Da Roald Dahl a CalvinoIl ritorno degli autori che hanno segnato la nostra infanzia

I cortometraggi di Wes Anderson tratti dai racconti di Dahl sono solo l’ultimo esempio in grado di delineare la tendenza. Dal rifiuto della realtà manifesta al rapporto elettivo con gli animali e la natura: i temi si intrecciano tra loro e rappresentano il patrimonio inesauribile di ciascun lettore

Il cigno, Wes Anderson, da Netflix

Risale a più di un mese fa l’uscita su Netflix dei tre cortometraggi diretti da Wes Anderson. A prima vista potrebbero risultare l’ennesimo omaggio del regista alla sua estetica: fermo immagine a tinte pastello che si alternano a ritmo incalzante, dando l’impressione a chi guarda di un universo perfetto in rapida dissolvenza. Eppure, qualcosa cambia, qualcosa si imprime diversamente. Forse è la sceneggiatura scritta per essere letta a voce alta: un narratore onnisciente racconta, anzi legge, come da un libro di fiabe. E onirica e fiabesca è l’atmosfera che si distende, che si dipana, che lentamente viene messa a fuoco. Quando poi, alla fine, scopriamo che si tratta di racconti di Roald Dahl, di racconti che Wes Anderson riporta fedelmente, come se si stesse limitando a fornire una sceneggiatura, un’ambientazione alla pagina scritta, anzi, alla fantasia astratta di chiunque si accosti a un testo, allora tutto torna: viene svelato il mistero di quell’elemento perturbante, così insolito in Wes Anderson, e che infatti non gli appartiene, appartiene a Roald Dahl.

Il cigno, Wes Anderson, da Netflix

Le tre storie contengono tutte una certa violenza: il protagonista di The swan viene sorpreso, sopraffatto, minacciato da una coppia di ragazzini del villaggio. Prima lo legano in mezzo ai binari di una ferrovia. Il treno passa, annuncia il suo arrivo tramite la campanella della stazione, il fischio è sempre più vicino, sempre più assordante. Per salvarsi la vita, Peter si rannicchia nella sagoma creata dal suo stesso corpo nel terriccio, aderisce al suolo, il treno passa, lo percorre letteralmente, vagone dopo vagone. Dopo, lo costringono a sparare a un cigno. Ecco, tra le due, decisamente è questo l’episodio più spiacevole, è questa la maggiore violenza. Lo suggerisce Roald Dahl nella descrizione della scena, perché Peter si rifiuta, li supplica, si prostra, li implora. Il senso di agonia lo percepiamo qui, nel momento in cui gli viene chiesto di uccidere una creatura innocente: un animale. Prima, quando rischia di morire, di essere investito dal treno in corsa, esibisce un disperato, incrollabile contegno.

Non è raro che gli autori di testi infantili siano più di tutti attenti a certe tematiche, che invece, lungo il corso degli anni, attraverso l’età adulta, progressivamente si perdono, si esauriscono: la compassione nei confronti degli animali, l’animismo che attribuisce un’esistenza segreta e misteriosa agli oggetti di cui facciamo un uso quotidiano e alle piante, agli alberi, alla terra. Hayao Miyazaki, ad esempio, ha costruito veri e propri universi che si basano su questo. La principessa Mononoke vede le creature del bosco trasfigurate dalla presenza di uno spirito demoniaco, da una specie di piaga, di morbo, causato dall’incessante lavorio umano che abbatte alberi secolari e sedimenta all’interno della foresta. Con Roald Dahl condivide anche la passione per il volo, per gli idrovolanti, per gli aeroplani: lo scrittore inglese si era arruolato nell’esercito britannico allo scoppio della seconda guerra mondiale come tenente pilota. Dopo un atterraggio di fortuna, perde temporaneamente la vista e subisce numerose fratture al cranio, tanto che è costretto a rinunciare al volo. Lo stesso accade anche in Porco rosso di Miyazaki: il protagonista è un pilota d’aviazione giapponese, il quale assume misteriosamente la forma di un maiale a seguito di un incidente che lo porta quasi a morire.

Porco Rosso, Hayao Miyazaki, da Netflix

Aerei, avventure rocambolesche, la relazione metamorfica con gli animali. Roald Dahl e Miyazaki condividono l’assunto che i bambini e i cervi, i gatti, i cinghiali, i lupi, i maiali si identificano tra loro, possono scambiarsi facilmente di posto, sono degli outsider e pertanto vivono ai margini della civiltà, ai margini delle faccende comuni, in attesa di un capovolgimento insperato. Matilde, La fabbrica di cioccolato, Le streghe parlano di ragazzini esclusi, soli, poveri e che proprio a causa di questo si esprimono mediante una lingua sconosciuta e geniale, quasi divina. Leggendoli durante l’infanzia, l’impressione era che arrecassero il diritto ad attraversarla come iniziati, in quanto esseri superiori, dotati di una lucidità visionaria che si smarrisce non appena si entra a pieno titolo nei ranghi degli adolescenti e degli adulti.

Per questo è importante citare anche Italo Calvino. Non solo perché si festeggia il centenario dalla sua nascita, ma anche perché più di tutti ha contribuito a descrivere il realismo magico di cui è ammantata l’età infantile. Autore di breviari, di paradigmi, di parabole come Marcovaldo, Il visconte dimezzato, Il barone rampante, libri che i bambini leggono ma che non sono pensati appositamente per loro, la sua intera poetica, tutto il suo vasto atteggiamento letterario è infantile, nel senso più lirico e nobile del termine. Le città invisibili, ad esempio, pubblicato nel 1972, è una raccolta di racconti che segue il filo ammaliatore di una cornice fiabesca: l’imperatore dei Tartari Kublai Khan riceve a colloquio Marco Polo, partito per le sue celebri spedizioni in Oriente, e gli descrive le numerose, antiche città del suo regno. Queste città sono divise secondo caratteristiche metafisiche: il desiderio, la sottigliezza, la memoria, i segni. L’intenzione di Calvino era restituire la pluralità di percorsi, tracce, risposte simultanee e verticali delle megalopoli moderne. Una sfida all’assetto architettonico abituale, che Calvino elaborerà in forma saggistica durante le sue Lezioni americane. Qui, invece, sono predominanti le atmosfere rarefatte, nascoste e concentriche della favola, dove non tutto occorre necessariamente spiegarlo, basta intenderlo intuitivamente. Proprio come fossimo bambini.

La principessa Mononoke, Hayao Miyazaki, da Netflix

Lo stesso vale per gli altri romanzi: Marcovaldo è l’impiegato di una ditta che trasporta merce già imballata tra i gas fumogeni di una città e rimpiange la natura, le mucche al pascolo, si innamora del primo fazzoletto di terreno incontaminato che incontra, e già immagina di coltivarvi dei funghi. Non riesce a dormire a causa dei rumori del traffico, delle luci lampeggianti dei semafori. Si addormenta sulle panchine e abita, insieme alla famiglia, in una stanza al piano terra di un condominio che si affaccia sull’asfalto. Marcovaldo è un bambino travestito, imprigionato nel corpo di un adulto. La sua impulsività trasognata lo rende meno simile che mai ai suoi concittadini, è più infantile dei suoi stessi figli: la nebbia lo distoglie dalla strada di casa, gli confonde la vista, sale per caso su un tram e scopre che è diretto a Singapore, a Bombay e a Calcutta. Viaggia attraverso la fantasia, il suo mondo non è il vero mondo, non è che un rivestimento fenomenico, la vera realtà è altrove e gli altri, gli adulti irrigiditi in pose fiacche e inaridite, non se ne possono accorgere.

Il rapporto con l’invisibile, con l’irrazionale, con ciò che esula dall’asfalto su cui posiamo i piedi è la cifra della fanciullezza. Un’indagine recente ha stabilito che i bambini hanno una capacità di lettura sempre meno sistematica, sempre meno intensa. Insomma, leggono meno. Ecco perché un giornale danese, Børneavisen, ha imbastito una campagna allo scopo di invertire questa tendenza: attraverso le immagini delle copertine degli antichi, consunti libri che hanno caratterizzato la nostra infanzia, e l’infanzia dei nostri genitori, e dei genitori dei loro genitori, si accende un preciso canale poetico, di reminiscenze nostalgiche. Secondo la direzione della rivista, è necessario per creare un’alternativa, un’immunizzazione, un distacco dalla cultura della digitalizzazione imperante, a detta di molti il maggiore disincentivo alla lettura, cioè all’immaginazione, cioè alla sola vera vita che ciascuno di noi ha conosciuto quando poteva.

Veleno, Wes Anderson, da Netflix

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