«Dipende»Il whistleblowing all’italiana, e i soldi sprecati per andare a studiare ad Harvard

Il portale delle denunce quasi anonime di Gedi e le surreali presidi delle principali università americane, secondo le quali l’incitamento al genocidio degli ebrei non vìola il codice di condotta, al contrario di sbagliare un pronome

LaPresse

L’altro giorno, nella casella dei messaggi ricevuti su Instagram, ce n’era uno oscurato. L’interfaccia mi diceva che l’avevano nascosto in base alle hidden words che mi ero scelta, alle parole da cui voglio essere protetta.

Ovviamente, non ho mai scelto parole che non voglio vedere: me ne vengono in mente molte, e non credo siano le stesse che Instagram potrebbe mai immaginare io ritenessi offensive, ma non gliele ho mai segnalate, e quindi la scelta che avevano fatto era arbitraria e, immagino, generalista statunitense. Il messaggio conteneva quindi una parola che perlopiù la sensibilità americana ritiene offensiva.

Tenete a mente questo delizioso aneddoto incompleto: più tardi vi svelo come va a finire. Prima, giacché stamattina mi sono svegliata filosofa, chiediamoci: che cos’è una molestia? Cosa costituisce molestia? È una questione talmente soggettiva che persino chi stabilisce i termini per definirla poi è costretto a riadattarli di volta in volta.

Ieri ce n’erano due esempi interessanti. Uno è un portale di segnalazioni creato internamente da Gedi, il gruppo editoriale di, fra gli altri, Repubblica e Stampa. È un portale di whistleblowing, giacché gli italiani non sanno chiedere una bistecca al sangue in inglese ma gli piace usare parole impronunciabili (mai lezione fu meno appresa di quella di «jobs act»).

È un portale dove i dipendenti del gruppo editoriale possono denunciare al gruppo stesso casi di molestie o soprusi subiti da altri dipendenti (il che significa che noi ex collaboratrici di Repubblica non possiamo compilare una scheda dove dire che il tal caposervizio ci aveva messo una mano sul culo: un’altra grave discriminazione dei liberi professionisti in questa nazione fondata sul posto fisso. In realtà le regole – policy, si chiama sul portale – dicono che anche «i titolari di un rapporto di collaborazione» possono fare segnalazioni, ma poi in pratica non puoi accedere. Direzione risorse umane di Gedi, mandami un codice d’accesso: è per completezza letteraria, mica per fare casino).

Gedi non ha aperto il portale per un esperimento situazionista volto a far implodere l’azienda e liberare John Elkann dai passivi di bilancio: c’è un decreto legislativo, in vigore da quest’anno, per le aziende con più di duecentoquarantanove dipendenti, e dal 17 dicembre anche per le altre, che dice che devi dare modo ai lavoratori italiani di fare quella cosa che non sanno pronunciare, il whistleblower.

In lingua mia: di parlar male dell’azienda con l’azienda, non solo coi congiunti. In lingua loro: «A seguito del decreto legislativo 24/2023 riguardante la protezione di persone che segnalano violazioni del diritto dell’Unione Europea».

Se c’è una legge immagino che di portali così ne abbia o ne stia per avere uno ogni grande giornale e ogni tv, dal Corriere alla Rai, e immagino si somiglino tutti; ma io ho visto solo quello di Gedi, e mi attengo a quel che c’è lì.

La prima persona che mi ha parlato del portale Gedi mi ha detto che, dopo un paio di settimane dall’attivazione, era «già pieno di segnalazioni di molestie sessuali», ed era chiaramente una proiezione: dal portale puoi fare una segnalazione o controllare che esito abbia avuto una segnalazione che hai già fatto, ma non vedere quelle altrui, non verificare in quante abbiano già detto che Tizio Caio ha toccato loro il culo (sarebbe peraltro uno scintillante reality, lo sputtanamento di Tizio Caio: John Elkann, pensaci).

Andandone a guardare le parti pubbliche, ho trovato due dettagli interessanti. Una è il concetto di anonimato, che come sappiamo è fondamentale per chi fa la spia e non è figlio di Maria, rivisto all’italiana.

Tu segnali, la segnalazione viene ricevuta da «personale specificamente formato» (altro reality promettentissimo: John, quante idee ti regalo oggi), e colui che nelle linee-guida viene chiamato, maiuscolo, il Responsabile (una non vorrebbe dire «orwelliano», ma la costringono), colui che ha in carico la tua segnalazione, non può sapere chi sei. O quasi.

«Se hai indicato il tuo nome, o se invii la segnalazione come utente registrato, la tua identità resta nascosta anche al Responsabile, che comunque avrà la facoltà di visualizzarla se lo riterrà necessario». Denuncia pure serenamente: sei anonimo, a meno che non decidiamo che tu non lo sia più.

L’altro dettaglio che mi ha fatto riflettere è: cosa puoi denunciare? Copio dalle linee guida: «Il whistleblowing non riguarda le lamentele di carattere personale del segnalante». Cioè pensano che in questo secolo ci sia qualcuno che denunci qualche comportamento che prescinda dalle sue antipatie? Vaste programme.

«Le condotte illecite segnalate devono riguardare situazioni di cui il segnalante sia venuto direttamente o indirettamente a conoscenza, anche casualmente, in ragione del rapporto di lavoro e del ruolo rivestito. Le segnalazioni fondate sul sospetto o sul pettegolezzo non possono invece essere considerate meritevoli di tutela». Scusate, ma qual è la differenza tra «indirettamente» e «sospetto o pettegolezzo»? Se chiedete a me e a Truman Capote e ad Alfonso Signorini diamo tre risposte diverse (due, essendo Capote non più abile alla conversazione).

Quindi è una molestia se è capitato a me proprio a me solo a me, ma tuttavia non dev’essere di carattere personale. Siamo dalle parti del comma 22. E non è una molestia in quali casi? Le eccezioni di Gedi sono diverse da quelle di Harvard?

La seconda storia viene da quel luogo un tempo garanzia di livello intellettuale che sono le più prestigiose università americane. «Proprio uno da Mit», Massachussetts Institute of Technology, è ancora un modo comprensibile a tutti di dire che Sempronio non è proprio un cervellone. In Italia per la formulazione d’una simile antifrasi potremmo usare solo la Normale di Pisa: il vantaggio delle università italiane è che perlopiù non ci siamo mai illusi che fossero luoghi da cui potessero uscire altro che cialtroni che restando saldamente analfabeti prendevano tutti trenta.

In America, invece, è con un certo stupore che si scopre che, dalla pandemia, Harvard sta dando tutti 30 a tutti, e ci s’interroga se sia il caso di mettere un limite ai voti alti (lo fece già Princeton). Nelle stesse ore della notizia dei 30 politici, Felicity Huffman, che per aver pagato per falsificare i voti del test d’ingresso all’università della figlia si è fatta addirittura qualche giorno di galera, ha detto che la truffa le era sembrata «l’unico modo di garantire a mia figlia un futuro».

Vivi nel secolo in cui chiunque abbia avuto successo professionale, da Mark Zuckerberg in giù, l’ha fatto mollando gli studi. Perdipiù sei un’attrice famosa sposata con un attore famoso: veramente pensi che se tua figlia non entra alla facoltà di teatro (sì, studia quello) il suo futuro sarà rovinato e finirà a lavare i piatti in un ristorante messicano? È incredibile quanto la reputazione d’un’istituzione possa sopravvivere al suo declino.

Mentre Harvard distribuiva tutti 30 neanche fosse il Dams, e Huffman la feticizzava comunque, c’è stata un’audizione parlamentare con alcuni minuti molto interessanti. Dati i, come dire, peculiari comunicati che gli studenti di Harvard e altri giovani virgulti hanno firmato da quando è iniziata la guerra tra Israele e Hamas, il Congresso americano ha convocato le tre presidi del Mit, di Harvard, e di Penn (l’università della Pennsylvania).

La domanda che la deputata Elise Stefanik ha posto a tutte e tre era così semplice da costituire un perfettissimo sketch dei Monty Python: invocare il genocidio degli ebrei vìola il codice di condotta dell’università in materia di molestie e bullismo? Le tre sventurate sono concordi nel far sembrare Stefanik un gigante del pensiero rispondendo: beh, dipende. (Vi vedo che canticchiate: da che punto guardi il mondo tutto dipende).

Dipende dal contesto, dipende dalle azioni. Beh, no, non dipende dalle azioni, s’infervorava la Stefanik, senza misteriosamente formulare le due obiezioni più ovvie.

La prima delle quali riguardava l’affermazione delle tre signore sul diventare l’invocazione di genocidio un’infrazione «se sconfina nei fatti»: cioè se diventa in effetti genocidio? Ma, pulcine, se diventa genocidio è appunto genocidio. È se restano parole, che violano quelle puttanate che vi siete inventati: il bullismo, le microaggressioni e tutte quelle linee guida per cui, se ho capito bene, non posso osare dare per scontato che tu vada declinato al maschile se hai la barba, ma posso dirti «sporco giudeo» e Harvard mi assolverà per la legge del dipende.

La seconda è: siete per caso diventate Soncini? (Voglio ben sperare che la mia produzione letteraria sia un punto di riferimento per il Congresso degli Stati Uniti). Avete deciso che la libertà d’espressione o è estrema o non è? Perché però allora vale per tutto, dai trans ai musi gialli, mica gli ebrei sono figli della serva ma tutti gli altri bisogna stare attenti a non ferirli.

Non vi sarete, spero, già dimenticati del messaggio che Meta, multinazionale che ha reso miliardario uno che ha mollato Harvard senza laurearsi, ha nascosto dalla mia inbox di Instagram. Il messaggio veniva da una che mi aspettava invano dal parrucchiere, e diceva: «Qui ci sono solo dei cinesi che giocano coi cellulari». Quindi «cinesi», per i parametri di bullismo e molestie e microaggressioni della California, è una parola indicibile.

Ma, poiché abbiamo stabilito che la molestia è un concetto elastico e personale, io a questo punto vorrei sapere: c’è un portale del whistleblowing di Meta? Vorrei segnalare che sono stata microaggredita dalla loro interfaccia che mi occulta i cinesi e ostacola lo scambio interculturale.