La storia non aspettaIl futuro dell’Europa, il ruolo di Draghi e la speranza dei liberali italiani

Il segretario generale del Partito democratico europeo Sandro Gozi dice a Linkiesta che bisogna lavorare per una lista Renew Europe e per eleggere a Bruxelles deputati euro-ucraini

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La legislatura europea volge al termine, siamo in un clima pre-elettorale ed è tempo di bilanci. Che giudizio dà a questi cinque anni difficili tra pandemia e conflitti?
Il giudizio è decisamente positivo. Abbiamo cominciato a trasformare l’Europa, siamo stati decisivi nel definire l’agenda politica e imporre le priorità che erano al centro della campagna elettorale di Renaissance nel 2019: transizione ecologica attenta alla competitività, Stato di diritto, nuove regole sul digitale, nuova legge elettorale europea e proposta di riforma dei trattati. E abbiano fatto ciò che molti ritenevano impossibile: debito pubblico europeo per rilanciare l’economia post Covid e fondi Ue per sostenere anche militarmente gli ucraini. Ma non sono soddisfatto perché la storia ha corso molto più velocemente di noi – basti pensare all’attacco dei macellai islamisti di Hamas contro Israele del 7 ottobre – e noi dobbiamo essere in grado di correre al passo della storia. La trasformazione europea deve continuare e dobbiamo costruire una Europa veramente potenza, politica e militare. Dobbiamo rendere permanente l’emissione di debito pubblico europeo per promuovere gli investimenti strategici: ecologia, digitale e militare e per mantenere le stesse risorse per la nostra agricoltura e le nostre regioni anche nell’Unione continentale di domani. E dobbiamo riformare l’Unione – le istituzioni e le politiche comuni  – per unificare il continente, anche dando la possibilità a un gruppo di Paesi di accelerare la loro unione politica. La nostra generazione è chiamata insomma a degli sforzi incredibili per essere all’altezza delle sfide della storia.

Le forze riformiste e liberali faticano in termini di tenuta in tutta Europa, in Italia il cosiddetto ex Terzo Polo vive una situazione di frammentazione perenne. Non è proprio la situazione migliore per presentarsi agli elettori tra sei mesi.
Noi siamo fortemente impegnati come Democratici europei e come Renew Europe a favorire l’unità delle forze che guardano al nostro Gruppo in Italia, perché riteniamo che la sfida che dobbiamo affrontare nel giugno del 2024 sia una sfida che riguarda il futuro dell’Europa e non invece un inutile regolamento di conti interno. È il momento di impegnarci a raccogliere voti non di mettere veti. Chi lo fa, dimostra di non rendersi conto né dello spirito con cui nel 2018 abbiamo creato Renew né della portata della sfida e dei rischi che dobbiamo affrontare. Sarebbe bene uscire dagli sterili dibattiti del microcosmo politico e mediatico romano e giocare invece la partita che conta, quella di essere protagonisti come liberaldemocratici italiani della costituzione degli Stati-Uniti d’Europa. La nuova presidente del Gruppo Renew, Valerie Hayer, ha detto chiaramente, anche guardando all’Italia, che l’unità delle forze di Renew è la via maestra. Italia Viva non ha messo alcun veto quando Azione ha deciso di passare dal gruppo dei Socialisti Europei a Renew, anche se poteva farlo. Come segretario del Partito Democratico Europeo sono impegnato dall’accordo politico che abbiamo siglato con l’Alde per promuovere l’alleanza Renew Europe tra Liberali e Democratici anche nel 2024. E con lo stesso spirito ho fondato in Italia, assieme a Giuseppe Benedetto, Alessandro de Nicola, Oscar Giannino e Andrea Marcucci, l’associazione Lde: associazione di scopo per Renew Italia. Ovvio quindi che siano per me inaccettabili sia i veti personali, sia l’uso di un partito europeo contro l’altro. Io lavoro bene con l’Alde a Strasburgo. Non vorrei che anziché rigenerarsi con Renew in Italia, alcuni liberali italiani esportassero le loro tensioni e divisioni in Europa, dove la nostra alleanza Renew/Alde-Pde funziona e di rancori e divisioni senza alcun motivo politico vero non abbiamo proprio bisogno. Lo dico a chi agita nello stivale la sua appartenenza all’Alde come un oggetto contundente contro gli altri alleati di Renew. Comunque vada, sono convinto che il Partito democratico europeo, attraverso Italia Viva, eleggerà dei deputati al Parlamento europeo. L’8 marzo avremo la nostra convention elettorale a Firenze, presenteremo il nostro manifesto politico e diremo quali sono le nostre priorità e le nostre alleanze in Italia. Da qui all’8 marzo continueremo a lavorare per favorire l’unità delle forze politiche di Renew in Italia. Se tornerà il buonsenso bene. Altrimenti andremo avanti con le nostre forze e con chi ci sta ed eleggeremo i nostri parlamentari europei.

In Francia si è passati da En Marche a Renaissance, traslando la forma del partito personale in un partito plurale. In questo quadro come si può leggere la nomina di Gabriel Attal alla presidenza del consiglio?
En Marche ha avuto la grande intuizione e il grande merito, attraverso la leadership carismatica e il coraggio di Emmanuel Macron, di smantellare il vecchio sistema politico francese che si reggeva su un bipolarismo con la destra gollista e la sinistra socialista. Essenziale è stata anche l’alleanza tra Macron e Francois Bayrou, che ha fornito una solida base politica e la credibilità di chi come il leader dei Modem questa forza centrale la vuole da sempre. Il grande merito storico di Macron è stato di riuscire a realizzare il superamento di contrapposizioni ideologiche e sterili che non parlano più a nessuno, che non interessano ai francesi, che non danno risposte sociali ed economiche concrete. Renaissance adesso deve assicurare che questa strategia non si concluda con l’uscita dall’Eliseo di Macron nel 2027, ma rimanga un elemento duraturo della politica francese. Questa forza centrale, di cui innanzitutto dovranno essere protagonisti Renaissance e il Mouvement Démocrate, deve continuare a essere radicalmente alternativa all’estrema destra di Le Pen e all’estrema sinistra di Mélenchon. Da questo punto di vista, Gabriel Attal, macronista storico che viene dalla sinistra, giovane leader che incarna più di tutti gli altri il dna del macronismo, ha una grandissima responsabilità come primo ministro e sarà sui risultati concreti che l’azione del governo francese verrà giudicata. La possibilità di Renaissance di radicarsi nello spazio centrale francese dipenderà anche da questi successi e dalle riforme che il governo riuscirà a realizzare.

La definizione di liberali e riformisti oggi assume declinazioni diverse che convergono verso il centro che sembra però intrappolare, soprattutto in Italia, una vocazione ideale forse più larga. Come sopravvivere insomma al bipolarismo tra sovranisti e progressisti?
L’Italia continua a essere prigioniera di un falso bipolarismo e di un vero bipopulismo, di false coalizioni che per vincere le elezioni nascondono le loro contraddizioni e poi non riescono a governare. Da questo punto di vista Giorgia Meloni ed Elly Schlein sono perfettamente speculari e rappresentano entrambe il problema più profondo dell’Italia, dato che allo sforzo di immagine e comunicativo non segue alcuna sostanza. Entrambe hanno interesse ad alimentare questa propaganda del bipolarismo e sono ben accompagnate dall’inerzia romana. Si guardi ad esempio all’attenzione spasmodica che c’è per un dibattito televisivo che sarà da una parte deludente e dall’altra in violazione flagrante delle regole del pluralismo politico. Di fronte a questo sono convinto che ci sia ancora più bisogno di costruire una forza liberale e democratica, radicalmente alternativa sulla sostanza: giustizia, fisco, diritti civili e libertà di scelta, intelligenza artificiale, federalismo europeo.

Nel corso delle scorse settimane si è fatta largo l’indiscrezione di Mario Draghi come candidato di Renew a una posizione di vertice delle istituzioni europee. Una suggestione, una speranza o un punto fondante della strategia europea di Macron?
Mario Draghi è una delle più grandi personalità europee e internazionali che ci siano oggi e non credo che debba essere il candidato di nessun partito e di nessuna forza politica. Sono convinto che farebbe un eccellente lavoro alla guida di qualsiasi istituzione europea. Se darà la sua disponibilità per un ruolo apicale in Europa, avrà tutto il mio convinto sostegno e spero che una personalità autorevole, credibile e influente come Mario Draghi, questo sostegno lo avrà anche da altri.

Lei è un deputato europeo eletto in Francia, un esempio di transnazionalismo. Le liste per questa tornata sono ancora rigorosamente nazionali. Renaissance, e in generale il gruppo Renew, tenderà a replicare la sua esperienza in altri Paesi?
Sì, sono un esempio di quella politica transnazionale di cui già parlava Marco Pannella e porto avanti quella battaglia che avevo già fatto quando ero al governo. Nel 2016, infatti, il governo Renzi fu il primo a proporre le liste transnazionali al Consiglio, due settimane dopo la Brexit. Su questo abbiamo fatto una battaglia insieme a Emmanuel Macron appena fu eletto nel 2017. Non avremo mai una vera democrazia europea fintanto che non avremo una vera politica transnazionale, liberando la politica dai 27 dibattiti augusti nazionali. Questa è la ragione per cui ci siamo battuti come Renew e abbiamo ottenuto uno storico risultato, perché non era mai successo che il Parlamento europeo proponesse una legge elettorale che prevede le liste transnazionali. Io spero che – come nel 2019 in Francia, Belgio, Spagna e Italia – le varie forze che guardano a Renew prevederanno candidature transnazionali come la mia con Renaissance. Fino a quando non avremo delle liste transnazionali in Europa, dovremo farlo all’interno delle elezioni nei singoli Stati membri.

Che ne pensa dell’idea lanciata dal nostro direttore, per rendere anticipato il processo di integrazione, di candidare un uomo o una donna ucraina con doppia cittadinanza al Parlamento Europeo?
Penso che sia un’ottima idea, un’idea coerente con la scelta che abbiamo fatto di essere dalla parte dell’Ucraina, cioè dalla parte giusta della storia. Mettere dei candidati euro-ucraini per me significa continuare quella politica transnazionale per cui mi batto.