Locomotiva spentaI settori trainanti dell’economia italiana non si sono davvero ripresi dall’ultima crisi

Il turismo e l’immobiliare, considerati cruciali per l’Italia e troppo spesso oggetto di sussidi e attenzioni, sono cresciuti meno delle attese nel periodo post-pandemico, soprattutto nel confronto con il resto d’Europa

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«Il mattone conviene sempre», «il turismo potrebbe essere il nostro petrolio». Ci sono luoghi comuni ancora più stereotipati, anche se pochi risultano, come direbbero i ragazzi della Generazione Z, più cringe di questi alle orecchie di chi ormai da tempo osserva e vive l’economia italiana e il suo declino. Probabilmente, però, non alle orecchie della politica, che al turismo e al mattone continua a dedicare moltissima attenzione, sotto forma di discussioni, leggi e, più concretamente, risorse. Che si tratti di battaglie contro la direttiva Bolkestein o delle polemiche e delle proposte sugli affitti brevi o dei nefasti bonus che prosciugano le casse dello Stato.

Se ne parla più che di altri settori che pure hanno un peso molto maggiore sull’economia italiana e che certamente hanno stanno avendo performance migliori.

Il 2023, infatti, non è stato un anno esaltante per il mondo del turismo italiano. In cinque mesi dei dieci per cui vi sono i dati il numero di notti trascorse nei nostri esercizi ricettivi è risultato essere inferiore al 2019, con un dato particolarmente negativo per luglio, che ha visto un calo del 14,31%, mentre in agosto c’è stato un progresso, ma solo dello 0,32%. Male, relativamente all’ultimo anno pre-Covid, anche febbraio, marzo, aprile e maggio. Molto positivi sono stati invece settembre e ottobre. I due mesi, però, in Italia vedono meno turismo che, rispettivamente, giugno e maggio.

Dati Eurostat

È andata mediamente meglio in Francia, in particolare in primavera, e soprattutto nelle nostre concorrenti mediterranee, Spagna e Grecia. In questi due casi è prevalso il segno più rispetto al 2019. Nel caso spagnolo il -0,38 per cento di agosto è stato più che compensato dagli aumenti di luglio, di aprile, maggio e ottobre, che non è bassa stagione allo stesso modo che in Italia.

Nel Paese ellenico, poi, tutti i mesi hanno visto un incremento rispetto al periodo pre-Covid e quelli estivi hanno confermato gli ottimi dati del 2018 e 2019, che avevano segnato un balzo importante.

Non a caso il confronto decennale vede proprio la Grecia al terzo posto europeo per aumento del numero di notti trascorse, +65,9 per cento, mentre l’Italia è agli ultimi, con un progresso inferiore alla media, del 13,4 per cento, sebbene riesca a battere la Francia.

A dimostrazione del declino dei redditi reali italiani nel nostro caso ad abbassare la media e a portarci in fondo alla classifica è il turismo interno. Questo, misurato in notti trascorse, è cresciuto solo del 7,3 per cento tra 2013 e 2023, meno che in ogni altro Paese, troppo poco per un’epoca che ha visto un boom dei viaggi a livello mondiale.

Non è bastato a compensare questo progresso troppo timido il buon aumento dei pernottamenti degli stranieri, +19,6 per cento, comunque sotto la media Ue.

I maggiori miglioramenti sono stati quelli di alcune destinazioni meno classiche, come i Paesi scandinavi, la Slovenia, la Polonia, oltre alla Grecia e alla Croazia, che probabilmente beneficiano di prezzi più abbordabili di quelli italiani o francesi.

Dati Eurostat, variazione dei pernottamenti

Come i dati mensili facevano intuire, l’Italia fa anche parte del gruppo di Paesi per cui nel 2023 ancora non c’è stato un recupero dei livelli del 2019. I pernottamenti sono stati l’1,6 per cento in meno e se per i Paesi Baltici e la Bulgaria il calo dipende molto dai mancati arrivi dei russi, per noi questo elemento ha contato molto meno.

La causa, infatti, anche in questo caso è della riduzione dei turisti italiani, -3,8 per cento, che non è stato compensato dal piccolo aumento, dello 0,5 per cento, di quelli degli stranieri.

È in parte anche per il fatto che il turismo non è, e non può essere, il nostro petrolio, che pure il mattone arranca, anzi, va molto peggio.

Sì, è vero, si parla di come i prezzi siano aumentati nelle grandi città e soprattutto in quello che in verità sembra un pezzo di estero in Italia, Milano, ma la realtà è che il declino italico non potrebbe forse essere descritto meglio che dall’andamento proprio dei prezzi medi.

In gran parte del Paese sono scesi dal 2010 in poi. La ripresa che si è avuta dal 2019, con il rimbalzo, in parte drogato, dell’edilizia non solo è stato inferiore all’inflazione, +11,4 per cento a fronte di un carovita del sedici per cento, ma non è neanche bastato a riportare i prezzi ai vecchi livelli, a differenza di quanto accaduto altrove.

È stridente il confronto con la Spagna, dove la discesa, dopo la crisi di dodici-quindici anni fa, era stata molto più ripida, ma in cui la risalita del valore degli immobili è cominciata nel 2015 e non si è fermata.

Altrove, poi, le cose sono andate in modo completamente diverso, la Francia ha visto un incremento dei prezzi del 32,7 per cento in tredici anni, mentre la Germania ha alzato la media europea grazie al rally del mattone che lo ha portato quasi a raddoppiare il suo valore tra 2010 e 2012. Da metà 2022 qui è in corso un deprezzamento molto netto, che tuttavia non ha ancora annullato gli aumenti passati.

Dati Eurostat

Persino gli affitti, nonostante abbiano avuto un trend meno negativo dei prezzi delle case, non hanno dato molte soddisfazioni a chi ha investito nel mattone. Per quanto chi cerca un appartamento a Milano possa fare fatica a crederci, nel complesso, in Italia, sono cresciuti solo del 4,9 per cento negli ultimi otto anni, mentre l’inflazione del 20,9 per cento. È un gap simile a quello che si vede in Francia, dove però il settore immobiliare se la cava molto meglio, e superiore a quello riscontrabile in Spagna e in Germania.

Dati Eurostat

In realtà è probabilmente proprio per questi numeri che mattone e turismo sono così tanto presenti e invadenti nel dibattito politico. Quando la torta si rimpicciolisce o cresce meno del previsto la lotta si fa più serrata, è molto spesso una guerra tra poveri, perché si tratta di comparti a basso valore aggiunto, soprattutto il turismo. Coinvolge tanti italiani, sia perché, essendo settori labour intensive, in molti ci lavorano, sia perché tutti si sono trovati a dover acquistare una casa e/o a fare una vacanza.

Il punto è che tale invadenza è a discapito di altro, dell’industria, dell’informatica, della ricerca. E se la stessa attenzione dedicata a bonus e detrazioni legate all’edilizia fosse diretta agli incentivi all’innovazione, alle fusioni tra imprese? Se le risorse per i tanti convegni sul rilancio del turismo di aree periferiche e le micro-agevolazioni a fondo perduto per alberghi, affittacamere bed & breakfast fossero usati per la formazione dei lavoratori e ridurre il mismatch che caratterizza il nostro mondo del lavoro?

Crogiolarci sui problemi dei settori che rappresentano in modo così chiaro il nostro declino non serve a risolverli. Come dimostrano le migliori performance degli altri Paesi solo la crescita di tutta l’economia, trainata però dai comparti più produttivi, può beneficiare anche turismo ed edilizia.