produzione di carta, la stampa, la spedizione e lo smaltimento.
L’idea, poi, degli e-book come opzione meno impattante rispetto al volume stampato è parzialmente valida. Uno studio del New York Times ha, infatti, rilevato che un solo e-reader richiede l’estrazione di trentatré libbre di minerali, settantanove litri d’acqua e cento chilowattora di combustibili fossili, pari a sessantasei libbre di Co2. Inoltre, il lancio di versioni e-book sempre più aggiornate determina un progressivo aumento di rifiuti elettronici.
Così, complice una maggiore attenzione a modelli di consumo più responsabili e sostenibili, oltre che un risparmio economico, cresce la domanda di libri usati. Sempre più italiani stanno, infatti, scelgono di rivolgersi al mercato second hand per acquistare i propri generi letterari preferiti, secondo un’indagine condotta in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino di quest’anno da Wallapop, una piattaforma per la compravendita di prodotti di seconda mano. Dai grandi classici della letteratura ai saggi e libri per bambini, ben 16,5 milioni di utenti (43,6 per cento del totale) sono disposti ad acquistare volumi usati “il giusto”, quindi con scritte o sottolineature, invece che preferire che il libro sia quanto più vicino al nuovo.
Una crescita è stata registrata anche a livello europeo, dove il mercato dei libri di seconda mano è stato valutato a 5,99 miliardi di dollari alla fine dello scorso anno e si prevede che raggiungerà un fatturato di 9,76 miliardi di dollari entro la fine del 2033, secondo l’ultimo rapporto di Persistence Market Research.
La letteratura usata, oltre che parte di un trend in forte crescita, quello del vintage, che va dalla moda all’arredamento, è coerente con un mercato internazionale che chiede con sempre più urgenza maggiori opzioni di riutilizzo. Il passaggio a un’economia circolare è tornato, infatti, recentemente sotto i riflettori con il secondo round di negoziati a Parigi conclusisi il 2 giugno scorso, al fine di creare un trattato sulla plastica globale e legalmente vincolante. Un anno fa, a marzo 2022, la Commissione europea ha invece pubblicato il primo pacchetto di misure per accelerare la transizione di tutti i settori dell’economia, con particolare attenzione a quelli più inquinanti, verso una maggiore circolarità.
Il mercato dei libri di seconda mano potrebbe permettere, quindi, non solo di frenare uno spreco di risorse materiali, ma anche di rispondere in modo misurato e accessibile alla voglia di leggere, in tutte le sue forme. Da coloro che vogliono risparmiare e compare di più, a chi è alla ricerca di volumi particolari o ricercati, come gli appassionati di edizioni antiche.
«Non penso bisogna essere cinici quando parliamo di cultura», commenta Manuel. «Quando penso alla lettura, ho chiara in mente l’immagine di mio nonno. Lui ha fatto la guerra, veniva dal Sud e nessuno gli aveva mai insegnato a leggere. L’ha fatto da solo, con i fotoromazi. E da allora non ha mai smesso», racconta.
«Era una perseveranza, una resistenza diversa da quella di adesso. Non mi fraintendere, non penso che oggi si legga di meno, anzi, penso che quasi la quantità di parole che leggiamo al giorno sia maggiore. Al massimo leggiamo peggio», aggiunge.
Effettivamente, sempre rilevato da Nomisma, sembra che in Italia ci sia stata una certa riscoperta della lettura registrata dalla pandemia in poi. A partire dal 2021 si è registrato infatti un aumento delle vendite di libri in carta che sembra essersi mantenuto anche nel 2022, arrivando a quota 1,67 miliardi di euro di vendite.
«Ricordo, quando facevo il classico, che in letteratura mi colpiva sempre il capitolo sulla fortuna degli autori. Sì, perché è sempre una questione di fortuna, di destino. Capitare in un luogo piuttosto che in un altro, in una famiglia che legge tanto oppure in una che legge poco. Non che saper fare una parmigiana sia meno culturale rispetto a leggere un classico, secondo me. È una questione di imparare a dare valore alle cose, tutto qua», conclude Manuel.