Chimere gastronomicheIl ristorante che non c’è

Trovare il ristorante perfetto è affare complesso, un’equazione a più variabili, assai difficile da risolvere. Quale sia quello giusto dipende dai desiderata del momento, dalla compagnia, dalla geolocalizzazione, e dal budget a disposizione. Ma attenzione: potrebbe anche non esistere

Foto di Greg Rakozy su Unsplash

È, in assoluto, la domanda che mi viene posta più spesso (e quella di cui più mi preoccupa la risposta): mi consigli un ristorante?

Ovvio che me lo chiedano, passo la vita seduta a tavola, lo farei anch’io. Ma questa domanda presuppone mille temi irrisolti, e una sola grande verità: quasi nessuno, poi, nei ristoranti che gli consiglio, ci va davvero. E non per mancanza di fiducia, o per cattiveria, ma perché facciamo tutti sempre così: chiediamo consigli che non intendiamo seguire.

Perché questa semplice questione mi manda in crisi? Perché non esiste “un tipo” di ristorante, non esiste “un tipo” di cliente e soprattutto entrambi non sono mai uguali a sé stessi, né tantomeno uguali a me.

Intanto perché scegliere dove passare una serata è un’attività molto personale, che dipende da mille fattori determinanti nella scelta. Dove dev’essere, in che zona della città, paradossalmente è una delle variabili più importanti. Ma serve sapere anche per quante persone stiamo prenotando, e chi sono queste persone. La loro età, la loro predisposizione all’uscita. Il motivo per cui si incontrano. Naturalmente la loro capacità (o volontà!) di spesa. Le loro aspettative: ecco, forse questo è uno dei punti chiave della questione. Perché se chiedi a me, pensi che quello che ti consiglierò sarà un ristorante dove starai molto bene, dove probabilmente servizio e cibo saranno molto buoni, dove investirai correttamente il tuo tempo e i tuoi soldi. Possibilmente trovandoci un difetto, così potrai dire che non ne capisco molto, in fondo, di ristoranti. Ma ciò che funziona per me, in una determinata occasione e con determinate persone, non è detto che sia quello che vuoi tu.

Inoltre, siccome per me è lavoro e per voi mediamente no, magari io presto attenzione a dettagli che ad altri possono apparire insignificanti. Inoltre frequento luoghi che per tempi, vocazione, tipologia, sono molto distanti da quello che è comunemente considerato un “ristorante”.

«Suggeriscimi un posto buono, senza cavolfiori fermentati, comodo, cozy, piacevole» (messaggio realmente ricevuto, ndr. Scusami, Direttore, mi serviva un aggancio per questa newsletter).

Il vero problema è che un posto così, a Milano almeno, al momento non esiste o, se esiste, io non lo conosco. E questo è un nuovo problema che si è sommato agli altri, che caratterizza questa città in particolare ma che si sta diffondendo un po’ ovunque. Il mondo della ristorazione si è specializzato, i format sono sempre più verticali: è più facile trovare un ristorante di cucina greca creativa di un milanese autentico. Ma è anche molto più facile sedersi ai tavoli di un luogo che fa cucina creativa con il vegetale, rispetto a scovare un posticino semplice dove mangiare piatti normali fatti al meglio. Insomma: è scomparso (o si nasconde bene!)  il ristorante “di servizio”, quello dove andavamo la domenica a pranzo con i nonni, quello dove rifugiarsi quando non hai voglia di cucinare e dove trovare piatti tradizionali, ben eseguiti, con il personale che nel tempo diventa amico. Quello dove non dobbiamo essere stupiti, dove non dobbiamo fare un’esperienza, ma semplicemente trovarci a nostro agio e mangiare cose buone, in un ambiente piacevole. Se ne conoscete, suggeriteceli. Tanto non ci andremo.

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