Busta magraL’Inps meloniana si schiera contro il salario minimo

Secondo l’Istituto nazionale della previdenza sociale, i lavoratori poveri full time per ragioni salariali in Italia sono solo lo 0,2 per cento. Per cui introdurre una retribuzione oraria minima non avrebbe un impatto rilevante

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

La paga oraria non c’entra. E il salario minimo proposto dalle opposizioni non basterà, se l’obiettivo è aumentare i soldi in busta paga dei lavoratori italiani, oltre che il loro potere d’acquisto. Questa, in soldoni, la posizione contenuta nel XII Rapporto annuale dell’Inps, presentato alla Camera dalla commissaria straordinaria Micaela Gelera. Che ricalca la posizione governativa contro l’introduzione di un salario minimo legale. E insieme anche quella del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, incaricato dell’elaborazione di una legge da portare in Parlamento.

Secondo i dati diffusi dall’Inps, i lavoratori poveri full time per ragioni salariali in Italia sono una sparuta minoranza: ventimilatrecento, ovvero lo 0,2 per cento della platea dei dipendenti. Per giunta distribuiti tra diversi contratti nazionali, inclusi quelli firmati dalle organizzazioni sindacali maggiori. Quello che invece incide nella proliferazione dei working poor, spiegano dall’Inps, è la bassa intensità di lavoro. Conseguenza della diffusione di contratti part-time e intermittenti, che significano poche ore e pochi mesi all’anno di lavoro. Quindi guadagni molto bassi.

Ma conta anche la tipologia contrattuale. Gli oltre trecentocinquantamila working poor full time, invece, sono infatti in buona parte riconducibili a due contratti: apprendistato e contratti intermittenti.

Il lavoro povero – spiega l’Inps – si trova concentrato in aree borderline rispetto ai normali rapporti di lavoro dipendente: partite Iva attivate in alternativa all’impiego come dipendente; stage e praticantati che camuffano rapporti e aspettative simili al normale rapporto di lavoro dipendente; posizioni di lavoro autonomo occasionale o parasubordinato. Senza dimenticare le varie tipologie di lavoro nero o associato a posizioni parzialmente irregolari.

Inutile, secondo questo ragionamento, fissare il salario minimo, che non potrebbe essere applicabile in questa area grigia. Di minimo legale, del resto, non si fa riferimento nella memoria consegnata da Renato Brunetta, presidente del Cnel, in commissione Lavoro. Anzi, nelle proposte del Cnel si sottolinea proprio la necessità di non limitarsi alla questione «salario minimo sì o salario minimo no», ma «affrontare, a monte, i problemi che ostacolano la crescita dei salari dei lavoratori, tra cui i ritardi nei rinnovi contrattuali aggravati dalla crescita del costo della vita e dall’elevato cuneo fiscale, dall’impatto della precarietà, del part-time involontario e del “lavoro povero”».

Secondo la classificazione dell’Inps, i “lavoratori poveri” sono quelli con una soglia di retribuzione giornaliera lorda sotto i 24,9 euro per i part-time (seicentoquarantasette mensili) e 48,3 euro per i full time (milleducentocinquantasette mensile). Nel mese di ottobre 2022, i lavoratori poveri sotto queste soglia sono stati ottocentosettantunomilaeottocento, il 6,3 per cento del totale. Di questi, oltre trecentocinquantauquattromila sono full time e cinquecentodiciassettemila circa sono part-time.

Gli occupati a termine, ad aprile 2023, erano circa tre milioni, in calo rispetto a febbraio del 2020. Il diciotto per cento degli occupati è part-time, in linea con la media europea. Ma se la quota tra gli uomini con contratti a tempo parziale si ferma all’otto per cento, supera invece il trenta per cento tra le donne. E si tratta spesso di part-time involontario, cioè subito e non richiesto. Non solo, il tempo parziale è al quarantacinque per cento tra i dipendenti a tempo determinato, contro il ventisei per cento dei dipendenti a tempo indeterminato. E la percentuale di lavoratori che entrano nel mercato del lavoro con un contratto temporaneo in Italia è in crescita costante, dal trentacinque per cento nel 2009 al cinquantacinque per cento del 2019. È in questi meccanismi di bassa intensità del lavoro che bisogna agire, secondo l’Inps.

I cosiddetti contratti pirata, per l’Istituto, non rappresentano invece un allarme. Certo, i contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti al 17 aprile 2023 sono novecentosessantasei. Di questi, quelli valorizzati, cioè applicati nel 2022 ad almeno un dipendente, sono ottocentotrentadue. Ma i ventotto contratti più grandi, che riguardano almeno centomila persone, coprono quasi l’ottanta per cento dei dipendenti. Se si aggiungono anche i contratti medi, che riguardano tra diecimila e centomila lavoratori, si arriva a oltre il novantacinque per cento dei dipendenti totali.

In totale, scrive l’Inps, novantanove contratti su novecentosessantasei coinvolgono la quasi la totalità dei dipendenti. I contratti micro, invece, riguardano solo lo 0,4 per cento dei dipendenti, cioè meno di cinquecentomila persone. Mentre oltre il novantasei per cento risulta coperto da un contratto firmato da una delle tre maggiori organizzazioni sindacali, ovvero Cgil, Cisl e Uil. Il problema è che con la durata e i tempi biblici di rinnovo, come ha fatto notare anche la Commissione europea nelle previsioni economiche, anche i salari dei contrattualizzati finiscono per assottigliarsi.

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