Globuli democraticiNon esistono reati fascisti né sentenze antifasciste

Si condanna la responsabilità di una strage, non il colore politico di chi l’ha perpetrata. Chiunque può farsi il giudizio che crede ed esprimerlo: il parere del presidente della Repubblica, su questo, vale quanto quello del mio portinaio

L'orologio fermo della stazione di Bologna
Lapresse

Serve una sistematina su questa faccenda delle stragi fasciste e sulle sentenze che tali (fasciste) le avrebbero dichiarate. Non esiste il reato di «strage fascista» e dunque non esiste una sentenza che possa disporre alcunché a proposito di qualsiasi «strage fascista»: e se esistesse non sarebbe una sentenza, ma una divagazione politico-sociologica.

Una sentenza accerta, o no, una responsabilità personale (in questo caso parliamo di responsabilità penali): e non esiste la responsabilità per strage fascista.

Vuol dire che un fascista non può compiere una strage? Certo che no. Vuol dire che non ci sono fascisti che ne hanno commesse? Certo che no. Ma la sentenza condanna la responsabilità per la strage, non il colore politico di chi l’ha perpetrata. E condanna (o dovrebbe condannare) chi l’ha commessa perché l’ha commessa, non perché è fascista.

Non basta.

Una sentenza, qualsiasi sentenza, e contro chiunque emessa, è il risultato di una ricognizione su un fatto: e dell’imputazione di questo fatto alla responsabilità di qualcuno. Ma non esiste nessun dovere di nessuno di considerare giusta la sentenza: esiste il dovere del potere pubblico di farla rispettare, e cioè il dovere di impedire che chi ne è destinatario vi si sottragga e il dovere di impedire ai terzi di vanificarne illecitamente gli effetti.

Punto. Fine. Basta. Chiunque può farsi il giudizio che crede su qualunque sentenza, ed esprimerlo: e nessuno ha titolo per esprimere un giudizio con la pretesa di fare stato su quello altrui.

E vediamo di chiarire anche questo: magari non per dottrina, ma per legittimità e addentellato costituzionale senz’altro, il parere del presidente della Repubblica sul rilievo, sulla bontà, sulla giustizia di una sentenza, di qualsiasi sentenza e contro chiunque emessa, vale quanto il parere del mio portinaio. E se il mio portinaio – a torto o a ragione – ritiene ingiusta una sentenza, ebbene ha il diritto di professare questo suo convincimento: e nessuno ha il diritto di vietarglielo.

In questi giorni la prediletta gemma cogliona è stata posta nel solito castone della retorica storico-giudiziaria, ed ecco l’ignorante abbestia che ostenta il globulo democratico in faccia alla cospirazione revisionista: «le sentenze si rispettano!». E pace, appunto, se rispettarle non significa in nessun modo considerarle giuste; pace ancora se non esistono (per fortuna) sentenze antifasciste.

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