Il bambino ha il pandoro in boccaFerragni trova un consulente per le crisi e ci rimette il milione di Bonaventura

La nostra eroina, con una combinazione di immedesimabilità e di quiet luxury, è uscita in scioltezza dallo scandalo del giorno Balocco, sborsando una cifra che per lei equivale ai due euro che noi daremmo al fattorino di Glovo

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«Chiara Ferragni piange» non è una notizia, giacché chiunque segua il suo Instagram sa che piange ogni volta che vede “Il re leone”. «Chiara Ferragni ha finalmente pagato un qualche professionista della gestione delle crisi d’immagine», invece, è il primo sviluppo interessante nella fin qui noiosissima drammaturgia dei pandori.

Breve riassunto della crisi, casomai aveste passato gli ultimi giorni a riciclare brutti regali di Natale e vi foste persi lo scandalo che tanto avvince un po’ tutti, dalla presidente del Consiglio a chi da grande voleva fare il giornalismo d’inchiesta, proprio come Grisù voleva fare il pompiere.

L’anno scorso Chiara Ferragni fa una cosa che non bisognerebbe mai fare e che ormai sembra non si possa non fare, grazie all’americanizzazione dell’occidente e alla pervasività delle buone cause, dei buoni sentimenti, del doverci mettere di mezzo il senso di colpa e i ricchi che si occupano dei poveri non occupandosene abbastanza il welfare.

L’anno scorso Chiara Ferragni lega una sponsorizzazione, quella dei pandori Balocco, all’acquisto d’un macchinario per curare bambini malati di cancro alle ossa. Esiste una formula ricattatoria più potente di «bambini con malattia terminale dolorosissima»? Mettiamo da parte questo interrogativo per qualche rigo, ci torniamo tra poco.

La beneficenza è un’idea sempre nefasta. Come disse molti anni fa il mio pensatore di riferimento, Jack Nicholson, io pago le tasse e poi se ne occuperà lo Stato. Invece abbiamo deciso che se ne occupano i ricchi, o anche solo i benestanti, donando generosamente a chi ha bisogno.

C’è tuttavia una branca della beneficenza particolarmente orrenda, ed è quella legata alle vendite d’un prodotto. Se tu mi dici che ogni pacco di biscotti che compro da te tu devolvi un euro ai bambini malati, mi stai dicendo che se compro i biscotti della concorrenza sto lasciando morire i bambini malati. Funziona? Probabilmente presso i più disposti al senso di colpa sì. Però fa comunque schifo.

L’Antitrust indaga sull’operazione, sequestra i carteggi da cui sembra che a Balocco prima vogliano la testimonial visibile poi se ne lamentino: le vendite, dice una mail interna, servono a pagare il fantasmagorico cachet della bionda, che sarebbe di un milione di euro.

Emergerebbe anche, secondo il dispositivo con cui l’Antitrust multa la società di Chiara Ferragni per un milione e settantacinquemila euro e Balocco per quattrocentoventimila, che a insistere per dichiarare il falso, cioè per far credere che le vendite fossero legate alle donazione, fosse stato il lato-Ferragni della trattativa. In realtà la donazione era già stata fatta mesi prima della campagna pubblicitaria, e quindi la cifra non sarebbe cambiata in base alle vendite.

E meno male, visto che sembra anche che una parte dei pandori sia rimasta invenduta, e quindi magari la donazione fatta legandola alle vendite sarebbe stata persino minore. Oddio, nemmeno il ricatto dei bambini malati basta più a farci comprare prodotti a casaccio?

Insomma arriva questa multa, e agli italiani non sembra vero di poter perdere le giornate a fare la morale alla multimilionaria che amano odiare. Anche perché l’alternativa a digitare indignazione per la carità mancata è occuparsi del sistema pensionistico insostenibile, delle liste d’attesa per le tac, di tutto quel dovrebbe venir pagato con le tasse di chi le paga e non con le percentuali dei pandori, e quindi meno male che la Ferragni c’è e i suoi inciampi fanno da diversivo facendoci rimandare la rivoluzione armata a dopo l’happy hour.

I più spericolati si lanciano nello sport nazionale ogni volta che qualcuno ha un qualunque inciampo sull’internet: pronosticare che questo, proprio questo, sarà l’inciampo da cui non si rialzerà, su cui l’impero si sbriciolerà, che ridurrà la capra espiatoria della settimana a trovarsi un lavoro vero.

Negli anni ho raccolto decine di casi che sembravano la fine del mondo e dopo una settimana erano dimenticati, e mi fa sempre molto ridere la piattissima curva d’apprendimento dell’umanità. L’anno scorso una tizia dell’Instagram fece un video dicendo che i vecchi dovevano morire perché votavano a destra. In quei giorni mi trovai a una cena alla quale tutti i presenti dicevano «mai»: mai c’è stato un simile contraccolpo a una brutta figura, mai si riprenderà la sua carriera, mai il Corriere o il Tg1 si erano occupati di stigmatizzare una influencer.

Era vero? No, naturalmente: era che quella tizia lì gli invitati a quella cena la conoscevano, e degli altri mille la cui carriera è per tre giorni sembrata brasata non avevano il numero di telefono, e quindi avevano notato meno i relativi scandali. (Ovviamente la tizia è tornata a fare tutte le instavendite che faceva, con lo stesso giro d’affari di prima; abbiamo una memoria da pesci rossi, e meno male: ci manca pure la condanna a vita perché dici puttanate nella telecamera del telefono).

Però questa volta era diverso. Perché il ricatto dei bambini malati ai quali doni ti dà quel che ti serve quando la gente rischia d’irritarsi perché sei troppo ricca: farti sembrare una dei buoni. Ma il ricatto dei bambini malati ai quali sottrai è invece quello che permette agli antipatizzanti di avere finalmente un argomento che non sembri stizzoso nei tuoi confronti: ti sei fatta dare un milione per fingere di fare beneficenza ai bambini malati, che schifo, per te c’è un girone dell’inferno sotto a quello dell’inventore del grès porcellanato.

Questa volta era come se Chiara Ferragni avesse rapinato un orfanotrofio per comprarsi la trentunesima Birkin, questa volta era imperdonabile, questa volta come diavolo ne usciva. Ne è uscita con una combinazione di immedesimabilità, Bonaventura, e quiet luxury, che mi fa pensare che finalmente abbia ingaggiato qualcuno di costoso (cioè: di capace) per gestire le crisi.

Si è messa davanti alla telecamera del telefono con la solita medietà che la fa percepire avvicinabile dalle masse, la matita più scura del rossetto e altre orrendità da non ben nata. Aveva però addosso un cardigan di quelli che dicono «di me vi potete fidare perché fin da piccina ho dei golf di cashmere che uso come vestaglie». Piangeva, naturalmente. E, come Bonaventura che sventola l’assegno, ha detto che darà un milione all’ospedale infantile Regina Margherita.

Poi, consapevole (scommetto un soldino che gliel’ha detto il nuovo consulente per le crisi) che l’identità pubblica di alcuni è fondata sulla moralizzazione delle gesta ferragniche, e sapendoli pronti a dirle che, avendo lei annunciato ricorso contro il provvedimento dell’Antitrust, se le revocano la multa va comunque in pari, ha specificato: se la multa verrà ridotta, aggiungerò la differenza al milione di euro.

Significa: di milioni ce ne rimetto comunque due tra multa e donazione. Ma significa anche: Antitrust, mettiti una mano sulla coscienza, vuoi multarmi privando i bambini malati del secondo milione? Vuoi assumerti la responsabilità di fare come chi compra i biscotti della marca che non dona in beneficenza?

Non avrei saputo concepirla meglio. Certo, spende due milioni di euro (avendone incassato da Balocco solo uno), ma se riesce col ricatto dei bambini malati (che, come vale contro di lei, dovrebbe valere anche a suo favore) a farsi assolvere in appello, beh, il consulente s’è guadagnato l’onorario.

Poi, certo, c’è l’indotto negativo. La Meloni che l’accusa d’improprio profitto panettonico, la sinistra che allora corre a difenderla, il marito che chiede alla Meloni se anche i suoi ministri si assumano responsabilità e ci mettano soldi loro come fa la di lui moglie, i giorni senza pubblicizzare niente causa intoppo pandorico che sono pure giorni sotto Natale e chissà quante sponsorizzazioni ci ha rimesso.

Ma, sopratutto, il milione di Bonaventura. L’impressione è che Chiara Ferragni dica «devolverò un milione di euro» con la disinvoltura con cui voi o io daremmo una moneta da due euro al fattorino di Glovo. Come impatterà questo su ciò che conta davvero, cioè non sulla sua reputazione di baluardo della beneficenza, ma sulla sua credibilità di testimonial di sofficini, bibite gassate, e altri consumi da poveri?

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