Occidente americanizzatoL’era in cui ogni cosa è appaltata alla buona volontà dei cittadini (ovvero la fine della civiltà)

Dalle mance nei locali alla sicurezza sul trasporto pubblico, fino alla valutazione della qualità dei ristoranti, tutto ciò che dovrebbe essere responsabilità dello Stato o delle aziende ricade sulla capacità di noialtri di collaborare. Ma siamo sicuri?

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Eravamo una civiltà, un tempo. No, non sto dicendo che abbiamo duemila anni di storia e quindi cosa importa se a Roma non raccolgono la spazzatura vuoi mettere quante rovine da visitare. Sto parlando di quando eravamo adulti, prima dell’americanizzazione dell’occidente.

Avevamo uno stato, persino. Quand’ero piccina lessi un’intervista in cui Jack Nicholson diceva che non capiva il senso della beneficenza: lui pagava le tasse, ai bisognosi doveva pensarci chi incassava le sue tasse. Era così figo che ero pronta a dargli ragione comunque, ma non è che mi fosse chiarissimo il punto: certo che a chi ha bisogno pensa lo stato, chi altro deve pensarci?

A un certo punto ho iniziato a frequentare più assiduamente l’America, e a sconvolgermi non è stata innanzitutto la loro idea che sia normale dormire col fucile sotto al cuscino. Non è stata neppure, non principalmente, la primitiva condizione delle donne in un posto in cui esse si ritengono emancipate ma hanno del matrimonio la considerazione che se ne ha in Molise, e diritti elementari quali il congedo di maternità sono generose concessioni a discrezione del datore di lavoro.

A sconvolgermi sono state le mance, che non integrano ma sostituiscono lo stipendio. Ma perché devo essere responsabile io, che voglio solo mangiare fuori e per farlo pago un hamburger trenta dollari, del sostentamento delle cameriere che assumi tu? Non voglio collaborare, non voglio sentirmi responsabilizzata, non voglio fare parte del sistema ubriaco che pensa ai pronomi invece che alla differenza tra capitalismo e carità.

Poi è diventato tutto così. Tutto richiede collaborazione. A Londra, nel metrò c’è una pubblicità in cui da una bocca escono tre fumetti: qual è la prossima fermata?; che ore sono?; dov’è diretto questo treno? Sono tre delle piccole domande con cui, ci promette la pubblicità progresso, possiamo sventare l’hate crime, i reati d’odio. Se ce la sentiamo, possiamo interrompere l’hate crime attaccando bottone non col malvivente ma col suo bersaglio.

Mi facevano già ridere quelli che traducevano hate crime con crimine (che in italiano ha un’accezione un po’ più grave di quanto lo sia il reato d’odio di dirmi «brutta culona, scansati sennò ostruisci l’uscita»); adesso ogni volta penserò a un crimine che puoi sventare chiedendo che ora è alla vittima, e non riuscirò a restare seria.

Ci credono davvero. Sui treni che portano a Londra dalla provincia, la voce dall’altoparlante raccomanda: see it, say it, sorted. Gentili signori inglesi, capisco non vogliate credermi e pensiate io sia solo una vile cittadina media che se vede qualcosa invece di dire qualcosa si fa i fatti suoi valutando più il proprio quieto vivere che la sicurezza altrui, ma: questo è pensiero magico. Se vedo qualcosa di strano e lo dico poi il passaggio automatico è che è tutto sistemato? Che cos’è, il batsegnale?

Il fatto è che la sicurezza dei cittadini è appaltata alla buona volontà degli altri cittadini esattamente come la sussistenza del personale di servizio nei ristoranti americani è demandata alla buona volontà dei clienti. Perché costa meno, e perché a quanto pare di solo buon cuore vivono le inciviltà contemporanee.

Ogni volta che notifichi a Glovo che ti hanno portato l’ordine sbagliato, la povera operatrice dopo averti rimborsato ti dice che comparirà un questionario di valutazione e, sapendo bene che il cliente a digiuno perché gli hanno mandato un hamburger col pane ammuffito sarà poco incline a dire che il servizio ricevuto merita il massimo punteggio, mette su il tono di Benigni e Troisi nella lettera a Savonarola. Ti ricordo che la valutazione è solo per l’aiuto che hai ricevuto da me e non per l’esperienza in generale, ti scrive, dandoti del tu perché un’economia interamente basata sul sentimentalismo e sul ricatto emotivo e sulla carità certo non può permettersi formalismi. (Per non parlare di «esperienza», che quando eravamo piccoli era quella battuta di Oscar Wilde – esperienza è il nome che ognuno dà ai propri errori – e adesso è tutto, dal bere una birra artigianale al comprare una camicetta d’acrilico in saldo).

Come ci valuti?, mi chiede il wifi della stazione quando mi connetto. Come un servizio che mi fa perdere tempo a compilare sondaggi qualitativi invece di farmi connettere e mandare in fretta l’articolo a Linkiesta prima di perdere il treno. Premi una faccetta arrabbiata o sorridente prima di uscire, mi chiede un dispositivo di fianco alla porta d’uscita del laboratorio di analisi, demandando la gestione del personale a una clientela che si esprime a mezzo faccette smorfiose.

L’altro giorno ero nel locale più bello in cui fossi mai stata. Volevo vedere quale fosse la stazione del metrò più vicina, ma ho sbagliato a schiacciare e la mappa mi ha mandato sulle recensioni di TripAdvisor, istituzionalizzazione della richiesta di collaborazione alla clientela. Era pieno di lamentele di gente che probabilmente proiettava le proprie insicurezze, probabilmente si percepiva ignorata dal personale (gentilissimo, per quel che vedevo) perché complessata, probabilmente non era credibile. Ma io non potevo ignorare il sentimentalismo collettivo e continuare ad apprezzare il posto in cui mi trovavo, quindi mi sono alzata e me ne sono andata indignata. Sorted.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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