Élite e popoloLa missione civilizzatrice di Will McAvoy è l’antidoto al dibattito pubblico senza senso

Mentre il mondo è in fiamme e l’Italia in crisi, discutiamo da giorni di inezie tipo la candidatura di Meloni e Schlein alle Europee. Con oltre 10 anni di ritardo, forse è il caso di adottare la sceneggiatura della serie tv “The Newsroom” come manifesto politico contro il populismo

L’aggressione all’Europa sta per entrare nel suo terzo anno di guerra. Il custode della nostra sicurezza potrebbe abbandonarci, se a novembre Putin, scusate: Trump, vincerà le elezioni americane. È ripartita la caccia agli ebrei, e la reazione israeliana non fa prigionieri. Chissà che cosa succederà al largo del Mar cinese, mentre gli islamisti bloccano il commercio mondiale e infiammano il Grande Medio Oriente.

L’economia italiana è quella che è. La sanità e la scuola sono allo sbando. Gli stipendi sono sempre più deboli, al contrario delle tasse. La burocrazia e la giustizia rallentano la crescita. L’Italia ha perso l’acciaio e a nessuno sembra interessare la sua lenta de-industrializzazione.

L’attenzione nei confronti della demografia, probabilmente il nostro problema di lungo termine più rilevante, è ancora più bassa rispetto all’attenzione riservata alla democrazia.
Il dibattito pubblico è guidato da influencer pro o contro i pandori benefici e dalle sparatorie di capodanno della nuova e balorda classe dirigente.

Ci avviamo al voto europeo per la prima volta con la guerra in casa, e con i sodali degli aggressori impegnati a indebolire dall’interno la politica e le istituzioni nazionali ed europee. Mentre capita tutto questo, i due principali partiti italiani, quello di destra e quello di sinistra, non occupano il discorso pubblico con idee per affrontare le numerose sfide che abbiamo davanti, e per una volta – bontà loro – mettono in secondo piano l’argomento principe usato in questi casi quando si vuole buttare la palla in tribuna e non affrontare la realtà: le riforme istituzionali.

A questo giro, i due partiti sollecitano i giornali, che complici ci cascano, sull’opportunità o meno della presenza di Giorgia Meloni e di Elly Schlein nelle liste elettorali di giugno. Un argomento davvero avvincente, quasi quanto quello sull’uso dei pronomi di genere.

Da giorni, infatti, non si parla d’altro che di Meloni e Schlein in lista alle Europee, con a destra la fila di chi si indigna perché le leader non andranno a Strasburgo e a sinistra la fila di chi ribatte con strampalate strategie politiche che permetterebbero a l’una di stravincere e all’altra di poter sostenere di non aver perso.

È legittimo riportare l’intenzione di Meloni e di Schlein di candidarsi o forse no, l’abbiamo fatto anche noi, ma trasformare questa bazzecola nella questione politica più rilevante per l’Italia e per l’Europa di oggi è un’ulteriore resa della politica all’antipolitica.

È evidente che i due principali partiti, per non parlare del terzo, non abbiano niente da dire e non dispongano di dirigenti adeguati ai tempi. I due partiti e le rispettive leader sono ancora nostalgicamente incagliati nei pensierini di un passato già ingloriosamente finito nella spazzatura della storia.

Meloni e Schlein si candidino, non si candidino, facciano come credono sul tema più distante possibile dalla realtà che stiamo vivendo, ma se loro non hanno idee noi perché dovremmo andargli dietro?

La serie tv “The Newsroom”, scritta da Aaron Sorkin, racconta lo spirito donchisciottesco di una redazione giornalistica che sceglie di non arrendersi all’agenda dettata dal chiacchiericcio e dalle tendenze social.

La serie è stata molto criticata perché troppo elitaria quando è andata in onda tra il 2012 e il 2014, agli albori del degrado del dibattito pubblico alimentato dai social network che soltanto adesso stiamo vivendo nella sua intera drammaticità.

Rivedere “The Newsroom” oltre dieci anni dopo la sua messa in onda è un’esperienza rovinosa e dolorosa, perché adesso si capisce subito quello che non si era intuito allora, ovvero che quella scritta da Sorkin non era una semplice sceneggiatura televisiva, ma un manifesto politico anti populista sull’inadeguatezza del dibattito pubblico che nessuno ha avuto il coraggio di portare avanti.

I leader di quella redazione immaginaria, Will McAvoy, MacKenzie McHale e Charlie Skinner (il Charlie della newsletter sui media del Post), si erano sfacciatamente auto assegnati il compito di condurre una «missione civilizzatrice» del dibattito pubblico, adottando un metodo elitario ma di buon senso che era una via di mezzo tra la follia idealista e senza compromessi di Don Chisciotte e i piedi ben piantati per terra di Sancio Panza.

McAvoy rivendicava per la sua redazione il ruolo di «élite mediatica», indisponibile ad abdicare al proprio ruolo professionale, politico e sociale di dare, analizzare e commentare fatti accertati, non pettegolezzi, non sciocchezze, non risentimenti utili a ottenere like e ad aumentare le interazioni social. Dov’è Will McAvoy oggi? Dov’è la missione civilizzatrice contro il populismo? Dove sono le élite, non solo mediatiche?

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