Il cambiamento climatico è un problema strettamente legato all’economia. Il nostro modello di sviluppo è stato infatti a lungo giustificato anche da dottrine economiche e politiche che non hanno tenuto in considerazione le esternalità negative sul clima, ossia gli effetti indiretti sulla sostenibilità delle politiche inquinanti. Una delle ragioni per cui ancora oggi non consideriamo l’emergenza climatica come una priorità è che intraprendere delle azioni per stemperarne gli effetti significherebbe fare grandi sacrifici economici. Quello che non viene spesso considerato, però, è l’impatto che un aumento degli eventi climatici estremi avrà sull’economia e sulla stabilità finanziaria.
Lo sottolinea un rapporto di fine ottobre di Finance Watch, che si occupa dell’impatto della finanza sul benessere collettivo. Il documento racconta di come la finanza tradizionale utilizzi già dei modelli per valutare il rischio climatico, ma che questi non sarebbero adatti a comprenderne l’impatto. In economia, i rischi vengono definiti in modi molto diversi, in generale si tratta di eventi incerti ma che si possono stimare con una certa accuratezza.
Per esempio, in base al nostro profilo di rischio, la nostra assicurazione può valutare che, in media, faremo un certo numero di incidenti all’anno. Questo non significa che li faremo, ma in un gruppo di migliaia di assicurati con il nostro stesso profilo di rischio è ragionevole pensare che si raggiungeranno quei risultati. Si possono quindi definire con una certa precisione le azioni da intraprendere: se, in base all’esperienza pregressa, c’è un venticinque per cento di rischio che il mio asset da cento euro finisca per valere zero, considererò quei cento euro come se fossero settantacinque, con venticinque che vanno ad “assicurare” che la mia valutazione non sia sovrastimata.
Cosa non va nei calcoli sui rischi climatici
Il problema è che i rischi per il cambiamento climatico non sono così prevedibili e, soprattutto, non si possono calcolare in base ai dati passati. Di anno in anno, infatti, la situazione si fa più grave. Se per esempio i danni del riscaldamento globale fossero stati del venti per cento più alti quest’anno rispetto allo scorso, non è detto che il prossimo si cresca con la stessa intensità, ma anzi, è probabile che si vada a seguire un nuovo trend.
La maggior parte dei modelli che tentano di calcolare l’impatto del cambiamento climatico sull’economia, invece, si basa sull’assunzione che i danni cresceranno in maniera costante fino a raggiungere un picco (intorno al 2030), che da quel momento in poi diventerà gestibile. È però un’ipotesi non in linea con quello che gli scienziati si aspettano. Questo tipo di approccio porta non solo a una concezione errata del rischio climatico, ma anche a una sottostima del suo impatto.
Al di là dei ragionamenti specifici che si possono fare sulle metodologie, è evidente che alcune delle previsioni siano completamente sbagliate. Per esempio, Finance Watch racconta di una stima della Fsb che prevede una riduzione del 2,9 per cento del valore degli asset finanziari nel mondo nel caso in cui la temperatura media globale crescesse di quattro gradi nel 2030 rispetto al 1990.
Una flessione del 2,9 per cento non è certo una bella notizia, ma è una condizione che si potrebbe tranquillamente verificare in caso di un timido rallentamento economico. Un aumento della temperatura di quattro gradi, invece, comporterebbe probabilmente una radicale trasformazione del mondo in cui viviamo, considerando che sarebbe oltre il doppio rispetto agli obiettivi (già relativamente timidi) imposti con l’accordo di Parigi.
Nella maggior parte dei modelli di rischio, inoltre, non si considerano tutte le conseguenze indirette. Non si tratta solo della perdita economica dovuta a un raccolto distrutto da un’ondata imprevista di grandine o della chiusura di una fabbrica troppo vicina all’oceano che viene resa inutilizzabile dall’innalzamento delle acque. Cosa succederà dopo che questi eventi si saranno verificati? Come reagirà la popolazione? Come tutti gli eventi che portano danni economici, il cambiamento climatico rischia di mettere in crisi la stabilità sociale.
I conflitti che potrebbero scaturire, dalle proteste per il peggioramento delle condizioni economiche alle guerre per il controllo di risorse di prima necessità, come l’acqua, rischiano di avere un impatto decisamente più forte rispetto alle semplici conseguenze dirette dei disastri naturali. Già oggi, per esempio, i migranti che si spostano per ragioni climatiche sono milioni e questo ha un effetto sia sui Paesi che abbandonano, che subiscono perdite ingenti in termini di capitale umano e forza lavoro, sia su quelli che raggiungono, che almeno nel breve periodo devono gestire la loro accoglienza e i costi economici e sociali dell’integrazione.
L’economia si adatta sempre, forse
Il rapporto di Finance Watch pone l’attenzione su una questione fondamentale che non va sottovalutata. Oltre a mostrare il problema, vengono proposti modelli di calcolo del rischio alternativi che potrebbero aiutarci a comprendere davvero la portata del cambiamento climatico (e magari spingere gli investitori a premiare modelli di sviluppo sostenibili).
Il vero problema, però, è che per quanto questa valutazione errata del rischio possa in parte spaventare gli investitori, l’estrema efficienza dei mercati finanziari nella valutazione degli asset nel breve periodo farà sì che nuovi scenari – magari esponenzialmente peggiori dal punto di vista climatico rispetto a quelli di pochi anni prima – si riescano immediatamente ad affrontare mitigando le perdite economiche.
È una prospettiva che non fa bene alla causa ambientalista, perché significa che forse non si riuscirà mai davvero a ragionare oltre il breve periodo. E quando davvero ci si accorgerà del disastro, il breve periodo sarà il disastro stesso.