Tra Usa e Ue Il futuro incerto dei mini-reattori nucleari

Il fallimento di un progetto statunitense rischia di spegnere gli entusiasmi e i finanziamenti, ma dall’altra parte dell’oceano c’è l’Unione europea che punta a creare un’alleanza dedicata a questa nuova tecnologia. La rivoluzione industriale verde è complessa e procede per tentativi

Kadri Simson, commissaria europea per l’Energia (AP Photo/Ng Han Guan)

NuScale era stata la prima azienda a ricevere l’approvazione delle autorità statunitensi per realizzare un reattore nucleare modulare, ma l’8 novembre scorso ha dovuto annunciare la cancellazione del progetto: i costi del Carbon free power project sono cresciuti troppo, rendendo l’investimento anti-economico. Si tratta di una notizia che rischia di spegnere gli entusiasmi – e i finanziamenti – per una nuova tecnologia potenzialmente rivoluzionaria. 

Come funzionano i mini-reattori nucleari modulari
I piccoli reattori modulari producono energia pulita tramite la fissione nucleare, ma si distinguono dalle centrali tradizionali per la possibilità di venire costruiti in serie nelle fabbriche, abbattendo tempi e costi. Queste, almeno, sono le promesse: trattandosi di una tecnologia emergente, è facile che lo sviluppo dei reattori modulari incontri degli ostacoli. Lo ha detto anche il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, che ha finanziato il progetto (naufragato) di NuScale con duecentotrentadue milioni di dollari: «abbiamo assolutamente bisogno della tecnologia nucleare avanzata per raggiungere gli ambiziosi obiettivi sull’energia pulita. Le prime implementazioni nel loro genere, come il Cfpp, possono essere difficili».

NuScale non è l’unica azienda, in America e nel mondo, a occuparsi di reattori modulari: negli Stati Uniti ci sono anche Westinghouse e TerraPower di Bill Gates, ad esempio; in Europa hanno sede la britannica Rolls-Royce e l’italiana Newcleo. Gli small modular reactors offrono il vantaggio della standardizzazione (che permette l’economia di scala) e della semplicità di installazione, essendo più piccoli e meno complessi degli impianti convenzionali, dunque ancora più sicuri, però anche meno potenti: la loro capacità si aggira sui trecento megawatt. La taglia ridotta li rende adatti al soddisfacimento energetico dei centri urbani piccoli e remoti, magari in sostituzione delle vecchie centrali a carbone.

Grazie alla transizione ecologica e alla maggiore attenzione alla sicurezza delle forniture e alla stabilità dell’infrastruttura di rete, l’energia atomica sta vivendo un periodo di rinascimento. Nonostante gli alti investimenti iniziali richiesti e nonostante le scorie, infatti, le centrali nucleari consentono di ottenere elettricità a emissioni zero, in modo continuativo (indipendentemente dal meteo), con bassi costi di generazione (il costo dell’uranio incide poco sul prezzo dell’energia), senza consumare troppo suolo e senza la necessità di dover fare ricorso a dispositivi di stoccaggio (come fanno i parchi rinnovabili con le batterie).

Gli small modular reactors, che dovrebbero favorire la diffusione dell’energia atomica, rientrano di solito nella cosiddetta “quarta generazione” di reattori, un insieme di tecnologie volte al miglioramento dell’efficienza, della convenienza e della sicurezza delle centrali. I reattori modulari possono però essere sia di terza che di quarta generazione: ne esistono ad acqua leggera, lo standard, ma ci sono design innovativi basati sul sodio o sul piombo, due materiali dal punto di ebollizione molto più elevato; o anche basati sull’elio, in grado di generare non soltanto elettricità ma anche calore per la manifattura pesante.

Gli Stati Uniti stanno puntando sui reattori modulari e avanzati per raggiungere i loro obiettivi climatici, senza però rinunciare alle tecnologie commerciali, di terza generazione evoluta, note e sicure. A luglio è entrata in servizio la Unit 3 della centrale di Vogtle, da millecento megawatt di capacità: si tratta del primo reattore costruito da zero nel Paese in oltre trent’anni, ma tra lunghi ritardi e sforamenti miliardari di budget. Un altro reattore nello stesso sito, Unit 4, è previsto per marzo 2024. Ad oggi le centrali nucleari valgono circa la metà dell’elettricità pulita generata negli Stati Uniti.

I mini-reattori nucleari nei piani di Bruxelles
L’Unione europea ha target di decarbonizzazione simili a quelli americani, però a Bruxelles l’appoggio politico per l’energia atomica è decisamente inferiore. Qualcosa sta cambiando, sembrerebbe, perché di recente la commissaria per l’Energia, Kadri Simson, ha dichiarato di sostenere la creazione di un’alleanza industriale sui piccoli reattori modulari – sul modello di quelle già esistenti per il fotovoltaico, l’idrogeno, l’aviazione pulita o le batterie –, da lanciare nei prossimi mesi. La spinta europea al nucleare è guidata dalla Francia, che sfrutta questa fonte per generare i due terzi della propria elettricità e vorrebbe pertanto che venisse equiparata alle rinnovabili sotto il profilo regolatorio e finanziario.

L’alleanza industriale sugli small modular reactors riunirà governi, investitori privati, istituti finanziari e ricercatori per promuovere la nascita di una filiera per una tecnologia pulita che è già diventata materia di competizione tra gli stati: non solo l’America, ma anche la Cina sta lavorando intensamente allo sviluppo dei reattori modulari. L’Unione europea, desiderosa di essere la capofila della rivoluzione industriale verde, non può permettersi di rimanere indietro. Eppure la Commissione di Ursula von der Leyen non tratta il nucleare allo stesso modo dell’eolico e del solare, specialmente per quanto riguarda l’accesso ai finanziamenti.

Nell’Unione europea l’energia atomica è oggetto di uno scontro ideologico sia tra stati e Commissione, sia tra diversi paesi membri: da un lato, infatti, c’è un blocco “nuclearista” formato da Francia, Paesi Bassi, Polonia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia e Ungheria; dall’altro lato, c’è un fronte dei contrari composto da Germania, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo. Ma la contrapposizione è innanzitutto franco-tedesca: Parigi difende e rilancia il ruolo del nucleare nella transizione ecologica, mentre Berlino vi ha rinunciato completamente e non vuole che sottragga fondi alle rinnovabili.

Il governo italiano è più vicino alla Francia che alla Germania, ma si concentra solamente sulle tecnologie nucleari emergenti dimenticando quelle presenti, di terza generazione evoluta. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha detto varie volte che l’energia atomica «non è più un tabù» per il nostro Paese, specificando tuttavia come «il futuro» per l’Italia siano la quarta generazione e i piccoli reattori, non le tipologie di centrali già disponibili commercialmente.

Gli small modular reactors, però, come dimostra la vicenda di NuScale, sono ancora lontani. Ma il fallimento del progetto Carbon Free Power Project – e altri ancora potrebbero concludersi allo stesso modo – non significa necessariamente la fine di questa tecnologia. Al contrario, potrebbe indicare una riorganizzazione del settore: a sopravvivere saranno i gruppi industriali più consolidati, anziché le startup che hanno meno capacità di assorbire i (probabili) contraccolpi finanziari. 

Se bastasse un progetto non andato a buon fine a decretare la morte di un’industria, allora si dovrebbe dire che anche l’eolico offshore è sul viale del tramonto: la società tedesca Siemens Energy è in cerca di aiuti pubblici per compensare le grosse perdite subite recentemente; la danese Ørsted ha dovuto sospendere due progetti al largo delle coste del New Jersey per via dell’aumento dei costi. La verità è che la rivoluzione industriale verde è difficile e procede per tentativi.