Credibilità ritrovataJohn Kerry ha restituito agli Stati Uniti la leadership politica sul clima

I buoni rapporti con la Cina, l’accordo della Cop28, la discontinuità rispetto a Trump: l’inviato di Biden per il Clima, che lascerà il suo incarico nei prossimi mesi, ha dimostrato che la lotta contro il riscaldamento del Pianeta può funzionare solo con un approccio globale e pragmatico. E anche ottimista

AP Photo/LaPresse (ph. Andrew Harnik)

John Kerry, l’inviato speciale per il Clima degli Stati Uniti, lascerà l’incarico nei prossimi mesi, forse sul finire dell’inverno o all’inizio della primavera, molto probabilmente per assistere il presidente Joe Biden nella campagna per la rielezione. La notizia, data da Axios e poi ripresa dal resto della stampa, è povera di dettagli ma comunque rilevantissima: a lui si deve infatti il recupero della credibilità americana sull’azione climatica dopo che la precedente amministrazione di Donald Trump aveva ritirato il Paese dall’accordo di Parigi del 2015; un accordo, peraltro, reso possibile proprio dal lavoro preparatorio di Kerry.

John Kerry ha ottant’anni e un curriculum più che notevole: è stato senatore del Massachusetts, candidato del Partito democratico alle elezioni presidenziali del 2004 (le vinse George W. Bush) e poi segretario di stato dal 2013 al 2017, sotto Barack Obama. Il posto di inviato per il Clima l’ha ottenuto nel novembre 2020 da Biden – i due sono anche amici – con degli obiettivi ben precisi: far percepire il distacco con l’amministrazione Trump; mostrare vicinanza alle richieste delle nuove generazioni, che chiedono azioni concrete contro il riscaldamento globale; restituire all’America la leadership politica nell’azione globale per il clima. 

In questi tre anni dall’assunzione della carica, Kerry ha senza dubbio ottenuto tanto. Appoggiandosi all’ambiziosa agenda energetica di Biden, che vuole trasformare gli Stati Uniti in una superpotenza green, ha potuto spronare il resto del mondo a fare di più per l’abbattimento dei gas serra. Gli Stati Uniti sono i secondi maggiori emettitori di CO2 al mondo, dopo la Cina, e sono anche i maggiori produttori di petrolio e gas naturale; eppure nel 2023 le emissioni americane sono calate del due per cento su base annua.

Il coronamento degli sforzi di Kerry è stato l’accordo finale della Cop28 che, nonostante i limiti, contiene per la prima volta un impegno all’allontanamento graduale («transitioning away») dall’uso dei combustibili fossili per la produzione di energia. Non è il documento più drastico possibile, ma la negoziazione non è un gioco a somma zero. Un gioco, comunque, che Kerry ha condotto sfruttando il suo carisma – più politico che burocrate, insomma – e i rapporti personali stretti durante il periodo da segretario di stato.

Tra questi rapporti, il più importante è stato senz’altro quello con l’omologo cinese Xie Zhenhua (anche lui verrà sostituito prossimamente). Kerry e Xie, quasi coetanei, si conoscono da circa vent’anni e sono riusciti nella missione impossibile di trovare un terreno comune sul clima nonostante la profonda distanza politica tra Washington e Pechino. 

Nel 2014 Kerry partecipò alle trattative che sfociarono nel comunicato congiunto sul cambiamento climatico, dove si affermava che l’America e la Cina avrebbero lavorato «insieme in modo costruttivo per il bene comune»; quel documento funse da base per l’accordo di Parigi, un anno dopo. Nel novembre 2023 i due Paesi si sono impegnati a triplicare la capacità rinnovabile entro il 2030 e a limitare le emissioni di CO2 e di metano, un potente gas serra; il Sunnylands statement (così è stato chiamato, dal luogo in California dove si sono tenuti i colloqui) è stato in parte ripreso nella dichiarazione conclusiva della Cop28, il mese seguente.

Tra le due date, il 2014 e il 2023, passa quasi un decennio di deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Cina e di competizione in pressoché ogni ambito, inclusa l’energia pulita. In un contesto del genere, isolare il dossier climatico da tutto il resto, trattarlo come una cosa a sé stante, è diventato sempre più difficile. Kerry ripeteva spesso che lui era the climate guy, «quello del clima» e che le questioni geopolitiche-economiche non lo riguardavano, ma le condizioni non hanno reso possibile la piena separazione dei temi. Ora che sia lui che Xie lasceranno il loro ruolo, non è chiaro come evolverà la diplomazia climatica tra le due superpotenze rivali.

In aggiunta a quanto detto, di John Kerry si ricorderà il pragmatismo e l’ottimismo. Pur riconoscendo infatti la gravità della situazione climatica e la necessità di intervenire, è convinto che l’umanità troverà la soluzione alla crisi; soluzione che – diceva – non può limitarsi all’imprescindibile phase-out dei combustibili fossili dai mix energetici, ma deve prevedere il ricorso alla cattura del carbonio dalle fabbriche. Kerry, inoltre, è un pragmatico e un difensore della cosiddetta “neutralità tecnologica”: «la scienza», spiegò, «dice che dobbiamo ridurre le emissioni. Non prescrive una particolare disciplina da seguire, ma dice di ridurre le emissioni».

Da inviato per il clima, Kerry non ha risparmiato le critiche dirette ai “petrostati” e pure alle società petrolifere americane restìe a impegnarsi nel contenimento delle emissioni (a Chevron, per esempio). Le polemiche sulla sua eredità si concentreranno invece sul mancato rispetto degli impegni per il finanziamento dell’adattamento climatico alle Nazioni in via di sviluppo.

Kerry ha fatto la voce di Washington nell’opposizione alle richieste di risarcimento per le emissioni generate dal primo mondo nei decenni passati. L’America ha aderito al fondo “Loss and Damage” per i Paesi poveri ed esposti ai cambiamenti climatici, ma vi destinerà appena 17,5 milioni di dollari; l’Italia, per fare un paragone, ha annunciato un contributo di cento milioni.