Fuori tempoLa schizofrenica (e ormai superata) retorica antieuropeista di Salvini

Il segretario della Lega si lancia nelle solite dichiarazioni roboanti su immigrazione, pensioni e autonomia differenziata, ma sembra distante rispetto al sentire del Paese reale. E il voto delle elezioni europee certificherà il suo declino politico a favore di Meloni

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Matteo Salvini ha aderito alla manifestazione pro-Israele di ieri sera a Roma: bravo. «Chi non è con Israele è fascista», ha detto qualche giorno prima di riunirsi a Firenze con i fascisti di mezza Europa. O non sa cosa significhi essere fascisti o è schizofrenico. O tutt’e due le cose insieme. Possibile che non si renda conto di chi siano i tedeschi di Alternative für Deutschland e gli altri figuri del sovranismo fascistoide europeo?

Eppure il capo leghista si è imbarcato su questa goletta nera che spara le sue cannonate a salve contro l’Europa, un bersaglio antistorico che forse andava bene qualche anno fa, quando la propaganda insisteva con un minimo di successo imputando all’euro le disgrazie economiche dei meno abbienti o degli imprenditori impoveriti. Poi si è capito che l’euro ci ha salvato. E infine si è visto che la perfida Bruxelles ci ha dato duecentoquaranta miliardi che peraltro il suo numero due Giancarlo Giorgetti non sa come spendere, ma questo è un altro discorso. 

Ergo, il ministro del Ponte di Messina sta facendo una battaglia che anche dal punto propagandistico fa ridere: come i leggendari blob di Enrico Ghezzi, Salvini parla fuori sincrono. Si scatena contro Roberta Metsola, buona amica del collega vicepremier Antonio Tajani, due giorni prima che lei vada ad abbracciare Giorgia Meloni facendo imbufalire entrambi. 

È l’ultimo dei giapponesi che vive in una giungla tutta sua, paradossalmente oggi sembra lui il “fascista” (con le virgolette) tipo i missini che negli anni Settanta volevano il ritorno del Duce. È un uomo che è rimasto indietro. Pensa di lucrare voti solidarizzando con il gioielliere chi ha ammazzato due persone beccandosi diciassette anni, lui, un ministro della Repubblica che dovrebbe rispettare leggi e sentenze invece di fare il ganassa all’osteria. 

Come anche sull’immigrazione: ancora soffia veleno contro i disperati che sbarcano sulle nostre coste, chiaramente non ha visto il film di Matteo Garrone, non ha appreso nulla dalla tragedia di Cutro, non legge le statistiche da dove risulta che il “suo” Nord ha bisogno di manodopera straniera come il pane: un’altra battaglia contro i mulini a vento. Come sulle pensioni, voleva abolire la Fornero, e la Fornero si è ulteriormente rafforzata. Come sull‘autonomia differenziata, una riforma complicatissima, pasticciata e mai veramente presa in considerazione da altri che non siano appunto Salvini e il vecchio Roberto Calderoli: tutto ciò che ricorda i fasti del federalismo sa di naftalina, roba da anni Novanta, l’Italia di tutto ha bisogno tranne che di nuove arlecchinate ed è un altro mulino a vento. 

È assai probabile che questo pensi anche Giorgia Meloni, una che dall’alto del suo trenta per cento ormai se ne infischia delle mattane di Salvini, detentore di un inaudito trentaquattro per cento preso alle Europee di cinque anni fa: perderà probabilmente tipo venticinque punti, più o meno quelli che Giorgia guadagnerà. 

Già, perché la sera del 9 giugno sulle mitiche schermate televisive si vedrà esattamente questo: Lega -25, FdI +25: bel contributo a Marine Le Pen e Geert Wilters, i capi sovranisti neri che disertando Firenze hanno mostrato di considerare il leghista un problema più che una risorsa. Isolato in Europa, in Italia, costretto ad andare ogni mattina in un ministero di cui non gli interessa nulla a parte il plastico del Ponte che mai si farà, Salvini-Don Chisciotte inciampa a ogni passo davanti allo stupefatto nervosismo dei leghisti con del sale in zucca tipo Luca Zaia. Abbaia alla luna in attesa di partire lancia in resta contro qualche nuovo mulino a vento, uno degli ultimi, oramai, prima dello schianto di giugno.

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