Quando vado a cena nel ristorante sotto casa, quello “normale”, dove non c’è alcuna pretesa di fine dining ma dove si macinano numeri, si fa ristorazione di servizio e dove si trovano famiglie che festeggiano compleanni, coppie che non hanno voglia di cucinare, giovani che si incontrano dopo la partita, di solito mi si accendono molte lampadine. Il patron è praticamente nato al ristorante di famiglia e ne ha prese le redini con la moglie quando i genitori hanno ceduto il passo, provando a imprimere una accelerata e lavorando seriamente e con rigore. La sala ha sempre marciato molto bene, la cucina alterna momenti di gloria a momenti meno felici, a seconda del cuoco che si trova. Tutto è comunque come te lo aspetti: una pizza ben fatta, un po’ di piatti di carne e pesce per accontentare la clientela più esigente e quel tocco di servizio al gueridon che serve per fare “bella figura”.
Parlo spesso con il patron del locale, e ultimamente quasi tutte le conversazioni si limitano al problema dei problemi: la mancanza di personale. Ieri, in un impeto rivoluzionario, davanti all’ennesimo rifiuto di contratto da parte di un cameriere che non voleva lavorare nel week end perché “devo stare con gli amici”, è arrivata la provocazione: «E se tutti gli esercizi come il nostro, quelli di servizio, chiudessero per due fine settimana di seguito? Se nessuno vuol più lavorare il sabato e la domenica saremo costretti a fare così».
In un secondo mi sono sentita ripiombare nel lockdown. Ve lo ricordate, come si stava con i locali chiusi? Le città erano spente, semplicemente. Perché i ristoranti, i bar e le trattorie sono dei presidi sociali, ancora prima che dei luoghi di ristoro. Ci entriamo quando siamo infreddoliti, o quando piove, quando siamo in anticipo a un appuntamento o quando ci scappa la pipì. Ci andiamo per mangiare, per un caffè veloce, ma anche quando abbiamo bisogno di una pausa, di un ristoro: in una parola, di un “servizio”. Che è esattamente quello che sono questi luoghi: pubblici esercizi che presidiano il territorio e lo rendono umano, utile, efficiente. Immaginatevi come faremmo, senza.
E la prossima volta che troveremo un’insegna spenta, una saracinesca abbassata, un orario di apertura variato rispetto al solito, ragioniamoci sopra. Perché – forse – quella chiusura dipende in parte anche dalle nostre scelte personali, e dal desiderio tutto nuovo di non voler spendere la propria vita al servizio degli altri. Il problema, ovviamente, è molto più complesso di così, e ne abbiamo parlato molte volte. Ma, in parte, il bisogno (legittimo) di lavorare meno e non nei giorni votati al divertimento costringerà tutti noi a non avere più un luogo aperto dove divertirci. Un cambiamento radicale di prospettiva, che già oggi sta piano piano diventando realtà.
