La caccia agli ebreiIl nazismo non è una pagina di storia, ce l’abbiamo in casa. Di nuovo

Per lungo tempo l’antisionismo è stato la maschera dietro cui si nascondeva l’antisemitismo. Ma, proprio ora che abbiamo assistito al più grande pogrom antiebraico dai tempi del ghetto di Varsavia del 1942, nelle piazze europee, nei college americani e nei talk show italiani è caduta persino questa maschera

LaPresse

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Ormai l’antisemitismo europeo e occidentale non si nasconde più dietro l’antisionismo, come capitava trent’anni fa quando si dibatteva degli accordi di Madrid o di Oslo, delle proposte di pace, di Yasser Arafat che diceva una cosa in inglese e un’altra in arabo, di Israele che reagiva agli attacchi oppure lasciava i territori occupati.

Anche allora non si arrivava mai a una soluzione che non fosse temporanea, chi diceva per colpa dell’uno e chi diceva per colpa dell’altro, con gli opposti estremismi che arrivarono a uccidere il premier israeliano Yitzhak Rabin, esattamente come avevano sempre fatto gli arabi, vedi Anwar al Sadat, con chi dopo aver combattuto la guerra finalmente capiva che sarebbe stato meglio fare la pace. Ma, perlomeno sul terrorismo, sui pogrom, sullo sterminio degli ebrei si riusciva a mantenere un livello minimo di decenza (salvo eccezioni).

Da sempre l’antisionismo è soltanto una scusa per intendere altro, riconosciuta da chiunque avesse un poco di sale nella zucca. Mattia Feltri ha ricordato sulla Stampa Martin Luther King che diceva «quando qualcuno attacca il sionismo attacca gli ebrei, questa è la verità di Dio» e Amos Oz che ha scritto come prima dell’Olocausto gli slogan che si leggevano sui muri delle strade europee fossero “sporchi ebrei tornate in Palestina”, mentre dopo la guerra sono diventati “sporchi ebrei fuori dalla Palestina”.

Del resto è già stravagante l’idea che possa esistere un movimento globale contrario all’esistenza di uno Stato, visto che non ci sono esempi altrettanto eclatanti, e radicati nel tempo, paragonabili soltanto a quella mobilitazione permanente contro qualsiasi governo di Israele, fosse esso di destra, di sinistra, di centro, pacifista, moderato o estremista. E qual è l’unicità di Israele, rispetto a qualsiasi altro Paese del mondo, se non l’essere lo Stato degli ebrei?

Niente però è paragonabile a cosa si vede sfilare adesso nelle piazze europee, nei college americani e nei talk show italiani, con l’invito esplicito a buttare a mare «l’entità sionista» e a ripulire il mondo dagli ebrei, in nome della contestualizzazione di che cosa è accaduto il 7 ottobre 2023.

Non è che ci sia granché da contestualizzare di fronte al più grande pogrom antiebraico dai tempi del ghetto di Varsavia del 1942, in particolare in un’epoca in cui la capacità di concentrazione è ridotta al tempo di un reel su Instagram, figuriamoci allo studio della storia di tremila anni fa, di settantacinque anni fa, di vent’anni fa o di quando Hamas, dopo l’uscita di Israele da Gaza, ha fatto un colpo di Stato nella Striscia, vinto una guerra civile contro i rappresentanti dell’Autorità nazionale palestinese e istituito uno dei regimi più reazionari e violenti sulla faccia della Terra.

Quelli che sfilano e cantano slogan osceni contro Israele e contro gli ebrei non sanno che Israele da Gaza si è ritirata nel 2005, non sanno che Israele ha rimosso con forza gli israeliani dagli insediamenti che avevano costruito, non sanno che ai palestinesi sono stati lasciati palazzi, fattorie, fabbriche, strade, servizi da nazione innovativa e moderna, e non sanno che Hamas ha preferito distruggere, radere al suolo tutto e armarsi fino ai denti piuttosto che dare un futuro diverso agli abitanti di Gaza.

Venti anni fa il dibattito non era come quello di adesso, soprattutto quando è scoppiata la seconda Intifada, non quella delle pietre lanciate contro i carriarmati, ma quella con gli shahid, i martiri di Hamas, che con gli attacchi suicidi facevano strage di giovani israeliani a decine, assieme ai continui lanci di razzi dalla Siria e dal Libano, quando l’islamizzazione del mondo arabo aveva preso il sopravvento anche nei Territori palestinesi, teatro di battaglia della più larga guerra intra-islamica tra i sunniti dell’Arabia Saudita e gli sciiti dell’Iran su chi dovesse guidare il mondo musulmano.

Le stragi islamiste dell’11 settembre 2001 e la reazione americana hanno fatto conoscere al mondo occidentale l’odio assoluto che Israele era costretto ad affrontare quotidianamente e hanno spostato l’attenzione dal conflitto israelo-palestinese all’Iraq e all’Iran, dove i due Islam hanno concentrato la doppia guerra, quella interna e quella contro l’Occidente, consentendo a Israele di contenere la questione palestinese, improvvisamente non più centrale per i burattinai del mondo musulmano.

La guerra ideologica islamica, che dura da cinque secoli, negli ultimi vent’anni si è diffusa in tutto il mondo arabo, anche sotto forma di opposizione interna agli ayatollah iraniani, con stragi infinite ed esodi biblici. Lo scoperchiamento del vespaio musulmano dopo l’11 settembre 2001 ha creato instabilità ovunque, ma ha avuto anche un effetto positivo di lungo termine, potenzialmente epocale, il principale dei quali è il lento cambiamento in corso in Arabia Saudita. Il regno dei Saud si è trasformato lentamente da cosca mafiosa finanziatrice dell’estremismo islamista in Medio Oriente e in Occidente in cosca mafiosa che, come Al Pacino nel Padrino – Parte II, prova a legittimarsi e a liberarsi delle attività criminali che mettono il mondo sottosopra.

Vent’anni dopo l’11 settembre 2001, l’Iran è isolato dal mondo civile (la Russia è mondo incivile) e i sauditi hanno deciso di diversificare la propria ideologia, non solo la propria economia, aprendosi in modo controllato e autoritario al resto del mondo sull’esempio degli Emirati arabi.

Quello che è successo in Israele il 7 ottobre 2023 è la conseguenza della scelta saudita di allacciare relazioni diplomatiche con Israele e di chiudere una volta per tutte il conflitto arabo-israeliano con gli Accordi di Abramo, ma è la conseguenza anche della reazione dell’Iran e del Qatar.

Iraniani e qatarini hanno utilizzato le milizie di Hamas e di Hezbollah, pedine di un gioco ben più grande del destino di Gaza, per assicurarsi la fine del processo di pace e la continuazione della guerra. L’Iran vuole esportare la rivoluzione sciita e guidare il mondo musulmano, il Qatar vuole prendere il posto dell’Arabia Saudita come faro dell’Islam sunnita, sicché entrambi finanziano il terrore islamista e provano ad etichettare la scelta saudita come un tradimento dell’Islam.

Nei giorni successivi al massacro del 7 ottobre è circolato sui social l’estratto di un’intervista al leader di Hamas, Khaled Meshal, condotta da una giornalista di Al Arabiya che ha sottolineato tutte le contraddizioni del gruppo islamista che finge di rappresentare la causa palestinese, quando invece ha compiuto una strage di innocenti israeliani.

I giornali hanno sottolineato la bravura della giornalista, indiscutibile, ma con la solita superficialità non hanno notato che quella non è una tv libera, ma di proprietà della famiglia reale saudita che l’ha fondata per contrastare l’Al Jazeera qatarina, e che l’intervista rappresenta la posizione di Riad contraria all’escalation voluta da Iran e Qatar. Ed è un segnale molto importante, molto più delle capacità giornalistiche di una conduttrice televisiva, se si vuole davvero trovare una soluzione pacifica.

La reazione di Israele è pesante e ha già provocato numerose vittime civili, che andrebbero protette a prescindere dalla nazionalità o dalla religione, ma al fondo la differenza tra i duellanti di questa guerra è semplice e non può essere giudicata con una scrollata di spalle: Hamas, Hezbollah, Jihad Islamica, Stato islamico e alcuni Paesi musulmani non nascondono di voler uccidere gli ebrei, tutti gli ebrei né di voler cancellare il loro Stato, mentre gli israeliani per quanto si possa giudicarli prepotenti, stronzi o insensibili vogliono solo vivere in pace e in sicurezza.

Eppure questa semplice realtà non è tema di dibattito pubblico. Al contrario, studenti e adulti scendono in piazza cantando lo slogan genocida «Palestina libera dal fiume al mare», ovvero senza Israele, e non li vedi mai marciare per i diritti delle ragazze iraniane negati dai padrini di Hamas né per i diritti dei palestinesi sotto il giogo islamista, figuriamoci per la resistenza eroica degli ucraini all’imperialismo degli amici russi di Hamas.

Scendere in piazza senza denunciare la strage del 7 ottobre 2023 e inneggiando ad Hamas vuol dire solo riaprire la caccia agli ebrei. Di nuovo. Strappare le foto dei duecento ostaggi israeliani appese sui muri delle città occidentali, se possibile, è ancora più immorale. Che cosa può spingere un essere umano a strappare le foto di persone innocenti tenute prigioniere solo in quanto ebrei, se non a confermare che uno dei due contendenti di questa guerra vuole soltanto l’annientamento totale dell’altro? E se a farlo, come abbiamo visto nelle scorse settimane, sono gli studenti occidentali vuol dire che il nazismo non è una pagina di storia, ma ce l’abbiamo in casa. Di nuovo.

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