Figli di AbramoL’indifferenza semantica di chi usa «ebreo» ed «ebraico» come sinonimi

I due etnonimi vengono utilizzati in modo intercambiabile, spesso in modo improprio. Per non parlare della espressione «di origine ebraica» che viene usata in modo evasivo come se fosse una sorta di compromesso per evitare di affrontare pienamente l'identità ebraica

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Ci risiamo. Non è una novità, ma qualcosa che periodicamente ritorna quando il soggetto è “un certo” soggetto. La lettera-appello di David Grossman e un folto drappello di «accademici, leader di pensiero e attivisti progressisti con sede in Israele e impegnati per la pace, l’uguaglianza, la giustizia e i diritti umani» (come si sono qualificati), lanciata a metà ottobre e sottoscritta nei giorni successivi anche da intellettuali americani quali Michael Walzer e Cynthia Ozick per denunciare l’indifferenza della «sinistra globale» di fronte ai crimini di Hamas, è stata presentata da molti giornali come opera di personalità «di origine ebraica». 

Origine ebraica? Abbiamo scorso l’elenco in calce: come è chiaro già dai nomi, e senza addentrarci nelle dispute interne all’ebraismo sulle condizioni necessarie a determinare l’ebraicità, si tratta di uomini e donne a tutti gli effetti ebrei – e più precisamente, prima che altre firme si aggiungessero dall’Europa e dall’America, di ebrei israeliani. Perché allora chiamare in causa la loro origine? 

È vero che la formula «di origine ebraica» si usa principalmente a proposito degli ebrei che non vivono nella Terra promessa degli ebrei – dopo secoli di diaspore e nonostante un secolo e mezzo di sionismo, una presenza diffusa ai quattro angoli del mondo -, così come di un individuo nato negli Stati Uniti da una famiglia italiana, oppure nato in Italia ma poi trasferito negli Stati Uniti, si dice «americano di origine italiana». E tuttavia qui si innesta un altro dubbio: perché, anche nel caso di un ebreo non israeliano che abbia alle sue spalle incontaminate generazioni di ebrei, si parla di «origine ebraica» (o altre volte di «famiglia ebraica») e non «ebrea»?

A differenza degli altri etnonimi, che consistono di una parola unica utilizzabile tanto come sostantivo quanto come aggettivo, nel caso degli ebrei l’aggettivo si sdoppia: «ebreo», appunto, ed «ebraico». Due parole distinte tra le quali scegliere. Ma per scegliere occorre avere chiari i criteri di utilizzo.

L’etnonimo «ebreo», che la tradizione fa risalire al biblico capostipite Eber, pronipote di Noè, più verosimilmente deriva – attraverso il latino hebraeus e il greco ebraîos, adattamenti dell’aramaico ebhrai – dall’ebraico ibhri, ossia «colui che viene dall’altra parte (del fiume?)». Il primo uomo a essere chiamato ebreo, nel libro della Genesi (14,13), è Abramo, che dalla natia Ur, in Mesopotamia, obbedendo al comando divino attraversa l’Eufrate per partire alla volta di Canaan e diventare «padre di una moltitudine di popoli» (l’etimologia biblica del suo nome, secondo Genesi 17,5) che si chiameranno quindi ebrei.

Con la parola «ebreo», nome o aggettivo, ci si riferisce perciò soprattutto a esseri umani o a comunità di esseri umani che fanno parte di quei popoli e in particolare che ne professano il credo. L’aggettivo «ebraico» – che in un solo caso si converte in sostantivo: quando sta per la lingua parlata dagli ebrei – si riferisce invece a oggetti, istituzioni, costumi, caratteri psicologici, produzioni dell’intelletto «appartenenti agli» o «tipici degli» ebrei. Si parlerà quindi di «religione ebraica», «letteratura ebraica», «umorismo ebraico», «cucina ebraica», «festività ebraiche», ma per converso sarà più appropriato dire «popolo ebreo», «famiglia ebrea» e – in quanto risultanti da successioni di esseri umani – «stirpe ebrea» e «origine ebrea».

Non si tratta, tuttavia, soltanto di una questione di acribia lessicale. Dietro alla preferenza per l’aggettivo «ebraico», nei casi in cui sarebbe più pertinente usare «ebreo», sonnecchia più o meno avvertito un freno inibitore, residuo di pregiudizi e stereotipi che, anche laddove sono superati nei fatti, hanno lasciato una traccia nel linguaggio comune. Alla voce «ebreo», i dizionari della lingua italiani riportano come significato secondario, figurato, quello di (riportiamo dal Treccani) «epiteto ingiurioso, per indicare persona che all’abilità e mancanza di scrupoli negli affari unisce attaccamento al denaro, avidità di guadagno e propensione all’usura, con riferimento ad alcune qualità che la tradizione antisemita attribuisce agli Ebrei (e che la notorietà di personaggi letterarî, come l’usuraio ebreo Shylock nel Mercante di Venezia di Shakespeare, ha contribuito a consolidare nell’opinione popolare)».

Che lo si voglia o no, nella parola «ebreo» risuona tuttora un certo sottofondo equivoco fatto di ostilità, sospetto, scherno magari commisto di sottaciuta invidia sociale, per sfuggire al quale si tende a rifugiarsi in un aggettivo più neutro. Non è necessariamente (e non è per lo più) antisemitismo, ma il vischioso sedimento che può persistere fin nelle menti più immuni dai preconcetti. Dire «ebraico» è meno impegnativo, è un modo per allontanare, attenuare, impacchettare (per dissimularla almeno un po’) la realtà di cui si parla. Qualunque cosa si pensi del sostantivo (e aggettivo) «ebreo», l’aggettivo «ebraico» è più innocuo: insomma, ebreo ma non troppo. E così avviene che lo scrittore – o regista, artista, concertista eccetera – ebreo diventa scrittore – o regista, artista, concertista – «ebraico», la famiglia ebrea «famiglia ebraica» e via di seguito.

Ma affinché la presa di distanza sia più efficace, per neutralizzare ogni possibile retropensiero, l’aggettivo«ebraico» da solo non basta. Ecco allora che si fa strada l’espediente estremo: la parola «stirpe», o meglio ancora «origine», od «origini», che sfuma ulteriormente il dato di fatto proiettandolo in un passato lontano, indefinito, eventualmente superato o comunque dimenticato o dimenticabile. Uno scrittore «di origine ebraica» magari non è più ebreo, non lo è più tanto, insomma – hai visto mai – è sempre meglio non sbilanciarsi, tenersi prudentemente a distanza. Un po’ come facevano gli italiani al tempo delle leggi razziali, che pure nella maggior parte dei casi in cuor loro non condividevano: con conseguenze, in quel caso, ben più tragiche.

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