Il paese dei frutti di boscoA Yahidne, l’Auschwitz russa del XXI secolo

Un sotterraneo trasformato in campo di concentramento, uno dei crimini di guerra più orrendi commessi in Ucraina dagli imperialisti di Mosca

Kostiantyn Huzenko

A due ore a nord est di Kyjiv c’è il villaggio di Yahidne, il cui nome in ucraino significa “il paese dei frutti di bosco”. A Yahidne si è consumato uno dei più orrendi crimini di guerra del ventunesimo secolo.

Il 3 marzo del 2022, una settimana dopo l’inizio dell’aggressione su larga scala di Mosca all’Ucraina, i russi hanno occupato le poche centinaia di case del “paese dei frutti di bosco” facendosi strada a colpi di kalashnikov sparati ad altezza d’uomo.

Una volta preso possesso delle case, i russi hanno rinchiuso i legittimi proprietari nelle cantine o nei sottoscala, mentre chiunque si rifiutava anche solo di consegnare il telefono cellulare veniva fucilato sul posto o davanti alla staccionata intorno al quartier generale che i russi avevano approntato dentro una scuola circondata da un bosco di pini.

L’indomani e il giorno successivo, il 4 e il 5 marzo, probabilmente per controllare meglio i prigionieri, i soldati russi hanno spostato trecentosessantotto persone, di cui settantasette minorenni, quasi tutti gli abitanti del paese, nel sotterraneo della scuola, pigiandoli come bestie dentro sei piccole stanzette, più una settima più grande da tempo adibita a ripostiglio.

Stanzette buie, umide, senza luce naturale e nemmeno elettrica. Senza un bagno. Trecentosessantotto persone in centonovantasette metri quadrati, poco meno di due persone in un metro quadro, mezzo metro quadrato a testa, notte e giorno, giorno e notte, per ventisette giorni. Ventisette.

Sulle cornici delle porte delle stanze, i prigionieri hanno inciso due numeri per orientarsi nella distribuzione dei cucchiai di acqua e cavolo bollito che, salendo le scale, gli veniva concesso di scaldare una volta al giorno nell’atrio della scuola, col bel panorama dei cadaveri dei fucilati che durante il giorno i russi rastrellavano nelle campagne.

Per avere un’idea di questo gulag moderno, bisogna leggere i numeri sulle cornici delle porte delle stanze: Centotrentasei persone più trentanove bambini. Trentasette persone più nove bambini. Trentacinque persone più otto bambini. Diciannove persone più nove bambini. Ventisette persone più cinque bambini.
Diciotto persone più nove bambini. Tredici persone più quattro bambini.

Una volta al giorno, ma non tutti i giorni, i russi concedevano ai prigionieri di Yahidne di salire le scale e di uscire nell’atrio per usare una latrina accanto al locale-caldaia che fungeva da fossa comune.

Per evitare che ai prigionieri venisse in mente di usare la latrina senza permesso, o di fuggire, i russi hanno minato la zona, e un ragazzo c’è rimasto.

Senza contare le fucilazioni, nel campo di concentramento di Yahidne sono morte undici persone, i cui corpi spesso restavano per ore o giorni accanto ai prigionieri. Alcuni degli undici morti, prima di morire hanno avuto le allucinazioni.

A un certo punto, nel sotterraneo, tra i bambini è scoppiata la varicella, che poi si è diffusa tra gli adulti, ma laggiù non c’erano farmaci per far abbassare la febbre a quaranta.

Una o due volte, i russi hanno dato un wafer ai bambini, per poi fotografarli macilenti e darli in pasto alla propaganda di Mosca che dai canali di Stato disinformava i suoi cittadini spiegando che gli orrendi ucraini lasciavano morire di fame i bambini, poi fortunatamente salvati dalla generosità dell’armata rossa che distribuiva loro dolci e leccornie.

Dentro al sotterraneo, al buio, i prigionieri non avevano idea del passaggio tra la notte e il giorno e segnavano sui muri il passare del tempo e il numero dei morti, accanto alle parole dell’inno ucraino e ai propri nomi e cognomi perché certi che da un momento all’altro sarebbe finita per sempre.

Non c’era alcuna speranza nel sotterraneo della scuola di Yahidne. Ragno, Acero e il Sordo, così si chiamavano tra di loro tre dei quindici aguzzìni russi poi identificati dalle autorità ucraine, non avevano pietà. Nessuna pietà.

Lo racconta Ivan, un sopravvissuto di sessantatré anni diventato il custode morale di questa Auschwitz contemporanea. Ivan abbraccia chiunque lo vada a trovare, e nel pomeriggio di ieri ha ricevuto la visita del segretario di Stato americano Antony Blinken.

Ivan parla con un distacco dignitoso e inflessibile molto più potente delle mille lacrime impossibili da trattenere quando elenca le atrocità subite dai prigionieri, come quella della giovane mamma di una neonata di un mese e mezzo che, senza più latte da poter dare alla bambina e in mancanza di aria sufficiente a farla respirare, implorava gli aguzzini russi di aiutarla a sfamarla e di farle prendere un po’ d’aria, ricevendo come risposta un osceno «la guerra è così, che muoia».

«Volevano cancellare gli ucraini – dice Ivan – Non ci consideravano persone, ci consideravano animali». Ivan racconta che il 30 marzo 2022, ventisette giorni dopo l’internamento nel sotterraneo, i prigionieri hanno sentito i suoni dei bombardamenti e delle sparatorie. Poi silenzio. E allora hanno capito. Sono usciti dal sotterraneo, i russi non c’erano più ma i prigionieri di Yahidne hanno avuto paura di tornare nelle loro case occupate. Sono rimasti lì, nella prigione per bestie. Poi il 31 marzo sono arrivati i soldati ucraini.

«L’importante è che i nostri figli non vivano questo orrore, anche se purtroppo alcuni di loro l’hanno già vissuto – dice Ivan risalendo per l’ennesima volta la scala che ci allontana dal sotterraneo dall’aria diventata irrespirabile dopo mezz’ora – Ora vinciamo sicuramente. Non possiamo tornare indietro. Sentiamo la vostra vicinanza».

Per la cronaca, la bambina di un mese e mezzo è viva. Ora ha un anno e mezzo, ed è il futuro di un grande paese.

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