Dividendo esteticoCollezionare opere d’arte è diventato uno status symbol?

Anche i commercialisti hanno un’anima e amano il bello, come dimostra Emilio Bordoli. A metà strada tra collezionismo e investimento, la linea guida della collezione permette infatti di rimanere al passo con i tempi e con le nuove sensibilità artistiche, prima che si affermino e che diventino troppo care per essere acquistate

Angelina Jolie In Poppy Field, David La Chapelle, 2001. Collezione Bordoli

Insieme a suo fratello Riccardo, Emilio Bordoli, Dottore Commercialista nato nel 1964, è proprietario dell’importante studio di consulenza aziendale Bordoli, che ha sedi sia a Erba sia a Roma, oltre che corrispondenti in tutto il mondo. Da oltre quindici anni, Bordoli ricopre prestigiosi incarichi ministeriali, tra cui la presidenza del Nucleo di Valutazione degli Investimenti presso il Ministero dell’Interno. È stato anche Consigliere Economico di diversi Ministri. Quasi per caso, venticinque anni fa ha cominciato a “raccogliere” opere d’arte, dando vita a un’eterogenea collezione, guidata sempre dalla volontà di unire l’utile al dilettevole, ovvero il bello dell’arte con la “bussola” dell’investimento per il futuro. La collezione ospita così oggi nomi importanti, tra i quali Eleanor Antin, Jan de Cock, Qattara Watts, Wang Qingsong, Shepard Fairey e Maurizio Galimberti.

Mosso dalla volontà di differenziarsi e risultare più vicini alla propria clientela molto profilata, lo studio si è aperto nel 2005 all’arte contemporanea, ospitando quasi cento opere d’arte: tanta fotografia e pittura, anche se il sogno di un parco di scultura è sempre (più) presente. Ciò che distingue Emilio Bordoli dai collezionisti d’arte – che hanno portato l’arte nelle loro aziende finora intervistati – è il dinamismo con opere “nuove”, appena fatte, che sostituiscono alcune considerate “vecchie” o superate. Cifra caratteristica risulta così essere il fatto che la collezione è in continua evoluzione all’insegna di un essere “contemporanei” costi quel che costi, quasi un imperativo categorico.

Studio Bordoli con un’opera di Eleanor Antin. The artist’s studio, From the last days of Pompei, 2004

Figlio di uno tra i più grandi collezionisti (Giorgio Bordoli) di incisioni antiche in particolare del Lago di Como, quando cominciò a interessarsi all’arte contemporanea?
Nel 1999 nacque la mia terza figlia e passavo notti insonni a fare zapping in televisione. Incontrai così le televendite: tanti imbonitori, ma anche tante lezioni e pillole d’arte. Fu un amore improvviso e definitivo. Comprai subito un quadro di Mario Schifano con le famose palme, poi un bellissimo Tancredi del 1951 e poi non mi fermai più. Col tempo, però, cominciai anche a vendere ciò che non mi convinceva più, tra cui lo stesso Schifano, i cui colori troppo accesi non incontravano il mio gusto.

Quale fu la scintilla di questo “colpo di fulmine” alla base della sua collezione?
Probabilmente la lezione di mio padre. Mio padre in tutto – non solo nell’arte – è stato il mio mentore. Io, forse anche per reazione, non riuscii mai ad apprezzare fino in fondo la sua bulimia per l’arte antica, ma è qualcosa con cui sono cresciuto. Non solo: quella di mio padre non era un semplice e irrazionale passatempo, ma un vero approccio ai soldi. Da lui ho così ereditato l’idiosincrasia per tutti gli investimenti finanziari, preferendogli tutti quei beni di pregio infungibili…dalle auto vintage all’arte. L’arte contemporanea per me risponde a questo bisogno di investire in modo intelligente: è “facile” da accumulare, non richiede manutenzioni e dà grandi gioie quotidiane. Il cosiddetto “dividendo estetico”!

Li Wei Falls To Earth, Li Wei. Bordoli Collection

E in effetti lei ora ha accumulato più di trecentocinquanta opere, dove le ha esposte?
Lo spazio è e rimane una questione cruciale nel collezionismo ed è la prima ragione per me – senza finte ipocrisie – per portare l’arte al di fuori delle mura domestiche. È stata perciò una delle ragioni principali per cui nel 2005 ho portato parte della collezione in azienda. Ora che anche lo studio è saturo, non amando più fare così tanti buchi alle pareti, diverse opere sono finite in caveau. Anche se non esposte, io però mi ricordo di tutte le mie opere, per cui ho creato addirittura l’app “operae” per gestirle anche dallo smartphone! Del resto, continuo a comprare sempre ciò che reputo essere un buon investimento e che al contempo mi dia emozione. Se manca uno di questi elementi, non acquisisco l’opera.

Nel suo studio sono custodite quasi cento opere su trecentocinquanta della sua collezione: solo bisogno di spazio? In che modo le ha selezionate?
Oltre al bisogno di pareti, la mia decisione fu mossa dalla duplice considerazione che l’arte è una fonte di status e appaga l’occhio e la mente nel luogo in cui trascorro più tempo: l’ufficio. Lo spazio è quindi stato “arredato” soprattutto con le opere fotografiche, perché il mio gusto estetico mi porta a rifuggire dalle commistioni eccessive tra tele e fotografie. La scelta dell’allestimento è quindi stata motivata prevalentemente da questioni estetico-spaziali: le opere devono vivere bene nello spazio in cui vengono collocate. La fotografia poi personalmente mi tranquillizza – suscitandomi meno interrogativi – e perciò nel luogo di lavoro la preferisco alla pittura.

O’ Sole Mio, Schifano, 1981

Come vivono con l’arte le dodici persone che lavorano insieme a lei lo studio? E i suoi clienti?
Tutti amano lavorare nel bello e quindi non possono che apprezzarlo. Negli anni ho imparato che lo spazio va consolidato visivamente e ho preferito non attuare troppi stravolgimenti nell’allestimento. Lo studio è l’unica parte della mia collezione abbastanza statica e consolidata. Se è vero che le opere ci differenziano e vengono apprezzate dai clienti – cha a volte arrivano a emularmi –, non può essere né diventare un elemento repulsivo o di fastidio per chi lavora. È un bel contorno, unico nel suo genere.

Lei ha promosso in vent’anni due grandi mostre a Como e Milano per celebrare anniversari dello “storico” studio di famiglia: Pino Pascali a San Francesco nel 2008 a Como e Picasso Metamorfosi nel 2018 a Milano. Tali investimenti hanno avuto anche una funzione di marketing?
Direi di no. Erano momenti importanti per raccontarsi e dire chi siamo. Perciò, più che marketing ritorno a sottolineare il fatto che dobbiamo essere onesti e che l’arte ha una funzione di status nel mondo economico e degli affari, soprattutto per chi ha clienti importanti come noi. Certo, a me questo “status” pesa poco e viene quasi naturale, perché amo l’arte e investire in arte è per me uno dei piaceri più grandi. Insomma, sono riuscito a unire l’utile al dilettevole.

56 Treno Pino Pascali, 1964

La sua collezione evolve velocemente, di cosa si pente più spesso: delle vendite fatte o degli acquisti mancati?
La contemporaneità è per me dinamismo. Il gusto cambia e perciò nel tempo ho sostituito circa un terzo delle opere della mia collezione. Anche la prima opera è stata venduta. Il senso dell’arte contemporanea è essere al passo con i tempi e perciò amo comprare sempre quanto di più attuale ci sia nell’arte. Anche alcuni Boetti comprati vent’anni fa ora non avrebbe più senso comprarli. Perciò rispondo senz’altro che spesso mi pento di ciò non sono riuscito ad acquistare; mai di aver venduto qualcosa che reputavo “superato”. Certo, da molte opere non mi separo, come i Disegni di Pino Pascali o quelle di Accardi, Spalletti, Calzolari e degli artisti della transavanguardia. Molte di queste opere sono poi ricordi, per cui la sfera dell’investimento – per me sempre vera bussola – è ponderata da una dimensione inevitabilmente intima e personale.

Pittura, fotografia o scultura. Cosa preferisce?
Tutto! Come tutti ho cominciato dalla pittura e il primo amore non si scorda mai. La fotografia dal 2005 ed è come un’ossessione, ma è anche vero che un parco della scultura rimane il mio sogno più grande.

Jan De Cock, 2005. Collezione Bordoli

Passato e presente si intrecciano nel suo studio e nella sua passione per l’arte. E per il futuro: ha già pensato al passaggio generazionale dell’arte, anche in azienda?
È vero, a rileggere la storia dello Studio Bordoli/Pozzi, fondato nel 1935, l’arte è stata una presenza discreta ma persistente, intesa – come abbiamo detto – sempre in bilico tra passione personale, status e buon investimento. Mio padre aveva riempito delle sue preziose incisioni lo studio e anche ora, che siamo in spazi nuovi e più ampi, mio fratello Riccardo ha voluto rendere omaggio a questa storia esponendo una sua grande mappa rinascimentale. Mi piace pensare poi che ogni generazione possa portare qualcosa di nuovo e così ho fatto la mia parte, anche in azienda.

A proposito dei miei quattro figli, sono cresciuti nell’arte e con l’arte, quasi parallelamente alla mia collezione. La mia figlia più piccola a cinque anni già sapeva chi fosse Arman! Forse proprio per questo hanno maturato un forte interesse umanistico, oltre che una generale attitudine al bello. Non hanno studiato economia come me, ma hanno fatto e stanno facendo la loro strada (un medico, un’assistente sociale, una psicologa e un ingegnere). Se è vero che oggi non sono collezionisti, anche io alla loro età non lo ero, ma la malattia del “raccoglitore d’arte” – come diceva mio padre – è folgorante e improvvisa. Magari lo sarà più avanti anche per loro. Intanto non rinnegano le opere di papà, che chiedono per arredare le loro nuove case. Una buona premessa, che mi unisce a loro e che fa rivivere sotto nuova luce le opere che ho acquistato con passione per investimento, passione e bellezza.