Cambiare la sanità Le emissioni del desflurano sono un ostacolo verso la neutralità carbonica

Questo anestetico è a tutti gli effetti un gas serra, ma il suo impatto sul clima è sottovalutato: utilizzarlo in un intervento chirurgico di sette ore comporta le stesse emissioni di un viaggio in auto di quindicimila chilometri. Esistono però delle alternative, come l’anestesia endovenosa e il sevoflurano

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Desflurano non è un nome familiare alla maggior parte delle persone, eppure i venti milioni di europei e i quaranta-cinquanta milioni di statunitensi che ogni anno si sottopongono a un intervento chirurgico ci hanno probabilmente già avuto a che fare. Si tratta infatti di un gas anestetico per inalazione comunemente impiegato per indurre e mantenere l’anestesia nei bambini e negli adulti, sia in ospedale che negli ambulatori. 

L’Unione europea ha deciso di limitarne l’uso, così come hanno già fatto alcuni Paesi. Il motivo è che il desflurano è un gas serra (come il metano o l’anidride carbonica) il cui potenziale di riscaldamento globale è duemilacinquecento volte superiore a quello della CO2: utilizzarlo in un intervento chirurgico di sette ore comporta all’incirca le stesse emissioni di un viaggio in auto di quindicimila chilometri. Ridurre drasticamente l’uso di questo gas anestetico potrebbe dunque aiutare a decarbonizzare il settore della sanità, che da solo copre il quattro-cinque per cento delle emissioni di anidride carbonica globali.

Le alternative al desflurano
Nel 2023 la Scozia è diventata la prima Nazione al mondo a vietare ufficialmente l’utilizzo del desflurano come anestetico, anche se decine di ospedali del Regno Unito negli anni precedenti avevano già scelto autonomamente di rinunciarvi per gli stessi motivi ambientali. Il Nhs, cioè il servizio sanitario nazionale, dal 2024 ha ufficialmente esteso il divieto anche agli ospedali inglesi, dove l’uso di questo anestetico sarà consentito solo in «circostanze eccezionali». 

Intervistato da Bbc, l’anestesista Kenneth Barker ha dichiarato di aver realizzato nel 2017, anno in cui l’uso del gas anestetico ha raggiunto il picco in Scozia, che «la quantità di desflurano che usavamo in una tipica giornata di lavoro come anestesista produceva emissioni equivalenti a quelle che avrei prodotto guidando quello stesso giorno per 670 miglia». Secondo un’analisi del Nhd del 2020, proibire l’uso del desflurano negli ospedali del Regno Unito significa tagliare una quota di emissioni pari a quelle prodotte annualmente dall’alimentazione energetica di undicimila case.

Tutti i gas anestetici per inalazione sono potenti gas a effetto serra e una volta espirati ed eliminati dagli apparecchi vengono semplicemente rilasciati nell’atmosfera, dove restano più o meno a lungo contribuendo all’innalzamento delle temperature globali. Il desflurano, che resiste nell’atmosfera per circa quattordici anni ed è ampiamente utilizzato negli Stati Uniti e nell’Unione europea, è solo una delle possibilità a disposizione del personale medico. Per l’anestesia cosciente, cioè per le procedure minori che si desidera rendere indolori ma senza indurre una perdita di coscienza, si usa in genere il protossido d’azoto. 

Questo gas ha un potenziale di riscaldamento globale duecentonovantotto volte superiore alla CO2, ma resiste nell’atmosfera per centoquattordici anni. Considerando anche potenza e concentrazione necessaria per avere effetto, il suo impatto sull’ambiente è considerato simile a quello del desflurano. L’isoflurano, un altro gas anestetico abbastanza diffuso, resiste invece nell’atmosfera per circa tre anni ed è cinquecentodieci volte più potente della CO2. L’alternativa migliore tra i gas anestetici sembra quindi essere il sevoflurano, che ha un potenziale di riscaldamento globale “solo” centotrenta volte superiore alla CO2 e rimane nell’atmosfera per un anno. 

In alternativa ai gas anestetici esiste anche l’anestesia totale indotta non per inalazione, ma tramite farmaci in endovena. Altre soluzioni per ridurre l’impatto ambientale dell’anestesia inalatoria prevedono invece l’uso di tecnologie che catturano i gas anestetici di scarto prima che vengano dispersi nell’atmosfera, così da poterli filtrare e riutilizzare. 

Questo gas anestetico “riciclato” mantiene immutate qualità ed efficacia. Simili tecnologie sono ancora una rarità, ma sono già utilizzate in alcuni ospedali in Austria e Germania, dove è già stata rilasciata l’autorizzazione da parte delle agenzie nazionali che si occupano di salute e sicurezza alimentare. L’azienda che fornisce tale tecnologia ha già fatto sapere che il prossimo passo sarà ottenere la stessa autorizzazione da parte dell’Agenzia europea per i medicinali.

Decarbonizzare la sanità  
Per accelerare la transizione verso la neutralità climatica, l’Unione europea pochi giorni fa ha concordato sulla necessità di tagliare drasticamente l’uso dei gas fluorurati a effetto serra, che rappresentano circa il 2,5 per cento delle emissioni di gas a effetto serra dell’Ue. L’obiettivo è eliminarli (quasi) completamente entro il 2030. Nella categoria rientra anche il desflurano, oltre ai gas usati ad esempio negli impianti di condizionamento, di refrigerazione e nelle pompe di calore. 

Secondo il nuovo regolamento appena votato dal Parlamento europeo, che ha approvato l’accordo raggiunto con il Consiglio lo scorso ottobre, l’uso del desflurano come anestetico è vietato dal 1° gennaio 2026. Dopo quella data potrà essere impiegato solo se strettamente necessario, ovvero se per motivi medici non è possibile ricorrere a nessun altro anestetico. Quando tale deroga al regolamento si rende necessaria, l’istituzione sanitaria dovrebbe conservare le prove che attestano questa circostanza e dovrebbe dotarsi di tecnologie, dove disponibili e approvate, per la cattura del gas. Il regolamento diventerà ufficialmente legge entro la fine dell’anno.

Parte della comunità scientifica è da tempo scettica nei confronti del divieto e una delle principali obiezioni è che il desflurano non contribuisce in modo significativo al totale delle emissioni globali e nemmeno al totale delle emissioni attribuibili ai gas anestetici: eliminarlo dunque impatterebbe sulla qualità delle cure, ma senza portare benefici ambientali considerevoli. Vari studi hanno già provato a calcolare il contributo dei gas anestetici sul totale delle emissioni globali: si va indicativamente dallo 0,01 allo 0,1 per cento, ma tali risultati sono spesso contestati o di difficile interpretazione perché c’è grande variabilità nei parametri usati di volta in volta per il calcolo, che risulta quindi parziale. 

L’unico sistema sanitario nazionale che ha compiuto uno studio su larga scala includendo anche gli anestetici per inalazione è quello inglese: è emerso che nel 2019 i gas anestetici hanno contribuito per quasi il tre per cento delle emissioni totali di gas serra del settore sanitario nazionale e si ritiene che il dato sia simile in tutti i Paesi ad alto reddito, Italia inclusa. Nel nostro Paese in particolare è stato stimato che il desflurano ha un ruolo notevole quando si parla di anestesia per inalazione. 

Secondo un recente studio italiano in collaborazione con Aifa, pubblicato sulla rivista Anaesthesia, questo gas anestetico in Italia è responsabile infatti di più del novanta per cento delle emissioni attribuibili agli anestetici alogenati (categoria in cui rientrano anche isoflurano e sevoflurano, ma non il protossido di azoto). Sottolineando anche il fatto che la quantità pro-capite di desflurano cambia molto da regione a regione, secondo gli autori dello studio l’impiego di questo gas anestetico avviene anche quando non è strettamente necessario e c’è quindi ampio margine per ridurne l’utilizzo senza pregiudicare la qualità delle cure, semplicemente favorendo le alternative che già esistono e, a parità di efficacia, hanno un minore impatto ambientale.

Una scelta, quest’ultima, che è già stata fatta anche in diversi ospedali e centri medici degli Stati Uniti, dove da alcuni anni la consapevolezza dell’impatto ambientale dell’anestesia è in crescita grazie soprattutto alla sensibilità dei singoli anestetisti e anche al lavoro di divulgazione di alcune organizzazioni no profit come la Health care without harm, che tra le altre cose sottolinea appunto l’urgenza e la possibilità di abbandonare il desflurano in favore di isoflurano e sevoflurano.

Intervistato dal Washington Post, l’anestesista Brian Chesebro ha ad esempio raccontato che nel network di otto ospedali di Providence, in Oregon, il desflurano veniva usato come anestetico il quarantadue per cento delle volte. Dopo la presa di coscienza del suo notevole impatto ambientale e la decisione, condivisa con i colleghi, di utilizzare questo gas anestetico solo quando strettamente necessario, il suo impiego è sceso allo 0,07 per cento e le emissioni collegate alle anestesie sono state tagliate del novantacinque percento, con anche un notevole risparmio economico (il desflurano è infatti più costoso delle sue alternative). 

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