Canton vicinoCome sono andate le elezioni in Svizzera

La destra radicale isolazionista conferma il primo posto, calano gli ecologisti. L’assetto del Consiglio federale, l’esecutivo collegiale tra i quattro partiti più votati, non cambierà: potrebbe risentirne, invece, l’agenda del governo

Conteggio dei voti espressi alle elezioni in Svizzera
Ennio Leanza/Keystone via AP

La Svizzera guarda (sempre più) a destra mentre i movimenti ecologisti subiscono una significativa emoragia di consensi. Questo è, in sintesi, il responso delle elezioni parlamentari di domenica 22 ottobre in terra elvetica. L’Unione democratica di centro (Udc), schierata su posizioni nazionaliste e conservatrici, ha riconfermato il primo posto, con il 28,5 per cento dei voti e sessantadue seggi su duecento alla Camera dei Rappresentanti (eletta con sistema elettorale proporzionale).

Il movimento della destra radicale isolazionista è il più votato della Svizzera dal lontano 1999, ma questa volta si è superato crescendo di quasi tre punti percentuali rispetto al 2019 con uno dei migliori risultati della sua storia. Buone notizie anche per il Partito socialista (17,9 per cento) e per i cristiano-democratici dell’Alleanza di centro (14,5 per cento) rispettivamente in seconda e terza posizione, con quarantuno e ventinove seggi, due e uno in più rispetto al 2019.

In calo i Radical-liberali (14,5 per cento dei voti), con ventotto scranni, mentre la galassia ecologista, formata dai Verdi e dai Verdi-liberali, si contrae e perde ben dodici seggi. Un vero e proprio crollo. L’Unione di Centro è il primo partito in buona parte dei Cantoni della Svizzera tedesca, mentre i Socialisti sono in prima posizione in quella francese.


I dati sono diversi per quanto riguarda il Consiglio degli Stati, la Camera alta del Parlamento svizzero formata da cento seggi, che adotta un sistema elettorale maggioritario e che è storicamente dominata dai Radical-liberali e dall’Alleanza di centro. Per avere un quadro completo, bisognerà attendere l’esito del ballottaggio di novembre che assegnerà buona parte dei quarantasei seggi in ballo in questa tornata elettorale.

L’affluenza alle urne ha invece registrato una crescita modesta e si è attestata al 46.9 per cento degli aventi diritto: un dato preoccupante per qualunque democrazia europea ma non per la Svizzera dove, evidentemente, l’inamovibile staticità del governo non scalda i cuori degli elettori. Il Consiglio federale, come ricordato dal portale della Confederazione elvetica, è l’esecutivo del Paese ed è eletto con un mandato di quattro anni dal Parlamento riunito in sessione plenaria.

La scelta dei consiglieri è legata, fin dal 1959, alla cosiddetta «formula magica» secondo la quale i tre partiti più grandi sono rappresentati nell’esecutivo con due seggi, e il quarto partito in ordine di grandezza con un seggio. Attualmente il Consiglio è formato da due Radical-liberali, due Socialdemocratici, due membri dell’Unione di centro e uno dell’Alleanza di centro e questa composizione non verrà messa in discussione dal risultato delle elezioni appena concluse.

La rigida spartizione degli incarichi del Consiglio federale, che assume le proprie decisioni in maniera collegiale, garantisce infatti la stabilità del governo e il costante dialogo tra le forze politiche.

La ricercatrice dello Swiss Centre of Expertise, Linne Reinwald, aveva spiegato al Guardian, prima delle elezioni, che «il risultato emerso dalle urne non avrebbe quasi sicuramente influito sulla composizione del governo» anche se «la percentuale ottenuta dai diversi partiti in Parlamento conta» e può portare a «cambiamenti su alcuni temi specifici».

I risultati delle consultazioni elvetiche non determinano, dunque, radicali mutamenti nella dialettica tra le forze politiche quanto piuttosto il rafforzamento e l’indebolimento di alcune di esse in base alla percentuale di voti ottenuti.

I temi cari all’Unione di centro, come la lotta all’immigrazione clandestina, godranno di maggiore considerazione nei prossimi quattro anni, mentre quelli cari alle forze ambientaliste e progressiste, come il contrasto al cambiamento climatico, riceveranno meno attenzione. Thomas Aeschi, capogruppo parlamentare del partito di destra radicale, ha dichiarato all’agenzia Afp che «la Svizzera ha grossi problemi con l’immigrazione di massa e con i richiedenti asilo» e «la situazione della sicurezza interna non è la stessa di prima».

La campagna elettorale dell’Unione di centro si è basata sullo slogan «È la nuova normalità?» in riferimento ai presunti crimini e violenze commesse dagli stranieri. Il movimento ha poi lanciato una battaglia contro «la cancel culture» e contro quello che definisce «terrore di genere», ma non ha dimenticato temi più tradizionali come la sicurezza e i rincari energetici. La Svizzera è uno dei Paesi più ricchi del mondo, ma la crescita del costo della vita ha colpito duramente anche qui.

La radicata popolarità dell’Unione di centro è legata a mutamenti di lungo periodo nel quadro politico svizzero. La destra radicale – secondo Blaise Fontanellaz, post-dottorando al Global Studies Institute dell’Università di Ginevra, autore di un’analisi pubblicata anni fa sul portale della Televisione svizzera – deve buona parte del suo successo alla linea dura tenuta contro ogni integrazione politica in un organismo internazionale, nel nome della difesa dell’identità e dei «valori svizzeri».

L’Unione di centro ha presidiato questa posizione, in solitaria, per molti anni. Gli altri partiti, come quello Socialista tradizionalmente filo-europeo e quelli della destra moderata in passato euroscettici, si sono invece schierati spesso in favore di Bruxelles e delle istituzioni comunitarie.

Il successo dell’iniziativa referendaria del 2014, voluta dalla destra radicale, che ha rimesso in discussione il principio della libera circolazione delle persone imponendo un tetto all’immigrazione, è stato un traguardo importante per l’Unione di centro. Un quarto della popolazione svizzera ha origini straniere e le comunità italiana, francese, tedesca e portoghese sono le più significative dal punto di vista migratorio.

Pascal Sciarrini, a capo della Geneva School of Social Sciences, ha spiegato al Guardian che non ci sono state grandi differenze nella campagna elettorale rispetto a quella del 2019: piuttosto, è cambiato il contesto.

Sciarrini ha spiegato che «quattro anni fa la crisi climatica, come dimostrato dai sondaggi, era la prima preoccupazione degli svizzeri mentre ora, pur rimanendo un tema significativo, è stata superata dalle preoccupazioni sull’aumento del costo della vita e dell’energia». Secondo Sciarrini «la competizione tra preoccupazioni diverse può spiegare l’aumento dei voti dell’Unione di centro e il calo dei Verdi».

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