Ma che peccato!L’equivoco rossobruno che Alemanno avrebbe potuto finalmente diradare

Gratta gratta, dietro le contorte fumisterie del complottismo globale, che riguardino i vaccini o la Nato, si va a finire sempre a quell’impasto di nazionalismo, autoritarismo, tradizionalismo e irrazionalismo che nel corso del Novecento, per brevità, abbiamo imparato a chiamare fascismo

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Ci sono molte ragioni che possono spiegare l’attenzione ricevuta sulla stampa dall’atto di fondazione di un movimento politico rossobruno destinato verosimilmente a non superare lo zero per cento, a cominciare dalla curiosità suscitata da un’iniziativa che vede uniti nella lotta contro la dittatura delle élite globaliste un neo-ex-post-fascista come Gianni Alemanno e un neo-ex-post-comunista come Marco Rizzo. Ma certo un peso notevole deve averlo avuto anche l’adesione, poi ritirata, di due personalità che molto hanno dato alla cultura progressista, e in particolare al teatro, come l’attore, cantante e scrittore Moni Ovadia e come l’ex-non-ambasciatrice Elena Basile.

Dico subito che non ce l’ho con nessuno dei due, anzi, ritengo che la loro partecipazione all’incontro promosso dall’ex sindaco di Roma avrebbe contribuito a fare chiarezza. Ce l’ho semmai con l’amico, agente, impresario, direttore di giornale o di teatro che senza dubbio deve avere telefonato a entrambi per dissuaderli, per spiegare loro, immagino con quale esasperazione, quello che avrebbero dovuto capire da soli: e cioè che, presenziando all’incontro, rischiavano di buttare al vento un lavoro di anni, per non dire decenni. Perché ci vuole un sacco di tempo per costruirsi un’immagine, ma basta un secondo per rovinarsela. Vale per i leader politici come per gli ospiti televisivi: c’è un confine sottile che separa il brillante provocatore, conteso da tutti, dall’impresentabile cialtrone cui nessuno risponde al telefono.

Accettare l’invito di Alemanno all’iniziativa di fondazione del movimento sovranista Italia indipendente avrebbe probabilmente compromesso i titoli di Ovadia e Basile presso un certo pubblico di sinistra, che pure in questi anni si è fatto rifilare come fior di progressista persino il co-autore dei decreti sicurezza Giuseppe Conte, per non parlare di tutta la galassia complottista no euro, no vax, no Nato e pro Putin.

A pensarci bene, nell’improvvisa fortuna dell’ideologia rossobruna si nasconde una singolare ironia della storia: tutta quella paccottiglia sinistreggiante con cui l’estrema destra aveva cercato di camuffarsi negli anni settanta (ma a guardar bene anche prima, con lo pseudo-socialismo mussoliniano delle origini, riscoperto nella Repubblica sociale) diviene oggi il modello, malamente scimmiottato proprio dagli ultimi reduci dell’estrema sinistra.

L’iniziativa promossa da Alemanno, anche per il netto profilo politico-biografico dell’anfitrione, aveva se non altro questo indiscutibile valore pedagogico: indicare pure ai più renitenti dove andassero a parare quegli slogan e quelle parole d’ordine, in Italia come negli Stati Uniti come ovunque in Occidente. Perché poi, gratta gratta, dietro le contorte fumisterie del complottismo globale, che riguardino la composizione dei vaccini o le manovre della Nato, si va a finire sempre lì, a quell’impasto di nazionalismo, autoritarismo, tradizionalismo e irrazionalismo che nel corso del Novecento, per brevità, abbiamo imparato a chiamare fascismo. È un vero peccato che tanti sostenitori di simili teorie non abbiano aderito all’adunata, perpetuando così l’equivoco che l’iniziativa di Alemanno avrebbe potuto finalmente diradare, con grande beneficio per il nostro dibattito pubblico.

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