
Quando Hamas ha attaccato Israele, sabato scorso, la sinistra americana si è espressa compatta e veloce. Tutti i leader, da Joe Biden a Bernie Sanders, hanno espresso la stessa posizione: condanna, senza se e senza ma.
«Condanno assolutamente il terribile attacco contro Israele da parte di Hamas e della jihad islamica. Non c’è alcuna giustificazione per questa violenza e persone innocenti di entrambe le parti ne soffriranno enormemente. Deve finire adesso», ha dichiarato Sanders, facendo eco alle parole di Biden che, sabato, aveva parlato espressamente di terrorismo e aveva detto che il suo Paese e il suo governo sono e resteranno al fianco di Israele.
Anche Alexandria Ocasio-Cortez, nota per le sue posizioni spesso in disaccordo con l’amministrazione Biden – che pure sostiene – ha rilasciato una dichiarazione di fermissima condanna. Un’unità piuttosto inedita ma sostanziale, rotta solo da alcune voci discordanti, come quelli della deputata di origine palestinese Rashida Tlaib, che ha parlato della «necessità di un futuro giusto, possibile solo con la rimozione del blocco, la fine dell’occupazione e lo smantellamento del sistema di apartheid che crea condizioni soffocanti e disumanizzanti che possono portare alla resistenza».
Aria molto diversa, di disgregazione invece che di unità concorde, soffia dalle parti della sinistra europea, che storicamente distingue, contestualizza, valuta molto di più.
In Europa il rompete le righe rispetto agli attacchi di sabato è evidente: c’è la sinistra con aspirazioni di governo (quella più moderata, simile al nostro Partito democratico, o ai socialdemocratici tedeschi) che ha separato la pula dal grano e ha preso le parti di Israele e dei civili palestinesi, contro Hamas. I gruppi che si auto considerano depositari dell’essenza più pura della sinistra di sinistra, invece, sembrano essere più confusi, smarriti in mille reticenze.
In Francia Jean-Luc Mélenchon, il leader del partito La France Insoumise e del cartello di “sinistra-di-sinistra” Nupes, sabato ha rilasciato una generica dichiarazione di condanna della violenza e di richiamo alla pace. Poi, nelle ore successive, ha rincarato la dose, rifiutando di partecipare alla manifestazione pro Israele tenuta a Parigi e accusando la sindaca socialista di Parigi Anne Hidalgo di cercare, attraverso un tweet di solidarietà con Israele e con gli ebrei di Parigi, il voto clientelare; in un altro tweet (non suo, ripostato) accomuna il presidente Emmanuel Macron all’estrema destra di Benjamin Netanyahu. «Come gran parte della sinistra francese – scrive Le Monde – la France Insoumise si è sempre posizionata come difensore del popolo palestinese oppresso. Ciò è comprensibile, ma il fatto che in nome di questa indignazione non riesca a caratterizzare correttamente le atrocità commesse durante un’operazione terroristica, fomentata da un’organizzazione estremista, lo spinge verso qualcos’altro: una forma di compiacenza verso la violenza più barbara».
Solfa molto simile in Spagna, dove il cartello di Sumar (di cui fa parte Podemos e le cui parole pesano come pietre in questi giorni di tentativi di formare una maggioranza di governo) ha espresso generica condanna delle violenze, ma non ha condannato Hamas, preferendo invece attaccare l’Unione europea, accusandola di «doppio standard tra israeliani e palestinesi».
Posizione simile quella di Yanis Varoufakis, leader della sinistra altromondista europea e del piccolo partito greco MeRa 25 (Fronte della Disobbedienza Realistica Europea) che ha chiesto l’immediata cessazione dell’apartheid israeliano nei confronti di Gaza.
Nel Regno Unito, invece, tanto è stata ferma la condanna del leader laburista Keir Starmer, tanto fumosa quella dell’ex leader (ora fuori dal partito) Jeremy Corbyn che ha detto che «tutti gli attacchi sono sbagliati». Una situazione simile è quella dello Sinn Fein irlandese, partito che per ovvie ragioni ha molto a cuore la causa palestinese, e che appare lacerato tra sostenere la Palestina e giustificare Hamas.
Così, tra un distinguo e l’altro, tra un se e un ma, la sinistra europea rischia di perdere di vista il punto: e il punto è che, se si è, come si dice di essere, di sinistra, si sta dalla parte degli ultimi, dei dimenticati, dei rimasti indietro, delle vittime innocenti.
Non si prendono gli ultimi, i dimenticati, i rimasti indietro, e le vittime innocenti, e li si sacrificano nelle eterne dispute su chi ha ragione e chi no. C’è un tempo per ogni cosa. Anche per i congressi. Ma quel tempo non è adesso.