Delitto e GiustiziaLa nuova frontiera della repressione contro l’aborto in Polonia

Gli scienziati polacchi hanno sviluppato un test per scoprire se una donna ha assunto la pillola per interrompere la gravidanza. Ma con le elezioni a metà ottobre non sono escluse ulteriori restrizioni

LaPresse

In Polonia c’è un nuovo metodo per perseguitare le donne che scelgono di abortire. Un team di quattro scienziati ha ideato un test per determinare la presenza di Mifepristone nel sangue: se riscontrato nel campione, il principio attivo indica che una paziente ha fatto ricorso alla pillola per interrompere la gravidanza. La ricerca – pubblicata il 6 novembre 2022 sulla rivista scientifica Molecules, con l’intenzione dichiarata di «proteggere la salute delle donne» – rappresenta di fatto un ulteriore deterrente per chi vuole abortire.

La notizia è passata sottotraccia anche grazie agli sforzi di organizzazioni non governative come Abortion Dream Team: «Sapevamo di questa ricerca già dall’anno scorso – spiega a Linkiesta Natalia Broniarczyk, un’attivista – ma non volevamo renderla pubblica perché avrebbe generato paura tra le persone che vogliono avere accesso al servizio. Noi aiutiamo ogni giorno cento donne e il novantanove per cento di loro utilizza la pillola abortiva per interrompere la gravidanza». 

Questi test rappresentano solo l’acme di un accanimento politico cominciato con la sentenza del 28 ottobre 2020 della Corte Costituzionale, diretta espressione di PiS (Diritto e Giustizia, partito al governo dal 2015) che ha nominato ben cinque giudici vicini alla propria linea politica, rendendo il confine tra potere esecutivo e giudiziario sempre più opaco. Tale sentenza ha dichiarato incostituzionale l’interruzione di gravidanza in caso di malformazione del feto, lasciando la possibilità di abortire solo nei casi in cui la gravidanza metta in pericolo la vita o la salute della donna o quando questa sia vittima di stupro. In tutti gli altri casi, le donne devono fare da sé, ogni anno ci sono centocinquantamila aborti legali fuori dal sistema.

«Siamo in una brutta situazione – spiega a Linkiesta Marta Lempart, attivista di Polish Women’s Strike, movimento per i diritti delle donne e della democrazia in Polonia premiato anche dal nostro giornale – perché il novanta per cento della sanità ha scelto di schierarsi insieme al governo contro le donne. I medici mentono perché nessuno di loro è mai stato perseguitato per aver fornito la pillola abortiva, e partecipano all’oppressione delle donne che possono essere molestate e interrogate dalla polizia; trattate come testimoni per scoprire chi le ha aiutate ad abortire perché questo costituisce reato». 

A luglio di quest’anno, Joanna Parnieska, giovane polacca, è stata denunciata dal medico dopo avergli confidato di aver ordinato la pillola abortiva online. La polizia, dopo aver fatto irruzione nel suo appartamento, l’ha trascinata in ospedale dove è stata interrogata per capire chi le avesse fornito il farmaco e perquisita come si fa con i trafficanti di droga, piegata in avanti. Gli agenti hanno poi fornito una versione del tutto inventata: che quel giorno lei avesse pensieri suicidi. Justyna Wydrzyńska, cofondatrice di Abortion Dream Team, a marzo è stata condannata a otto mesi di servizi sociali per aver favorito illegalmente un aborto. È stata la prima condanna di questo tipo in Europa. «Così facendo il governo – continua Lempart – causa varie morti perché si rifiuta anche di permettere aborti legali».

Il 21 maggio di quest’anno Dorota, una donna polacca, incinta al quinto mese è morta perché i medici non le avevano detto che la probabilità di mantenere la gravidanza era minima e che nel suo caso comportava un enorme rischio per la sua salute e la sua vita. «Siamo arrabbiate con il direttore della rivista che ha scelto di pubblicare quella ricerca – dice a Linkiesta Kinga Jelinska di Abortion Dream Team –. I medici che l’hanno condotta dicono che lo fanno per le donne perché per loro, l’aborto farmacologico non è sicuro e dovrebbe essere controllato. Per noi, invece, sono farmaci assolutamente affidabili. Al momento non conosciamo donne che siano state testate ma potrebbe succedere, tutto dipende dalla politica».

L’attivista spiega come sono stati recuperati i campioni: «Li hanno ottenuti perseguendo le donne – prosegue Jelinska –, questo vuol dire che i dottori hanno chiamato la polizia ed è totalmente contrario all’etica professionale. È una tattica per fare paura. Anche se i test non sono stati ancora utilizzati, hanno già ottenuto il loro effetto: contribuire allo stigma e al giudizio e far passare il messaggio che l’aborto sia qualcosa di criminale che noi medici, istituzioni, siamo in grado di scoprire. L’obiettivo della ricerca è continuare a punire le donne. Questa è una questione politica non è una questione di salute». 

Gli scienziati e i medici polacchi si concentrano sulla ricerca che sarà usata contro le donne e i loro diritti. «Dovrebbero invece fare il loro lavoro, interrompere le gravidanze e aiutare le donne-pazienti fornendo loro tutti i servizi per la salute riproduttiva», dice a Linkiesta l’eurodeputata polacca Sylwia Spurek del Gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea, da sempre attenta al tema dell’aborto e critica nei confronti della sentenza della Corte.

Secondo le attiviste, ci sarà sempre bisogno di abortire, ma attraverso l’educazione sessuale nelle scuole, si potrebbero prevenire le gravidanze indesiderate. Ad agosto, però, la Camera bassa del Parlamento polacco ha approvato in via preliminare una legge che vieta l’accesso alle scuole di organizzazioni che «promuovono la sessualizzazione dei bambini». La proposta di iniziativa popolare, è stata appoggiata da diversi gruppi religiosi cattolici e dalle associazioni che hanno sostenuto il divieto quasi totale sulle interruzioni di gravidanza. Esiste solo un corso a scuola chiamato «Preparation for family life», un modo conservatore per parlare di famiglia, relazioni e amore e non si parla né di corpo, né di sesso. Molti genitori sono contrari a questo tipo di visione e non mandano i figli a seguirlo.

A breve in Polonia si terranno le elezioni legislative, è ancora difficile stabilire se in futuro ci potranno essere ulteriori restrizioni sull’aborto, anche perché Diritto e Giustizia, che nei sondaggi è ancora il favorito, non ha inserito il tema nel proprio programma elettorale, a parte qualche suo esponente che ventilava l’ipotesi di vietarlo anche in caso di stupro. Punto in comune con Konfederacja, coalizione di ultra-destra che vuole introdurre sanzioni sia per la madre che sceglie di abortire sia per il medico che l’aiuta.

Uno degli scenari è che il PiS si appoggi proprio a questa alleanza per riuscire a governare. Lewica, partito di sinistra, vorrebbe modificare la legge in vigore, rendendo l’interruzione di gravidanza libera fino alla dodicesima settimana e, in caso che questa ponga a rischio la vita della madre o in caso di grave malformazione del feto, anche nei mesi successivi. Terza via, partito di centro, invece, vorrebbe tornare alla legge compromesso in vigore prima della sentenza della 2020 quindi prevedendo l’aborto anche in caso di grave malformazione del feto.

Donald Tusk, leader di Piattaforma civica, principale partito di opposizione, nel 2021 era a favore della legalizzazione dell’aborto fino alla dodicesima settimana per le donne in una situazione personale difficile, sotto un vaglio medico o psicologico. L’anno successivo ha dichiarato che l’avrebbe reso libero a prescindere dalle condizioni di salute della donna. In ogni caso per modificare l’attuale legge in vigore ci vorrebbe un’ampia maggioranza che in Polonia manca. «I partiti di opposizione – conclude Jelinska – riflettono maggiormente le opinioni della società che sono molto cambiate negli ultimi anni, specie tra i giovani. Lo stato attuale della politica, invece, non riflette la volontà del popolo, agiscono da una prospettiva ideologica a cui la maggior parte delle persone importanti si oppone, come ad esempio la criminalizzazione dell’aborto».