Messaggio ai pacifistiL’aggressione russa in Ucraina è un’operazione di annientamento

Il deliberato e sistematico massacro dei civili, le torture, gli stupri, le deportazioni, i saccheggi, la distruzione delle riserve alimentari e delle linee di approvvigionamento energetico. Non ci sono due eserciti che si combattono: c’è un esercito, quello degli aggrediti, che si difende; e c’è un esercito, quello degli aggressori, che rade al suolo tutto e ammazza tutti

(La Presse)

L’opera di ferrea censura condotta dal collaborazionismo pacifista, coniugata con la propaganda russa che la alimenta e se ne alimenta, dopo un anno e mezzo di trionfi in prima pagina e in prima serata non ha potuto sopprimere la verità che comunque riesce a fare capolino su quella scena di pervasiva mistificazione: e cioè che quella portata dalla Russia all’Ucraina non è nemmeno propriamente una guerra. È tale bensì per i mezzi e gli uomini mobilitati, per durata e per capacità di devastazione: ma per le modalità di impiego di quella forza, per gli obiettivi che essa presceglie e persino per l’apparato di rivendicazione che ne saluta gli avanzamenti e i successi, quell’aggressione è in realtà un’altra cosa. È piuttosto, e più esattamente, un’operazione di annientamento organizzata e perpetrata, su scala vastissima, per via terroristica.

“Guerra” definisce in modo non solo fuorviante, ma oltraggioso, ciò che succede laggiù ogni giorno e da ormai diciannove mesi. Il deliberato e sistematico massacro dei civili, le torture, gli stupri, le deportazioni, i saccheggi, la distruzione delle riserve alimentari e delle linee di approvvigionamento energetico: tutto questo non rappresenta una componente di orrore non inedito di una guerra novecentesca; tutto questo rappresenta ed esaurisce, connota complessivamente, informa in modo esclusivo quanto è andato perpetrandosi nel ventunesimo secolo a due ore e mezza di volo da noi.

È così dall’inizio. Non ci sono due eserciti che si combattono: c’è un esercito, quello degli aggrediti, che si difende e difende le proprie case e le proprie famiglie; e c’è un esercito, quello degli aggressori, che rade al suolo tutto e ammazza tutti. La presa delle città e dei villaggi ucraini non trionfa nella sconfitta dei militari ucraini che li difendevano, ma nelle abitazioni dei civili ucraini depredate, nei sotterranei adibiti a camere della tortura dei civili ucraini e negli orti trasformati in fosse comuni per i civili ucraini. L’asilo incenerito non è l’effetto collaterale di un bombardamento impreciso: è una delle fungibili destinazioni del drone o del missile terrorista, fermo restando il proclama del generale russo sul dovere morale di bruciare i bambini ucraini.

Il collaborazionismo pacifista non ignora, ma lavora affinché si ignori, che è fatta di queste cose, di questi crimini, la guerra portata dalla Russia all’Ucraina. Il collaborazionismo pacifista sa, ma opera affinché non si sappia, di aver opposto i propri colori arcobaleno e le ragioni della diplomazia non “alla guerra”, ma ai massacratori e ai massacrati, agli stupratori e agli stuprati, ai torturatori e ai torturati, e cioè a chi rispettivamente non è impensierito né risarcito dai vaneggiamenti di pace.

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