«Basta sprechi» Il governo vara la manovra (in deficit)

Indebitamento al 4,3 per cento, oltre la soglia del Patto di stabilità, di quattordici miliardi. Il ministro Giorgetti conta sulla comprensione delle istituzioni europee. Confermato il taglio del cuneo fiscale, il Superbonus pesa venti miliardi all’anno

Giorgetti in aula
Roberto Monaldo/ LaPresse

Il governo ha approvato la Nadef, la Nota di aggiornamento al Def. Lo spazio ritagliato nella manovra – che vale complessivamente circa trenta miliardi di euro, di cui quattordici in deficit – si deve a un aumento dell’indebitamento, innalzato dal 3,6 al 4,3 per cento. L’obiettivo del Pil è fissato all’1,2 per cento per l’anno prossimo.

La premier Giorgia Meloni, parlando di «serietà e buon senso», ha commentato: «Basta con gli sprechi del passato: tutte le risorse disponibili saranno usate per sostenere i redditi più bassi, il taglio delle tasse e gli aiuti alle famiglie».

Sul deficit, il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti ha auspicato la comprensione dell’Europa: «Siamo sopra il tre per cento delle regole europee, è vero, ma riteniamo che le condizioni dell’economia, in rallentamento, e la stretta monetaria, non inducano ad adottare politiche economiche pro-cicliche, se vogliamo evitare di aggravare la recessione».

Secondo i calcoli dell’esecutivo, il deficit dovrebbe scendere al 3,6 per cento nel 2025 e al 2,9 per cento, rientrando così nei parametri del Patto di stabilità. La discesa del debito pubblico rallenta: dal 140,2 sul Pil di quest’anno al 140,1 per cento del prossimo; per arrivare al 139,6 per cento solo nel 2026.

Pesa il Superbonus, responsabile dell’aumento di un punto dell’indebitamento al 5,3 per cento del Pil su quest’anno: varrà, scrive il Corriere della Sera, un punto di Pil – e cioè venti miliardi di euro – ogni annualità delle prossime quattro. L’aumento della spesa per gli interessi sui titoli pubblici, legato anche al rialzo dei tassi da parte della Bce, blocca quindici miliardi di euro.

Entro un mese il governo presenterà la legge di Bilancio. Una delle poche certezze è la proroga del taglio del cuneo fiscale sulle retribuzioni, altrimenti undici milioni di lavoratori (con una Ral fino a trentacinque mila euro) si sarebbero trovati in media novantotto euro in meno in busta paga a partire da gennaio. Costa undici miliardi.

Sulle pensioni, si valuta «Quota 103», ovvero con sessantadue anni d’età e quarantuno di contributi. Un decreto legge ad hoc, molto atteso dai dipendenti della Pubblica amministrazione, ha esteso di tre mesi, fino al 31 dicembre, la possibilità di smart working per i «lavoratori fragili». Infine, ieri in commissione al Senato è arrivato il primo sì alla tassa – profondamente rivista – sugli extraprofitti delle banche. Un gettito una tantum su cui però l’esecutivo conta.

Al termine del Cdm, Meloni ha gelato i ministri: «Le vostre richieste valgono qualcosa come ottanta miliardi»: un avvertimento al leader leghista Matteo Salvini, che da tempo batte cassa per il “suo” progetto del ponte sullo stretto di Messina.

X