In alto mare La strada (in salita) verso una filiera italiana dell’eolico offshore

L’innovazione tecnologica, grazie all’eolico galleggiante, sta risolvendo il problema della profondità delle acque, ma ci sono altre difficoltà territoriali e normative che frenano la diffusione di queste turbine

AP Photo/LaPresse (ph. David Goldman)

«L’Italia ha tanto mare ed esistono dei luoghi dove c’è sempre vento. L’eolico offshore va fatto a quaranta chilometri dalla costa, creando delle grandi piattaforme». Le recenti parole del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, suonano come un incoraggiamento a un settore – quello dell’eolico, appunto – che chiede da anni proprio un maggiore sostegno politico nella forma di semplificazioni burocratiche, certezze nelle tempistiche autorizzative e coerenza tra gli indirizzi energetici nazionali e i pareri delle soprintendenze locali, che spesso ostacolano i progetti rinnovabili per ragioni di impatto paesaggistico.

Pichetto Fratin ha parlato di parchi eolici posizionati a quaranta chilometri dalle coste, lontani dalla vista, la cui realizzazione richiede però un «sistema produttivo» appropriato, come specificato dallo stesso ministro: «Per fare l’eolico offshore è necessario attrezzare un porto, avere delle navi specifiche destinate a questo», cioè alla costruzione di «grandi piattaforme».

L’Italia è molto indietro nell’eolico offshore. Al 2022 risultava una capacità installata di appena trenta megawatt, lontanissima dagli otto gigawatt della Germania; l’obiettivo per il 2030, tra impianti a fondo fisso e galleggianti, è di 2,1 gigawatt. Come ha sottolineato un recente studio di The European House – Ambrosetti, nel Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) è previsto che i parchi eolici in mare contribuiscano solo per il due per cento al target di potenza rinnovabile installata al 2030.

L’eolico offshore ha costi e complessità maggiori di quello sulla terraferma (detto onshore), ma offre anche tre vantaggi notevoli. Innanzitutto, permette di sfruttare un potenziale ventoso più elevato e generalmente più stabile. Permette di installare turbine più grandi e potenti, che generano più energia. E permette, infine, di fare tutto questo contenendo l’impatto visivo e paesaggistico che spesso si scontra con i pareri delle soprintendenze e le richieste – condivisibili o meno – delle comunità Nimby. 

«L’Italia ha tanto mare», ha ricordato il ministro Pichetto Fratin, eppure sull’eolico offshore siamo decisamente in ritardo. Ciò è dovuto non solo ai lunghi tempi per le autorizzazioni e alle difficoltà tecnico-infrastrutturali per la connessione degli impianti alla rete elettrica. Ci sono anche delle ragioni di possibile interferenza delle turbine con le aree naturali protette e con le rotte di navigazione. E ci sono una serie di vincoli meteorologici e geologici. 

La ventosità del mar Mediterraneo è medio-bassa, inferiore a quella del mare del Nord, e questo riduce il numero di zone sfruttabili con vantaggio. Inoltre, ed è la questione cruciale, i nostri fondali sono profondi, una caratteristica che non vi permette l’ancoraggio delle piattaforme. In Sicilia e in Sardegna, per esempio, due Regioni dal potenziale elevato, il fondo marino scende oltre i trenta metri già a poca distanza dalla costa.

Ma non tutto è perduto. Anev, l’Associazione nazionale energia del vento, scriveva nell’estate 2022 che sono in fase di studio «più di quaranta progetti eolici offshore in Italia e Terna (l’operatore della rete elettrica nazionale, ndr) ha ricevuto richieste di connessione per circa settantamila megawatt. Le aree maggiormente interessate sono la Sardegna, la Sicilia, l’Adriatico e l’Alto Tirreno». Alla fiera K.EY di Rimini, nel marzo 2023, il presidente dell’Anev, Simone Togni, dichiarava che «risultano oltre cento gigawatt di progetti offshore con richiesta allaccio, molti progetti avanzati, che mostrano l’interesse e la capacità delle aziende in questo settore. A questo punto serve una risposta dalle istituzioni».

L’innovazione tecnologica, peraltro, ha risolto il problema della profondità dei mari italiani. Non si sono ancora affermate a livello commerciale, ma esistono delle tecnologie di eolico galleggiante (o flottante, da floating) che rimuovono la necessità di ancorare le turbine al fondale; i generatori vengono piuttosto posizionati su delle piattaforme che – come da nome – galleggiano, aprendo allo sfruttamento dei venti in aree prima inutilizzabili.

Secondo il Politecnico di Torino e il MOREnergy Lab, il potenziale italiano di floating offshore wind è di 207,3 gigawatt in termini di potenza e di 540,8 terawattora all’anno in termini di generazione. Le regioni più promettenti sono la Sardegna, la Sicilia e la Puglia. Il Global wind energy council sostiene che l’Italia sia il terzo mercato a livello globale per potenziale di sviluppo dell’eolico galleggiante.

Una strada c’è, insomma, ma è tutta in salita. Per Toni Volpe, amministratore delegato di Renantis, società milanese di energie rinnovabili, «gli ostacoli allo sviluppo dell’eolico marino galleggiante, in Italia, sono ancora molti. C’è bisogno di certezze sull’individuazione di spazio adatto nei mari di Sicilia, Calabria, Sardegna e Puglia. Gli operatori che qui hanno già iniziato a investire hanno bisogno di una risposta chiara». Pierroberto Folgiero di Fincantieri, intervenuto al Forum di Cernobbio di inizio settembre, ha evidenziato la necessità di «progettare la filiera dell’eolico offshore galleggiante, che prevede migliaia di tonnellate di acciaio che andranno in mare».

Stando alle stime di The european house – Ambrosetti, lo sviluppo di un’industria italiana dell’eolico offshore galleggiante darebbe stimolo a tutta una serie di comparti già rilevanti per l’economia e l’occupazione – acciaio, materiali da costruzione, meccanica avanzata, cantieristica, attrezzature elettriche, sistemi portuali –, per un valore complessivo di 255,6 miliardi di euro e quasi un milione e mezzo di lavoratori.

I porti italiani, e in particolare quelli nel Sud, sarebbero chiamati a svolgere un ruolo fondamentale perché le turbine floating non vengono assemblate e installate in mare come quelle tradizionali a fondo fisso, bensì nei porti. Al momento, però, nel nostro Paese non esiste nemmeno un porto che soddisfi tutti i requisiti necessari alla realizzazione di un progetto di eolico galleggiante.

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