Vacanze di NataleIl pandoro di Ferragni, la reggibicchiere di Musk, l’inutilità degli staff, e i nuovi borghesi

La società del consenso obbliga gli influencer a mettere in mezzo la beneficenza, mentre solo i molto ricchi si possono permettere di fare i cattivi, infischiandosene delle conseguenze

Lapresse

«Regala Melegatti, demotivato miscredente». Quante cose sono cambiate, in quarant’anni. Tanto per cominciare, il pandoro lo vendeva Franca Valeri, perché eravamo ancora nel secolo del talento, e se ne avevi in misura gigantesca a nessuno importava che fossi ultrasessantenne, e nessuna vegliarda temeva di non sembrare ventenne.

Oggi, che le vegliarde corrono all’inseguimento della carne fresca e del relativo lessico, nessuna oserebbe dire «miscredente» nello spot d’un prodotto di fascia bassa: poi i giovani non capiscono, poi i giovani ti dicono «boomer» (scusate il lemma, è per farmi capire meglio dagli analfabeti).

Oggi, che le Valeri non è che abbondino, e comunque ci affaticheremmo ad apprezzarle, il mondo è di Chiara Ferragni, che è espressione del secolo del consenso e quindi, se pubblicizza un pandoro, deve farlo mettendoci di mezzo i bambini malati e la beneficenza, così poi noi possiamo farle la morale sui termini della carità e sentirci migliori.

Noi non avremmo mai preso un milione di euro in nome dei bambini malati, noi non avremmo mai prestato la nostra immagine a un’operazione così mal congegnata da farci multare, noi – soprattutto – non avremmo uno staff così scarso da formulare in maniera così attaccabile la comunicazione dell’iniziativa.

Oppure sì? Oppure tutti gli staff sono scarsi, e dobbiamo smetterla con la mistica sorkiniana dello staff che ti salva dalle tue distrazioni, che si accorge delle clausole scritte in piccolo, che non dorme la notte per studiare le sudate carte invece d’instagrammarsi l’addominale cercando di rimorchiare? Il più grosso danno che hanno fatto gli sceneggiati televisivi della fine del secolo scorso è stato convincerci che ci fossero gruppi di lavoro che facevano brillare il leader, lasciandoci qui a sorprenderci ogni volta che nella realtà qualche protagonista deve innanzitutto guardarsi da quei cialtroni dei suoi aiutanti.

Elon Musk è andato ad Atreju con un bambino in collo; era un bambino fatto in maniera tradizionale, a occhio: Musk ha dieci figli (ne ha fatti undici ma il primo è morto in culla; potrebbe averne fatti altri tre o quattro tra quando io scrivo e quando voi leggete), e i giornalisti italiani avevano troppa fretta di fare i brillanti per controllare quale fosse quello sul palco.

Dall’età mi pareva X, o come diavolo si chiama dopo che l’anagrafe californiana ha rifiutato i numeretti nel nome (conto che Musk sia il primo a chiamare ufficialmente una figlia Vongola75: non deludermi, Elon). X che è proprio stato partorito da quella che allora stava con Musk, più famiglia tradizionale di così neanche con la fuitina.

Ma se gli avvocati della Ferragni non controllano che i contratti con gli sponsor non la facciano finire multata dall’antitrust, figurarsi se i giornalisti che militano a sinistra possono controllare le modalità di gestazione di undici figli prima di twittare sagaci che, ah!, Musk è salito sul palco con un figlio avuto con la gestazione per altri, e ora come la mettiamo col reato universale?

(A volte mi viene il dubbio che a sinistra, quando dicono queste stronzate, ci credano davvero; mentre quest’idea balzana non mi viene mai per quegli altri. Che a destra dicano sul serio quando dicono che la gestazione per altri è il diavolo è un dubbio che non mi sfiora: che sia per questo che le elezioni le vincono loro, perché sanno stare sul confine tra propaganda e metodo Strasberg?).

Il bambino era il modo di Elon di dire «sono anch’io uno dei buoni, cuore di papà»? Non lo so, ma sospetto di no. Elon Musk è rimasto uno dei pochi a essere abbastanza ricchi da permettersi il lusso di stare tra i cattivi, di non fare il testimonial di beneficenza, di dire qualunque puttanata gli venga in mente.

Non vorrei citare Girard spaventando lettori che già hanno dovuto guglare “Strasberg”, ma la funzione sociale di Musk è quella del capro espiatorio. Era un attimo fa, che Zuckerberg era il miliardario che amavamo odiare. Poi è arrivato Musk, con la sua sbruffonaggine e il suo avere posizioni politiche impresentabili, ed ecco che quelli che due anni fa parlavano di Zuckerberg come la destra parla della gestazione per altri ora corrono su Threads perché insomma, mica si può stare sul social di Musk (e ancor meno si può non ascoltare tutto il giorno il suono della propria voce evitando di esprimersi su qualche social: pensate che ipotesi folle).

Il bambino sfoggiato da Musk non era pago d’essere accessorio di scena, prima ha cercato di portarlo via una tizia che non ho capito cosa facesse lì, poi è dovuta intervenire una guardia del corpo. A quel punto la tizia si è seduta con un blocco, e io ho pensato farà la traduzione simultanea, ma no, parlavano in inglese e chissà cosa capiva la platea.

Poi Elon ha chiesto alla tizia dell’acqua e quella ha riempito un bicchiere e poi l’ha retto per minuti mentre lui andava avanti a dire che l’ambientalismo si era spinto troppo oltre e considerava l’umanità un ingombro, e io pensavo chissà se questa reggibicchiere domani viene fotografata con lo scandalo che scomodiamo per quelle che reggono gli ombrelli in Formula 1, forse no solo perché non è in minigonna. Forse la tizia era lì in rappresentanza dell’inutilità degli staff, un tema che non può che stare a cuore a Giorgia Meloni.

Ho visto l’intervista a Musk sul canale YouTube di Nicola Porro, dove si avvisa che i sottotitoli sono fatti dall’intelligenza artificiale, e sento di poter rassicurare tutti quelli che temono sia una pericolosa concorrente: Porro e Musk parlano di cows, e l’intelligenza ferma alla prima lezione traduce «cavalli». Nessuno vi arrubberà il lavoro, finché saprete tradurre «the cat is under the table».

Negli anni Ottanta, quando dava del demotivato miscredente a Babbo Natale, Franca Valeri prometteva ai consumatori italiani un «Natale d’oro»: in palio tra gli acquirenti di pandori da supermercato c’erano macchine Ferrari, pellicce di visone, cucine Scavolini, tutto il repertorio di consumismo di quel decennio in cui non ci eravamo americanizzati abbastanza da lavar via il senso di colpa con la beneficenza, in cui essere ricchi ci sembrava un obiettivo e non un imbarazzo (probabilmente perché lo si diventava col talento, o al più ereditando: mica accendendo la telecamera del telefono).

Chissà se all’epoca non ci furono polemiche perché avvocati e notai e assistenti di attrici sapevano fare il loro lavoro, e i concorsi a premi avevano regolamenti impeccabili, e i traduttori (o anche i bambini al primo anno d’inglese) distinguevano una mucca da un cavallo. O perché noialtri avevamo vite meno vuote, e nessun bisogno di movimentarcele andando a caccia delle magagne nei pandori benefici.

La carta «hai fatto finta di fare beneficenza ai bambini malati, vergogna» è così pigliatutto che entra persino nel comizio finale di Giorgia Meloni, che chiude Atreju, tra un pizzino al suo ex autoinvitato e un’evocazione dickensiana dei lavoratori da lei difesi, quelli con «le scarpe piene di fango», con un invito a diffidare di questa gente che promuove «carissimi panettoni con i quali si fa credere che si farà beneficenza». E, coi pandori da nove euro intercambiabili coi panettoni artigianali, non so il dibattito sugli influencer ma di sicuro quello sui dolci di Natale è concluso. 

Dice Enrico Vanzina che in “Vacanze di Natale”, uscito questa settimana quarant’anni fa, lui e suo fratello Carlo immortalarono l’inizio della mutazione: «La vecchia borghesia italiana che aveva sempre creduto nell’essere, puntando tutto sull’istruzione, la cultura, insomma sul miglioramento sociale attraverso la conoscenza, in quegli anni cominciò a inglobare nuovi borghesi che sbavavano per l’avere».

Sarà, però a me quelli dell’avere le Ferrari in palio parevano meno scemi di questi dell’essere benefici. A un certo punto il proprietario del locale dove Jerry Calà suona il pianoforte lo vuole umiliare, e per farlo sceglie di chiamarlo come il musicista del quale non sarà mai all’altezza: «Sta’ a sentire, Gershwin».

Penso a un film popolare di oggi, a una commedia in uscita a Natale, i cui sceneggiatori usino Gershwin come antonomasia di musicista. Penso ai produttori che cassano la battuta dicendo ma siete scemi, la gente non capisce: non li vedete che son tutti lì che guglano “antonomasia” e “miscredente” e “come si dice in inglese mucca”?