Parole santeIl toccante podcast di Bergoglio con una persona transgender

In Popecast, curato dal giornalista Salvatore Cernuzio, il Pontefice ha risposto alle domande di sette ragazze e ragazzi, tra cui Giona, ventiduenne milanese con una disabilità che ha raccontato la sua particolare condizione di credente. «Il Signore non ha schifo delle nostre realtà: ci ama come siamo», ha detto Papa Francesco che da oggi al 6 agosto sarà in Portogallo per la Giornata mondiale della gioventù

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Inizia oggi il viaggio apostolico di Francesco in Portogallo con ritorno in Vaticano il 6 agosto. Il motivo? La XXXVIII Giornata mondiale della gioventù che vedrà convenire nel Paese iberico oltre seicentomila giovani di centottantaquattro nazionalità. Solo dall’Italia ne arriveranno all’incirca sessantacinquemila. Ascolto, accoglienza, incoraggiamento saranno le coordinate di quest’edizione della GMG, come lo stesso Jorge Bergoglio ha dato chiaramente a intendere nella seconda puntata – la prima era stata realizzata in marzo – di Popecast. Diffuso nei giorni scorsi e realizzato dal giornalista di Vatican News Salvatore Cernuzio, che ne è l’ideatore, il nuovo podcast si compone delle storie di sette ragazzi e ragazze, «inconsapevoli che la loro voce sarebbe risuonata dalle casse di un computer» portato alla Domus Sanctae Marthae, e delle rispettive risposte del Papa. Un dialogo a distanza, una sorta di viatico della speranza per quante e quanti sono già da ieri a Lisbona. 

A farsi interpreti e portavoce delle gioie, sofferenze, aspettative comuni sono il rumeno Edward e il russo Valerij, entrambi con un passato di emarginazione e di violenze ai danni di altre persone, entrambi attualmente ospiti nella comunità di recupero per minori Kairos; Arianna, operatrice sanitaria di origini calabresi, che soffre di disturbo bipolare; Augustina, «giovane che accompagna i giovani» della diocesi argentina di Rafaela; Valeria, insegnante italiana di religione, che esprime la delusione giovanile per una Chiesa spesso incapace d’incarnare al meglio il messaggio evangelico; Giuseppe, affetto da gaming disorder e chiuso in un mondo virtuale. 

Nella loro semplicità le parole bergogliane parlano della necessità di un continuo risollevamento a dispetto di tutto, perché «la vita non viene affossata dagli sbagli. I nostri sbagli tante volte ci fanno riflettere per andare avanti. L’importante è andare avanti sempre». Ma anche di cura di sé e di amore «all’avventura della vita», di un’Argentina problematica per colpa dei suoi stessi abitanti, «che tante volte» non hanno «la forza per andare avanti», di una Chiesa che è tale «quando è in cammino», e non già «chiusa in sé stessa» come una setta, di impossibilità di vivere senza un orizzonte. 

A particolarmente colpire sono però la testimonianza di Giona, ventiduenne transgender e disabile, e la relativa risposta di Francesco. Già raccontata nel libro “Figli di un dio minore? Le persone transgender e la loro dignità” del giornalista di Avvenire Luciano Moia (San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 120-124), la storia di questo giovane milanese, la cui specifica identità di genere è da leggersi insieme con il personale orientamento omosessuale e lo status di credente, è di quelle che lascia con il fiato sospeso e induce a seria riflessione. Giona ha infatti spesso sperimentato e sperimenta che cosa significhi essere doppiamente marginalizzato: è il doloroso senso di non accettazione che vivono sulla propria pelle le persone LGBT+ credenti nella comunità non solo ecclesiale ma anche in quella arcobaleno, dove soprattutto la professione di fede cattolica è oggetto di critiche, attacchi, dileggio.

Non è di questo però che il giovane parla nella seconda puntata di Popecast ma di cosa significhi essere transgender e seguace di Cristo. «Coltivare la fede – queste le sue parole –, una fede che sentissi davvero mia, in cui io ero una pedina, sia pur piccola del suo progetto, interamente e dettagliatamente pensata da Lui, mi ha aiutato ad accettarmi nel mio corpo disabile atipico, a non sentirmi mai davvero solo neanche nelle difficoltà, perché consapevole che chi mi conosce da prima che io sia, mai mi affiderebbe una croce troppo pesante per le mie spalle. Ma, quando ho preso consapevolezza di essere una persona trans, avrei tanto preferito non credere. E quel progetto? Quel corpo meraviglioso e perfetto in quanto opera sua? Mi sentivo strattonato dalla dicotomia tra fede e identità transgender, entrambe braccia di uno stesso corpo, il mio!». 

Poi il disagio e le difficoltà vissute con l’aprirsi agli altri: «Le prime persone con le quali mi sono confidato hanno cercato di dissuadermi, prefigurando per me un cammino buio. Mi sono sentito colpevole. Qualcuno si è addirittura appellato al Salmo 139, uno dei mie preferiti di sempre: Sei tu che mi hai creato e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Tu mi hai fatto come un prodigio. Questo esasperato tentativo è stato per assurdo la risposta che cercavo. Sono Giona come quel profeta che ha avuto paura, ha provato a scappare da ciò a cui era chiamato. Ma non è scappato abbastanza lontano da sfuggirgli». Da qui la grande consapevolezza raggiunta: «Sono ciò che sono chiamato ad essere: trans e credente. Al bivio ho scelto l’amore».

Particolarmente toccato da quanto ascoltato, Bergoglio ha fra l’altro risposto: «Il Signore non ha schifo delle nostre realtà: ci ama come siamo. E questo è l’amore pazzo di Dio. Noi siamo, lo dici tu, come quel profeta lì: un po’ testardi e non vogliamo credere all’amore di Dio. E quella testardaggine ci chiude. Dio ci ama come siamo, Dio ci accarezza sempre. Dio è padre, madre, fratello, tutto per noi. E capire questo è difficile, ma Lui ci ama come siamo. Non arrenderti. Avanti».

Non è la prima volta che il pontefice mostra la sua vicinanza a persone che s’identificano in un genere diverso da quello assegnato alla nascita e che sono perciò vittime di stigma, discriminazioni, violenze maggiori. Nel 2015 aveva incontrato, ad esempio, l’allora quarantottenne transgender spagnolo Diego Neria Lejarraga e la sua fidanzata. Non ha poi fatto mancare il suo sostegno al “Condominio sociale protetto per donne trans”, inaugurato il 10 agosto 2020 nella Patagonia argentina su iniziativa della priora carmelitana Mónica Astorga Cremona. Durante la prima fase della pandemia da Covid-19 aveva inoltre aiutato materialmente una ventina di sex worker latino-americane, dimoranti sul litorale romano e seguite dal parroco di Torvaianica don Andrea Conocchia, inviando loro prima denaro, perché potessero pagare bollette, saldare l’affitto di casa o comprare generi di prima necessità, poi vaccini anti-influenzali e tamponi. E, sempre su interessamento del sacerdote romano, aveva ricevuto il 22 giugno dello scorso anno, al termine dell’Udienza generale del mercoledì, sei donne trans, tra cui l’italiana Alessia Nobile.

Raggiunto da Linkiesta, Giona ha ricordato quanto il suo coming out «come ragazzo trans fosse risultato problematico innanzitutto all’interno della mia parrocchia di nascita, dove sono diventato improvvisamente inadatto a qualsiasi ruolo educativo. È proprio però nella fatica che ho accettato di fare piuttosto di abbandonare la Chiesa, che ho riconosciuto la forza della mia fede. Ho avuto poi la fortuna di incontrare il Progetto Giovani Cristiani LGBT, che è stato un po’ la mia salvezza». Si è detto inoltre «felice del “dialogo in differita” col Papa, perché, nonostante ne riconosca i limiti, credo sia un ottimo messaggio di speranza per tutti i credenti ancora in the closet».

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