I salvati e i presceltiSulla strage di Bologna preferiamo recitare la parte degli scemi pur di non sapere la verità

Giovanni Spadolini sapeva del ruolo della Libia, ma la pista nera degli estremisti di destra era più comoda da servire all’elettorato. A nessuno però interessa più conoscere la storia fino in fondo e, come per molti altri casi, si è finiti per accontentarsi di una spiegazione calata dall’alto. Un ricordo personale

Il giorno della strage di Bologna mio padre era in Grecia, a giocare al Casinò insieme a due suoi amici avvocati, entrambi missini. Tornarono di corsa appena sentita la notizia, spaventati per le famiglie, col timore oscuro che fosse il primo atto di chissà che cosa. Il 3 agosto l’Unità aveva già il titolo sulla strage fascista. Il 4 agosto tutti i ventenni con una qualche esposizione a destra (tipo un paio di denunce per rissa o affissione abusiva) erano latitanti.

Il 28 agosto arrivarono ottanta mandati di cattura emessi a caso (praticamente tutti furono poi scagionati). I “salvati” tornarono a casa. I “prescelti” si nascosero meglio: una parte di loro finirà a fare rapine per finanziare fughe senza data di scadenza. Intanto, anche se nessuno lo sapeva, Giovanni Spadolini sulla base di confidenze raccolte era così certo che la pista fosse mediorientale e specificamente libica da presentare un’interrogazione sul punto, datata 4 ottobre 1980. Anche il procuratore Domenico Sica ne era convinto, ma la cosa finì lì anche perché coinvolgere la Libia, in quel momento, sarebbe stato un disastro per gli interessi economici italiani.

L’altra verità, quella della pista nera, sopravvisse a tutto. Persino all’autodafè del ministro dell’Interno dell’epoca, Francesco Cossiga, che nel ‘92, da Presidente della Repubblica – quindi dal massimo vertice delle istituzioni democratiche – chiese scusa per aver orientato le inchieste verso destra dicendosi vittima di false informazioni: «Fui fuorviato, intossicato. Ho sbagliato».

Quarant’anni dopo la mitologica ricerca della verità interessa solo pochi appassionati, e ovviamente i condannati per l’eccidio – Francesca Mambro e Giusva Fioravanti – che si sono sempre proclamati innocenti pur avendo ammesso molti altri delitti. Se ne parlo è perché oggi mio padre mi ha raccontato questa storia di lui che gioca in Grecia, e all’improvviso sente al telegiornale la notizia, e immagina il ciclopico disastro che sta per abbattersi sulla sua parte (era dirigente del Msi), forse sulla sua famiglia e sui suoi figli (i mandati di cattura alla bell’e meglio erano scontati), e mi è tornato alla mente il tipo di Italia nel quale abbiamo vissuto: un Paese dove, fino ai Novanta e oltre, metà della politica era convinta dell’incombenza del golpe fascista e l’altra metà di una possibile annessione all’impero del male comunista tramite una vittoria elettorale del Pci.

Lì c’è la genesi del nostro bipolarismo muscolare, lì la madre delle nostre innumerevoli anomalie e della radicata convinzione che gli italiani siano un popolo bambino, da governare attraverso opposti terrori, troppo emotivi e suggestionabili per meritarsi la verità. Lì c’è il nocciolo del fallimento di ogni tentativo di fare dell’Italia un Paese adulto.

Nel 2014, durante il governo di Matteo Renzi, fu emessa una direttiva che avrebbe dovuto declassificare gli atti relativi alle stragi di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, e ovviamente Bologna. Immagino che il ragionamento sia stato: la guerra fredda è finita, chi ricorda di persona l’impatto di quei fatti ormai è nella terza età, dovrebbe essere abbastanza maturo per reggere l’urto con la verità. E invece no, non siamo abbastanza grandi neanche adesso. Le molte carte arrivate al Copasir hanno tutte il bollino top secret: possono essere lette dai membri del Comitato per i Servizi ma non trascritte o raccontate, e infatti molti hanno letto, riferito dell’esistenza di dettagli nuovi e illuminanti, taciuto sulla loro natura.

«Ci vogliono far passare tutti per allocchi» titolava qualche giorno fa un giornale, riferendosi allo scandalo dei camici lombardi. Ecco, quel titolo si applica a molte faccende italiane ben più gravi. Di storie per allocchi la vicenda delle indagini su Bologna è piena, e bisogna continuare a bersela così. Bisogna continuare a credere alla confessione in articulo mortis del superteste Massimiliano Sparti, che poi – scarcerato grazie alla collaborazione e ufficialmente moribondo – campò altri vent’anni. Bisogna continuare a credere che tutti i morti della stazione siano stati identificati, anche se una recente perizia ha rivelato che i resti attribuiti a Maria Fresu sono di qualcun’altra, forse un’ottantaseiesima vittima mai riconosciuta. Bisogna continuare a credere ai verbali di Angelo Izzo, il massacratore del Circeo, che a suon di confidenze ai pm della pista nera si guadagnò la semilibertà per poi ammazzare altre due donne, madre e figlia.

Continuare a recitare la parte degli scemi è l’unica possibilità che ci si offre per essere bravi cittadini. Anche per questo, davanti alla scadenza del quarantennale, forse è meglio rifugiarsi nelle storie personali. La mia è quella di un padre che compare all’improvviso, impietrito, sulla porta di casa a metà di una vacanza, di molti conoscenti che scompaiono altrettanto all’improvviso, dell’orrore davanti alle immagini in bianco e nero dei telegiornali e della paura più confusa – che sta succedendo? Chi saranno i prossimi? Cosa vogliono? – oltreché del senso di soffocamento davanti alla consapevolezza (che ci fu fin dall’inizio, dai primissimi giorni) che mai avremmo saputo il chi e il perché, che Bologna sarebbe stata la nostra Dallas, il nostro 11 settembre in miniatura, e avrebbe inghiottito non solo le vite dei morti ma moltissime altre, forse un pezzo intero di vita del Paese. In questo 2020 funesto ci si guarda indietro e si dice: sì, quella prima sensazione fu esatta, è finita proprio così.

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