IsolamentoLa solitudine russofila di Viktor Orbàn tra i sovranisti europei

L'intervista del presidente ungherese a Tucker Carlson in cui definisce una «bugia» la riuscita della controffensiva ucraina ha allargato ancor di più la distanza in politica estera con i Paesi di Visegrad. Ma in vista delle elezioni europee del 2024 le scaramucce faranno spazio alla realpolitik.

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Viktor Orbán nei giorni scorsi ha rilasciato una lunga videointervista a Tucker Carlson, giornalista americano molto vicino all’estrema destra recentemente scaricato da Fox News perché accusato di aver contribuito alla disinformazione praticamente su qualsiasi argomento: dal conflitto ucraino alla pandemia, dai diritti LGBTQ+ alla sostituzione etnica. Insomma, il menu preferito da quella fetta di elettorato vicina ai vari Donald Trump, Jair Bolsonaro e allo stesso Orbán. L’intervista si è sviluppata attorno a una serie di riflessioni relative all’invasione russa e ai presunti errori della NATO, colpevole di aver provocato Putin e di non aver consentito l’ingresso all’Ucraina quando ne avrebbe avuto l’opportunità. Per il presidente ungherese la controffensiva non sta andando nella direzione che raccontano i media occidentali: «È impossibile che Kyjiv esca vincitrice dal conflitto. È una bugia che stia vincendo». Secondo Orbán, la soluzione per porre fine alla guerra ci sarebbe: «Occorre richiamare Trump, se fosse stato il presidente al momento dell’invasione russa li avrebbe fermati. La migliore politica estera degli ultimi decenni appartiene a lui. Trump è l’uomo che può salvare l’occidente». 

Un’intervista discutibile per la superficialità con cui vengono affrontati temi molto complessi ma che non sorprende più di tanto. Le posizioni morbide nei confronti di Putin (con cui Budapest continua a fare affari) sono ormai note, anche se il leader ungherese sembra piuttosto isolato. Gli alleati tradizionali come Meloni e il polacco Morawiecki non lo hanno seguito, mantenendo una linea fortemente atlantista. La Polonia, visto anche il suo passato, vede nella Russia la minaccia principale ed è tra i Paesi che hanno assunto le posizioni più rigide nei confronti di Mosca insieme al blocco baltico. Varsavia andrà al voto tra poco più di un mese e stando ai sondaggi l’attuale leader di destra dovrebbe essere riconfermato. Ma anche in caso contrario la linea polacca non cambierebbe. 

Con Meloni la distanza è ancora maggiore. La presidente del Consiglio ha presto capito che per governare la terza potenza economica del continente è controproducente mantenere gli atteggiamenti euroscettici alla Orbán che le hanno permesso di arrivare a Palazzo Chigi. E per questo la retorica di fuoco degli scorsi anni ha ceduto il posto al freddo pragmatismo di governo. La divergenza sull’invasione russa va ad aggiungersi alla storica contraddizione sulla gestione dei flussi migratori: i sovranisti di casa nostra, preso atto di come il blocco navale proposto in campagna elettorale sia pura fantascienza, chiedono all’Unione europea di farsi carico della questione distribuendo i migranti nei vari Paesi.

I primi a fermare questa ipotesi sono stati i leader di destra alleati di Meloni e Matteo Salvini. Al Consiglio europeo di luglio, infatti, il patto sui migranti proposto dall’Italia ha ricevuto un secco “no” proprio da Polonia e Ungheria. In risposta il governo italiano ha deciso di sottoscrivere una lettera di condanna, firmata da gran parte dei Paesi occidentali ma non dalla Polonia, nei confronti delle posizioni di Budapest sui diritti delle persone LGBTQ+. C’è quindi un po’ di distanza con gli storici alleati ma in vista delle elezioni europee del 2024 presto le scaramucce faranno spazio alla realpolitik

Il partito di Orbán – Fidesz – dal 2021 non fa più parte del PPE e da allora al Parlamento europeo i deputati ungheresi si sono seduti tra i banchi dei non iscritti, precludendosi di fatto l’accesso ai ruoli rilevanti all’interno delle commissioni. Fidesz dovrà quindi trovare una nuova famiglia politica per sfruttare la crescita che stanno vivendo in questa fase i gruppi di destra grazie a paesi come Italia e Spagna ma anche Finlandia, Svezia o Grecia. 

L’ipotesi naturale rimane quella di unirsi ai Conservatori dei già citati Morawiecki e Meloni provando a superare le divergenze. In questo caso però bisognerà prima capire cosa vorrà fare il PPE: se i popolari dovessero riuscire a costruire una difficile alleanza con ECR – basata principalmente sull’opposizione al green deal – per il leader Manfred Weber sarebbe complesso giustificare ai suoi la presenza di Fidesz. Discorso diverso qualora il PPE decidesse di riproporre l’attuale maggioranza con socialisti e Renew Europe. A quel punto Orbán sarebbe più che a suo agio nel ruolo di oppositore ai partiti europeisti tradizionali all’interno di un gruppo forte che, stando ai sondaggi, potrebbe attestarsi come terza forza dell’emiciclo. C’è poi una strada più complicata che porta a Identità e Democrazia di Salvini e Le Pen ma sembra difficilmente percorribile. 

La soluzione più semplice è senza dubbio quella di dare nuova linfa all’alleanza sovranista con Italia e Polonia. E pazienza se il Governo italiano si troverà a condividere i banchi di Strasburgo con chi blocca la riforma sulla gestione dei migranti (cosa che peraltro già fa) o se i polacchi dovranno provare a coordinarsi sulle misure a sostegno dell’Ucraina con chi ancora fa affari con Putin. È il sovranismo à la carte.

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