Pedoni, portici e scaldabagnoFate quello che volete con la «città 30», ma almeno datemi l’acqua calda

Bocciata quattro volte alla patente, posso permettermi di non prendere posizione nella guerra civile bolognese sui limiti di velocità urbana, e rischiare serenamente la vita con i monopattini

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È un sabato un paio di settimane prima di Natale, e io ho avuto la pessima idea di farmi dare un appuntamento nel centro di Bologna, dove quarantacinque anni fa non si perdeva neanche un bambino, e ora bestemmiano pure i bambini perché le principali strade del centro di Bologna nel weekend sono pedonalizzate, e quindi un inferno di folla che vagabonda in mezzo alla strada.

Sentendomi intelligentissima, decido di evitare le arterie principali e di tagliare da via Clavature, una delle vie del commercio che vanno verso piazza Maggiore. Via Clavature è fitta di gente come la spiaggia di Riccione nel 1965 (cioè quando Dino Risi fece uscire “L’ombrellone”, le cui scene riprese dal vero di spiagge affollate potrebbero farvi venire crisi di panico e di misantropia).

Fitta di gente immobile quanto quella che prendeva il sole in riviera romagnola, e io penso ma sarò cretina, ma perché sono passata di qua, ma questi imbecilli perché stanno fermi in mezzo alla strada. Arrivata quasi a metà, mi viene svelato l’arcano.

La gente è ferma perché, da una traversa, è arrivato un pirla a bordo d’una Ferrari verde pisello che tenta di attraversare la via, ma non può perché intorno a lui ci sono decine di pedoni immobili e non vuole rischiare d’investirli e diventare l’esempio che il sindaco Matteo Lepore userà per perorare la giustezza di «città 30».

Chi è il genio che, di sabato pomeriggio pedonalizzato, va in centro con una Ferrari verde pisello? Chi sono i geni che si fermano a guardarlo ostacolando il transito degli infelici pochi che devono andare da qualche parte? E come mai io sono così genio del purissimo presente da non essere pronta a fotografare l’assediato cofano verde pisello?

Ripenso a mister verde pisello l’altra mattina, quando alla mia porta bolognese si presenta, per la quinta volta in due mesi, il tecnico dello scaldabagno. Sono a Bologna apposta per lui, non ero qui a lavarmi con l’acqua fredda finora e quindi mi sono persa i primi due giorni di, come la chiamano i sindaci sloganisti, «città 30». Significa che in centro si va al massimo ai 30 all’ora, che non so bene cosa significhi per due ragioni.

La prima è che mi hanno bocciato quattro volte alla patente, trentatré anni fa, e ho deciso allora che non avrei più buttato soldi in scuole guida, e insomma non guido e non ho idea delle velocità. Mi pare che in motorino si andasse intorno ai 40, ma sono più di vent’anni che non uso neanche quello.

La seconda ragione per cui non ho capito in cosa consista questo limite è che ho sentito mesi fa – nei mesi tra l’annuncio della nuova regola e il momento in cui hanno cominciato a fare multe a chi superava i 30, tre giorni fa – un’intervista al sindaco, Matteo Lepore. Diceva che in centro il limite è di trenta chilometri orari già da anni. Ma quindi a Bologna esiste un territorio fuori dal centro? Pensavo fosse una leggenda. Ma intende i colli? Quelli della Vespa di Cremonini? La mente vacilla.

Comunque. Apro la porta all’uomo più prezioso della mia vita, colui che mi ha installato uno scaldabagno che si è rotto cinque volte in due mesi, e, prima ancora di cominciare a svitare pannelli e dirmi che è colpa della fornitura di gas e delle mie assurde pretese di fare la doccia, quello mi chiede: lei è per la modernità?

Ho paura che ci sia un trucco, ho paura di risultare antipatica e che se ne vada lasciandomi con l’acqua fredda, cerco una risposta non sgradita, balbetto qualcosa sul fatto che sì, in effetti sono un amante del privilegio di fare la doccia calda a gennaio, ma mi rendo conto che è una fortuna da non dare per scontata, me ne sono resa conto l’ultima volta che la doccia calda è diventata gelida mentre ci stavo sotto, la settimana scorsa.

Ma lui vuole sapere altro, ed esplicita nella seconda domanda il suo interesse: lei è a favore o contro i 30 chilometri orari? Grazie mia inettitudine grazie, che mi permetti di dire «non ho la patente» e non rischiare di dare la risposta sbagliata: lui sarà a favore o contro, nella guerra civile che raccontano i bolognesi, tra coloro che ritengono che andare a trenta all’ora ci renderà immortali, e coloro che la ritengono una gravissima lesione delle libertà civili?

«Io le puttanate che hanno scritto per prendere questo provvedimento le ho lette tutte», mi dice il tassista che mi porta in stazione il mattino dopo, e che appartiene al novero dei non entusiasti. «Einstein si rivolta nella tomba», dice riferendosi all’affermazione del sindaco, invero antintuitiva, che per andare in un posto ai trenta all’ora o ai cinquanta ci si metta lo stesso tempo. Quando dico anche a lui che non ho la patente, gongola: ah, come il penultimo assessore al traffico. Penso meno male, le mie bocciature non m’impediranno l’ambita carriera negli assessorati. 

Le macchine che vanno oltre i 30 (a 40? a 180? non si sa) e investono gente che poi muore sono, dice il sindaco ospite d’un programma televisivo, la seconda causa d’infortunio dopo il Covid. Ma il Covid è una malattia, mica un infortunio. Vabbè, ora non pretenderemo che il sindaco parli come un madrelingua, sennò non ne usciamo più.

Non m’è mai capitato di rischiare la vita per una macchina troppo veloce (anche perché, con le voragini di buche che ci sono nelle strade di Bologna, se uno va veloce gli partono le sospensioni: se proprio dobbiamo citare un Dalla, mi sembra che «ogni strada c’è una buca» sia un verso più adeguato al presente, rispetto a quello in cui non si perde neanche un bambino); in compenso, rischio la vita – non solo a Bologna: in misura minore, anche a Milano – ogni volta che non vedo arrivare un ciclista senza luci.

Perché i ciclisti non accendono la luce? C’è una spiegazione filosofica? È un impegno religioso? Se sei in una strada poco illuminata – come praticamente tutte le strade bolognesi – e c’è il buio invernale, devi solo raccomandarti a san Luca perché non sfrecci un ciclista non illuminato in quel momento. (I 30 chilometri orari valgono anche per le bici? E per i monopattini? E per il film di Fabio De Luigi? I 50 chilometri all’ora verranno ritoccati sulle locandine? O le rimuoviamo direttamente perché costituiscono incitazione a delinquere? Fabio De Luigi sta al codice della strada come Leni Riefenstahl alla difesa della razza?).

Qualche domenica fa sulla Lettura c’era una conversazione tra Antonio Manzini e Samuele Bersani, che s’interrogavano sul perché Bologna fosse così buia, e non trovavano la risposta. Bastava chiedere a me, che mi c’interrogo da cinquant’anni, che sono cresciuta in una casa che era buia anche a ferragosto, che ho un’ossessione per la luminosità: sono i portici. I portici ti tengono al buio anche con la luce a picco, i portici sono la ragione per cui, se vai a pranzo in un ristorante bolognese in una giornata di sole, sarà comunque come essere in una cantina alle dieci di sera.

E adesso, più che mai, i portici saranno anche quelli sotto i quali sfrecciano, a 50 o 60 all’ora, le bici e i monopattini e tutti gli attentati alla vita dei pedoni, uniche creature che abbiano senso in una città che si attraversa a piedi da un capo all’altro in meno d’un’ora.

Una città in cui però il povero pedone, che non inquina e non rappresenta un pericolo per gli altri, viene guardato malissimo dall’automobilista ai trenta all’ora: è colpa di quelli come lui, se a me tocca andare piano. Per nascondersi dallo sguardo assassino del tizio costretto ai 30 su una Ferrari verde pisello, il pedone si rifugia sotto al portico. È buio e pieno di cacche di cani, ma se riesce a schivare i monopattini magari torna a casa vivo.

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