Whatever he takesIl salvifico ritorno di Draghi in Europa e la piccineria della politica italiana

La presidente della Commissione europea sceglie il nostro italiano migliore per elaborare una strategia per difendere la competitività Ue. Mentre Giorgia Meloni non riesce a risolvere neanche uno dei dossier sul tavolo del governo, perdendosi in stucchevoli rivalità con l’alleato Salvini

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Una boccata Draghi, di aria diversa, si potrebbe dire del colpo di genio di Ursula von der Leyen: affidare a Mario Draghi («Tra le più grandi menti dell’Europa in materia di economia») il compito-chiave per il futuro dell’Unione: l’elaborazione di una strategia per difendere la competitività Ue in un mondo sempre più multipolare in cui il Vecchio continente deve fare i conti con la concorrenza di Cina e Stati Uniti, in particolare nella corsa alla transizione industriale green. Torna sulla scena Draghi ed è una buona notizia, si riparla di politica ad alto livello e per inevitabile riflesso la cosa fa a cazzotti con la fase forse peggiore della recente storia politica europea e sicuramente italiana. Meloni può imparare qualcosa, altro che aspettarsi «un occhio di riguardo». La presidente del Consiglio proprio non capisce che Draghi, e Gentiloni, non sono gli aiutanti del governo italiano.

La politica italiana è dominata da un dibattito pubblico nevrastenico e da questioni vecchie e nuove che fanno vergognare, come le scene delle ultime ore a Lampedusa, la riesplosione di un problema che la destra italiana sbarcata al governo aveva promesso di risolvere, e invece fornisce al mondo uno spettacolo indecoroso con migliaia di immigrati trattati come bestie o giù di lì, e senza che ci sia uno straccio di ministro che abbia una minima idea su cosa fare. 

Lo sfilacciamento del discorso politico nostrano si accompagna d una clamorosa impasse europea ed è ormai chiaro in questo complesso crinale storico all’Europa occorra qualcosa di più per stare a galla, un nuovo «whatever it takes», la famosa frase dell’allora capo della Banca centrale europea allorquando si trattò di salvare l’euro che oggi viene proprio a fare corpo con il suo autore: Draghi è fisicamente  l’incarnazione di quel «tutto ciò che è necessario» per salvare l’Europa dal declino recuperando la sua competitività. 

Probabilmente il rapporto che egli presenterà sarà uno dei documenti più importanti della storia della Unione Europea, forse il più importante, la base economica e di pensiero che la democrazia europea dovrà custodire dinanzi al crescente estremismo, soprattutto di destra, che porterebbe il Vecchio Continente alla deriva. Ecco dunque che in un certo senso (non formale) l’ex presidente del Consiglio italiano è chiamato a ripetere su scala continentale il ruolo che in Italia gli venne affidato nel febbraio del 2021 dopo il crollo del secondo governo Conte alle prese con due sfide mica da ridere, la pandemia e la guerra (brillantemente affrontate entrambe). 

Naturalmente von der Leyen, che punta a un secondo mandato evidentemente contro la destra, ritiene di giocare questa carta molto pesante a suo favore e Draghi non è davvero uno che pensi a sgambetti però è indubitabile che da oggi egli diventi una colonna politicamente fondamentale della costruzione europea: sicché il paragone tra lo statista chiamato al capezzale di una Europa in difficoltà e la piccineria della politica italiana non gioca certo a favore di quest’ultima, visto che è proprio quello della politica internazionale ed europea il terreno sul quale, malgrado quintali di propaganda, Giorgia Meloni sta mostrando di difettare di quella autorevolezza di cui ci sarebbe bisogno, vedi gli schiaffi mollati da Parigi e Berlino sull’immigrazione. Schiaffi forse sbagliati ma resi possibili dalla marginalità del governo italiano, la solita Italietta che nulla conta e che puntualmente resta isolata anche quando non lo meriterebbe. 

Da noi il tema europeo non è impostato su cose come la competitività, l’emergenza ambientale, la demografia, lo stato sociale, no, è tutto sulla resa dei conti tra Meloni e Matteo Salvini alle Europee, cioè tra una destra soi disant più moderata che però sta capendo che non conterà molto e l’estrema destra di Marine Le Pen, Salvini e i filonazisti tedeschi di AfD, un derby tanto pericoloso quanto stucchevole, mentre le sfide vere per l’Europa sono appunto di ben altra portata. 

Draghi, sull’Economist on line di qualche giorno fa, aveva già fatto capire di avere le idee piuttosto chiare: servono «nuove regole e più sovranità condivisa» tenendo conto che «le strategie che nel passato hanno assicurato la prosperità e la sicurezza dell’Europa, affidandosi all’America per la sicurezza, alla Cina per l’export e alla Russia per l’energia, sono diventate insufficienti, incerte o inaccettabili», e dunque «tornare passivamente alle vecchie regole sospese durante la pandemia sarebbe il risultato peggiore possibile». 

È una linea nuova, forse l’unica, per salvare l’Europa. La risposta più seria alle pratiche sovraniste, quelle che da noi, condite da una strutturale incapacità tecnica e a una evidente mancanza di autorevolezza, rischiano di portare il Paese al disastro. Per questi il ritorno di Mario Draghi sulla scena europea è una bella notizia, perché è una boccata d’ossigeno che ci dice che non tutto è perduto.

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