Sale la tensione in Sud AmericaMaduro vince il referendum per l’annessione al Venezuela di una ricca regione della Guyana

Caracas rivendica il territorio di Esequiba, ricco di petrolio e materie prime. Il voto era considerato una mossa propagandistica del presidente autoritario, ma ora non è chiaro cosa succederà. Ieri il presidente della Guyana, Irfaan Ali, ha ribadito: «L’Esequiba è nostra, siamo pronti a difendere ogni suo centimetro quadrato»

(La Presse)

«Una vittoria storica». Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha festeggiato con dichiarazioni roboanti la vittoria al referendum per l’annessione al territorio nazionale della Guayana Esequiba, regione della Guyana, un piccolo stato a est del Paese con soli 800mila abitanti. Un appuntamento elettorale su cui il presidente autoritario aveva puntato tutte le carte, lanciandosi in una sfida che accende un nuovo focolaio di tensioni in America Latina.

La Guayana Esequiba è un territorio di 160 mila chilometri quadrati ricco di petrolio e risorse naturali, che il Venezuela rivendica come proprio da circa due secoli. Il referendum era considerato un tentativo di Maduro di aumentare la propria popolarità in vista delle elezioni dell’anno prossimo, ma come prevedibile ha fatto aumentare le tensioni con la Guyana, che lo ha ritenuto una provocazione esplicita.

Il referendum è stato approvato con oltre il 90 per cento dei sì e un’affluenza vicina al 50 per cento. I cinque quesiti proponevano di creare nella regione di Esequiba uno stato venezuelano, da incorporare nel territorio del Paese, e di estendere la cittadinanza venezuelana agli abitanti dell’area. Proponeva anche di opporsi con tutti i mezzi alla «pretesa» della Guyana di «disporre unilateralmente di un mare ancora da delimitare, illegalmente e in violazione del diritto internazionale» e di togliere alla Corte Internazionale di Giustizia la giurisdizione sulle dispute territoriali alla Guayana Esequiba. Il tutto, però, senza il permesso della Guyana.

Il governo di Maduro aveva sostenuto l’annessione del territorio con un’enorme campagna con concerti, mostre fotografiche e vendita di merchandising. La Guyana aveva già fatto sapere che non avrebbe riconosciuto i risultati del referendum, e il ministro degli Esteri del paese, Robert Persaud, aveva scritto che le rivendicazioni del Venezuela avevano portato «livelli di tensioni senza precedenti tra i due Paesi».

Non è comunque chiaro cosa farà adesso il governo del Venezuela. Il territorio faceva parte del Venezuela ai tempi del colonialismo spagnolo. Nel 1811 il Venezuela ottenne l’indipendenza dalla Spagna e la Guayana Esequiba divenne oggetto di una disputa con le potenze coloniali che allora occupavano la Guyana. Prima fu territorio dei Paesi Bassi e poi del Regno Unito, motivo per cui in Guyana si parla inglese.

Nel 1899 una sentenza di arbitrato internazionale stabilì che la Guayana Esequiba apparteneva al Regno Unito, che la integrò nella Guyana britannica. Nel 1966, quando la Guyana ottenne l’indipendenza da LOndra, le rivendicazioni venezualane ricominciarono. Nel 2018 la Guyana ha chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia di dichiarare il confine attuale come legittimo e vincolante. La Corte ha preso in carico il caso ad aprile 2023, ma per una decisione definitiva potrebbe volerci qualche anno.

Quando Maduro ha promosso il referendum lanciando una massiccia campagna, la Guyana ha chiesto alle Nazioni Unite di impedire la consultazione. La Corte, venerdì scorso, ha respinto la richiesta e ha autorizzato il referendum. Ma ha anche avvertito Caracas di non forzare la mano e di «astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che possa alterare il controllo della Guyana sull’Esequiba».

La creazione di uno stato venezuelano probabilmente richiederebbe un intervento militare, che al momento non sembra un’opzione concreta. Sia gli Stati Uniti sia la Gran Bretagna osservano con preoccupazione quello che sta accadendo. Lungo i confini della Guyana, nel nord est del Continente, si ammassano contingenti militari. Sia dal Brasile, preoccupato per quello che potrebbe accadere, sia dalla Guyana.

«Quella terra appartiene a noi, è stata difesa dai nostri liberatori e tornerà a esserlo», ha detto Maduro poche ore prima dell’apertura dei seggi. Ma dietro lo slancio per il referendum si nascondono altre verità. Maduro è in difficoltà e ha bisogno di giocarsi la carta nazionalista e patriottica per ritrovare il consenso tra la popolazione crollato ai minimi storici, con il Paese che è in una crisi catastrofica. Mentre Corina Machado, leader della destra e potenziale candidata alle prossime elezioni del 2024, rischia di batterlo.

Poi c’è un motivo economico. La Guyana si è scoperta ricchissima, dopo che la Exxson Mobil ha individuato oltre 30 giacimenti di petrolio al largo delle coste sull’Atlantico. I siti si trovano proprio all’altezza del fiume Esequibo. Da quattro anni nella regione hanno iniziato a produrre quasi 400 mila barili al giorno.

Questo tesoro ha fatto uscire dalla miseria il più povero e piccolo Stato dell’America meridionale. Tutte le previsioni assicurano che la Guyana ha molte possibilità di diventare il paese più ricco della regione. Nicolás Maduro lo sa. Ma ieri il presidente della Guyana, Irfaan Ali, vestito in mimetica e davanti ai soldati schierati alla frontiera, ha ribadito: «L’Esequiba è nostra, siamo pronti a difendere ogni suo centimetro quadrato».

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