Nuova rappresentativitàPerché sono aumentati i seggi al Parlamento europeo (e chi è avvantaggiato)

Dal 2024 il numero degli eurodeputati sale a 720, 15 in più di quelli attuali: guadagnano due deputati Spagna, Francia e Polonia e uno a testa Belgio, Lettonia, Danimarca, Finlandia, Austria, Irlanda, Slovacchia e Slovenia

AP/Lapresse

Saranno settecentoventi i seggi del nuovo Parlamento europeo dal 2024, quindici in più di quelli attuali. Questo è quanto stabilito formalmente dal voto della Plenaria del Parlamento europeo di mercoledì a Strasburgo con cinquecentoquindici voti favorevoli e poco più di settanta contrari. Guadagnano due deputati Spagna, Francia e Paesi Bassi e uno a testa Belgio, Lettonia, Danimarca, Polonia, Finlandia, Austria, Irlanda, Slovacchia e Slovenia. Nessuna modifica per l’Italia che mantiene i suoi settantasei deputati. Il nuovo numero di seggi si applicherà a partire dalle prossime elezioni del 6-9 giugno 2024.

Il voto a Strasburgo
È soddisfatto a metà il relatore della proposta, l’eurodeputato italiano eletto con il partito di Macron, Sandro Gozi: «Con l’aumento di quindici seggi nel prossimo Parlamento europeo garantiamo una rappresentanza più giusta ed equa dei cittadini, che rifletterà i cambiamenti demografici negli Stati membri. Una modifica necessaria per il rispetto dei Trattati. Rispettare la demografia significa rispettare la democrazia. La nostra decisione garantirà nel 2024 un Parlamento più rappresentativo e in linea con il Trattato».

Ma manca ancora un ultimo step e qui l’eurodeputato di Renaissance non è disposto a fare sconti al Consiglio: «I nostri sforzi – aggiunge Gozi – hanno permesso al Consiglio di fare progressi anche sulla proposta di una nuova legge elettorale del Parlamento. Ma saremo determinati nel continuare la nostra battaglia per riformare la legge elettorale europea e ottenere le liste transnazionali. Come Parlamento europeo -continua il relatore- avevamo fissato una chiara priorità politica, confermata dal voto in plenaria di giugno: riservare ventotto seggi ai candidati eletti attraverso liste transnazionali. L’eliminazione di questo paragrafo da parte del Consiglio è un errore politico e giuridico. Direi addirittura che sembra una provocazione, inutile e miope. Su questo non arretreremo di un centimetro di insisteremo fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno utile di questa legislatura».

I criteri
La valutazione sul numero dei seggi è una prassi che ogni cinque anni consente di analizzare la rappresentatività all’interno dell’emiciclo. Il criterio utilizzato, così come indicato dai Trattati, si basa su due parametri: quello della proporzionalità decrescente (la Germania, il Paese più popoloso ha un seggio ogni 866mila abitanti, mentre Malta, il meno popoloso ne ha uno ogni ottantaseimila) e quello della variazione demografica. Rispetto alla proposta del Parlamento sono stati assegnati alcuni seggi in più a Francia, Belgio e Polonia, proprio sulla base del criterio demografico. Una vittoria politica per i tre Paesi visto che per loro l’adeguamento non sarebbe stato automatico. Per l’Italia non ci sono cambiamenti con questa misura e continueremo quindi ad essere rappresentati da settantasei deputati. Un passaggio non scontato all’inizio delle trattative visto che il nostro Paese, così come la Romania, è in calo demografico.

Il compromesso della presidenza spagnola ignora però la questione delle liste transnazionali: una circoscrizione paneuropea creata ex novo che avrebbe aumentato di ulteriori ventotto unità il numero dei deputati. Questo sistema, proposto dal Parlamento europeo, prevederebbe la formazione di nuovi seggi occupati da candidati scelti in liste comuni. Gli elettori riceverebbero una seconda scheda, oltre a quella nazionale, contenente un elenco di candidati per ciascun partito provenienti da diversi Stati membri.

A spiegare meglio questo meccanismo è uno dei due co-relatori della proposta del Parlamento europeo Sandro Gozi, già Sottosegretario con delega alle politiche europee ed eletto con la lista Renaissance di Macron: «È una battaglia che porto avanti da molto tempo. Già nel 2016, quando ero sottosegretario, proposi le liste transnazionali al Consiglio anche come risposta alla Brexit. Sono convinto che avremo un pieno compimento della democrazia europea solo con le liste transnazionali, sarebbe un piccolo gesto che però farebbe una grande differenza. La posizione del Parlamento è chiara e si accompagna ad una legge elettorale moderna. Attualmente abbiamo ventisette campagne elettorali differenti che toccano principalmente temi nazionali. È necessario superare questo sistema ed iniziare a parlare ai cittadini di questioni europee. La mia candidatura con la lista Macron nel 2019 nasce proprio con questo spirito. In quella lista erano presenti candidati da sette diversi Paesi».

Ancora una volta, però, la proposta del Parlamento si è scontrata con le posizioni del Consiglio: «La questione è stata trattata in modo superficiale dal Coreper – prosegue Gozi – che non ha approfondito la nostra proposta. Si è persa un’occasione ma non ci arrenderemo. Diciamo che ci sono tre blocchi di Paesi: quelli favorevoli, come la Francia, la Germania (che ha le liste transnazionali anche nel proprio mandato di coalizione) e la Spagna (che però non si è mai spesa in maniera attiva), più altri sette/otto Paesi aperti al dialogo come il Lussemburgo. Quelli contrari perché considerano la loro democrazia già perfetta così e penso al blocco scandinavo. Poi ci sono i nazionalisti, che hanno una chiusura puramente ideologica e tra questi troviamo Polonia, Ungheria e, purtroppo, Italia».

Sul governo italiano il deputato di Renew Europe vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa: «Gli esecutivi italiani degli ultimi anni hanno sempre condiviso la mia proposta del 2016. Poi è arrivata Meloni e la posizione è cambiata. Ora siamo allineati al blocco sovranista guidato da Viktor Orbán. Lo trovo francamente incomprensibile soprattutto perché le liste transnazionali rappresenterebbero l’unica occasione per l’Italia di guadagnare qualche deputato, visto che siamo tra i Paesi in calo demografico. Tra l’atro è anche grazie a noi se si è deciso di non diminuire il numero di deputati per i Paesi in decrescita ma solo di aumentarli a chi cresce. Non capisco la posizione di Meloni, basterebbe anche solo avere un approccio pragmatico. Mi stupisco quando sento definire la Premier “europeista”. Tiene posizioni europee solo quando è veramente costretta, altrimenti è antieuropea e sovranista ogni volta che può».

Anche per le prossime elezioni quindi si rimarrà sul sistema tradizionale ma quella delle liste transnazionali resta un’ipotesi che in futuro sarà difficile ignorare. Ancora più difficile è capire la posizione della premier – che nel 2019 peraltro aveva proposto di togliere la cittadinanza a Gozi in quanto collaboratore del Governo francese – su una proposta che avrebbe oggettivamente ricadute positive per il nostro Paese.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter