Ma come staNon sappiamo niente delle nostre relazioni, figuriamoci di quelle altrui (e di Meloni)

Nella domanda da zitella di un cronista alla premier – che prevede che un’adulta capo di governo sia una quindicenne che il giorno che si molla col moroso non è in grado di fare i compiti – non ci sarà anche un riflesso di come abbiamo deciso di raccontare le donne?

Foto stretta della premier italiana
AP Photo/Manu Fernandez

Non dico quasi mai «solo alle donne», per la banale ragione che è una formula usata in circostanze che quasi mai sono precipuamente femminili, e serve solo a chi la usa, per posizionarsi come paladina d’una categoria e fatturare di conseguenza.

Non è vero, per esempio, che solo delle donne si giudichi l’aspetto (viviamo nella società dell’immagine, il posto in cui passiamo più tempo è un social di foto, e se io avessi scritto una decina di articoli parlando delle chiome d’una femmina che fosse personaggio pubblico m’avrebbero linciata, su Bellicapelli Giambruno invece liberi tutti così come sulla fighezza di Obama o sulla cessaggine di certi politici italiani).

Sono quindi interessata a capire se per una volta questa formula si possa usare sensatamente. Se i venti secondi di filmato della Meloni in Egitto con un cronista che premette «Lungi da noi infilarci nella sua privacy», e poi però le chiede come una zia premurosa «Quanto le è costato oggi venire qui?», ecco, se quella incredibile domanda dipenda più dall’essere la Meloni una donna o dall’essere il giornalista un disperato.

Niente di personale, eh: siamo tutti disperati. Non quanto chi ha titolato «Meloni infastidita dalle domande», come se quella di cui stranirsi fosse la risposta «Non voglio più parlare di questo» e non i «Ma come sta» di cronisti istituzionali con tono da serata sentimentale con le amiche: quella di noialtri è una disperazione più composta, ma insomma siamo lì.

I giornali sono quel che una volta si chiamava «la rimastona», la zitella che nessuno se l’è pigliata e ora cerca disperatamente di vestirsi a festa per vedere se qualche sciancato, vedovo, avanzo di guai è ancora disposto a fare di lei una donna onesta (che nell’allegoria è: un giornale venduto, cliccato, forse addirittura letto).

La vicenda di Bellicapelli Giambruno ha dato alle rimastone una botta di vita. Presto, finalmente una storia immedesimabile, con gli archetipi giusti, coi colpi di scena, con le notizie che non abbiamo ma possiamo inventarcele, Giorgia si è vista con Piersilvio, sapeva che sarebbe andato in onda il filmato, no non lo sapeva e lui poi si è scusato, ha detto Mediaset faccia ciò che deve, no è stata Marina che voleva vendicarsi della legge sugli extraprofitti, Bellicapelli millantava orge coi capi di Mediaset, no era solo amico di Lele Mora e si sa come vanno le conversazioni in certe Bloomsbury – vale tutto, come sempre accade nelle storie che non avranno mai una versione verificata.

Vale tutto ed è – non succede mai, non succede più, quando succede è festa grande alla corte di chi vive di storie – finalmente una vicenda alla quale la gente si appassioni. Le lettrici ci rivedono quel coglione che si sono sposate e ancora non hanno capito perché. I lettori ci rivedono le stronzate che hanno fatto una volta che la moglie era distratta e per fortuna contano come il due di coppe quando briscola è a danari e nessuno li ha mandati in onda. È un esercizio catartico collettivo.

Quindi certo, nel povero giornalista che va fino in Egitto per dire «Lungi da noi» c’è questo: la stessa goffa disperazione che vedi negli occhi dei conduttori di talk che vorrebbero parlare sempre e solo di Bellicapelli e delle sue intemperanze, e gli tocca invece parlare di Israele e Palestina. Praticamente un rifacimento di “Sesso e potere” (film strepitoso e molto sottovalutato) con le distrazioni invertite.

Ma, mi chiedo: nel fare quell’incredibile domanda – una domanda che prevede che Giorgia Meloni, adulta e capo di governo, sia una quindicenne che il giorno che si molla col moroso non è in grado di fare i compiti – non ci sarà anche un riflesso di come abbiamo deciso di raccontare le donne?

La settimana scorsa erano cinquant’anni dall’uscita americana di quel termometro di scemenza intitolato “Come eravamo”, arrivato al cinema il giorno in cui io compivo un anno e rovinoso per la mia generazione e tutte quelle successive.

“Come eravamo” è il fondamento di tutti i «sei troppo per lui» coi quali ci crogiolamo nella nostra superiore infelicità e nel nostro sentimentalismo fintamente engagé tra i venti e i trent’anni. Solo che, senza un contenimento di questo contagio, è finita che Katie Morosky non appare come la povera scema che è neppure alle adulte.

Donne ben oltre i quarant’anni sospirano comprensive quando quella, decenni dopo, guarda ancora il biondino decisamente troppo figo per lei con gli occhioni sgranati. Vogliono ancora essere non quella con una carriera, con ambizioni, o anche solo con ideali, ma quella cui il biondino dica ammirato «Tu non molli mai» (per poi andare a casa con una che non sia lei).

Siamo sceme da almeno cinquant’anni, e prima dell’estate ne ha compiuti venticinque il più clamoroso equivoco delle nostre giovinezze, “Il diario di Bridget Jones”.

Già venticinque anni fa il grande pubblico era stolido come oggi, e quindi scambiò una satira per un modello comportamentale: uh, sì, sono così anch’io, col tizio che non mi vuole e i chili di troppo segnati sul diario, e le promesse quotidiane di cambiare vita. Ma, soprattutto: il tizio che non mi vuole. La differenza è che nel ’98 c’incomodavamo a leggere un intero romanzo e oggi Bridget la sbocconcelleremmo su TikTok, ma l’ottusità è identica.

Bridget era ricalcata su Elizabeth Bennet, l’autrice Helen Fielding non avrebbe potuto dircelo più esplicitamente: l’incipit era lo stesso di “Orgoglio e pregiudizio”, l’uomo giusto scambiato per sbagliato aveva lo stesso nome, dalla madre impresentabile in giù i dettagli saccheggiati (o omaggiati) erano talmente tanti che ci saremmo dovute arrivare. Non fosse che, già venticinque anni fa, il pubblico era ignorante come oggi.

Non ci venne in mente che l’ossessione matrimoniale d’un romanzo d’inizio Ottocento potesse venire usata, quasi duecento anni dopo, solo per ridicolizzarla: ci siamo fermate al primo livello di lettura, Bridget Jones siamo noi, Katie Morosky siamo noi, la nostra vita sentimentale è la cosa più importante anche all’età dei datteri, mica solo al ginnasio.

D’altra parte di “Una donna in carriera” ricordiamo soprattutto Harrison Ford che, quando la segretaria diventa finalmente manager, le prepara il cestino della merenda: che cosa sono mai le ambizioni professionali, se non hai un principe azzurro al quale fare gli occhi a cuoricino e che t’infantilizzi?

Il più bel film di Woody Allen, “Mariti e mogli”, comincia con Woody Allen e Mia Farrow che aspettano una coppia di amici per andare a cena. Pensano che il problema più pressante della serata sia scegliere tra il ristorante cinese e quello italiano, poi Sydney Pollack e Judy Davis arrivano, e annunciano che prima di uscire vogliono dire una cosa: si separano.

Stiamo benissimo, non facciamone un affare di Stato, dicono, mentre Mia Farrow sbrocca come tutti quelli che proiettano i loro rimossi relazionali sulle storie altrui. Non volevamo rovinarvi la serata, dovreste essere felici per noi che finalmente abbiamo trovato il coraggio, tentano di fare gli adulti i due (non durerà: è un film in cui nessun adulto è adulto), mentre a Mia Farrow è passata la fame.

Tra le ragioni dell’isteria del personaggio della Farrow c’è il suo non aspettarselo, non aver intuìto nulla, non immaginare, come sarebbe l’hai detto all’analista e non l’hai detto a me. Pollack e Davis non avevano retroscenisti pronti a scrivere senza mettersi a ridere che certo, si sapeva che non andavano d’accordo, si capiva che sarebbe finita così.

È un film di finzione, e quindi si concede il lusso della verità: che non sappiamo niente delle nostre relazioni, figuriamoci di quelle altrui. (Tre giorni fa un portavoce di Meryl Streep ha comunicato che lei e il marito sono separati da sei anni. Come prima reazione, i giornali americani erano attoniti: ma come, pochi mesi fa aveva la fede al dito. Chissà se poi ci spiegheranno che lo sapevano comunque da prima).

È un film di trentun anni fa, e neppure Woody Allen, che pure vedeva il futuro, immaginava le conclusioni dei matrimoni come sarebbero state nel secolo successivo. Con disperati che tentano d’accrescere i clic sul loro sito chiedendo a una figura istituzionale in visita di Stato: soffre molto? Vorrebbe stare a casa a piangere guardando le foto di quando eravate felici? Ascolta le canzoni tristi mangiando gelato direttamente dalla vaschetta? A noi può dirlo, siamo le sue amichette, abbiamo quindici anni come lei.

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