È stata la mano di MileiLa ola liberista per il presidente con la motosega conferma che siamo messi maluccio pure noi

Politici, giornalisti e opinionisti liberali applaudono il capo di stato argentino favorevole al libero commercio degli organi, alla libertà d’inquinamento e a tutte le più eversive balle trumpiane

AP/Lapresse

Dai tempi in cui Federico Caffè parlava malinconicamente della «solitudine del riformista» la situazione è drammaticamente peggiorata, tanto nella sostanza quanto nella forma del nostro dibattito pubblico. Lo testimonia anzitutto il fatto che nell’Italia di oggi nessuno definirebbe riformista nemmeno lui, uno di quegli economisti keynesiani che il nuovo presidente argentino Javier Milei, elogiato in questi giorni da gran parte dei nostri liberali, considera sua missione «prendere a calci nel culo». E questa è già la seconda dimostrazione della tesi.

Dopo le numerose aperture di credito ricevute nel corso della campagna elettorale, e ancor più all’indomani del suo aspro discorso di insediamento, con il suo recente intervento a Davos Milei, il presidente con la motosega, sfegatato sostenitore di Donald Trump e di tutte le sue teorie della cospirazione (compresa l’eversiva negazione dell’esito elettorale del 2020, base dell’assalto al parlamento del 2021), già consigliere del generale Antonio Bussi (al tempo della breve carriera parlamentare del gentiluomo, successivamente condannato per i reati di tortura, rapimento e genocidio durante la dittatura militare), ha raccolto anche in Italia una lunga serie di applausi dal fronte liberale.

Siccome non mi piace vincere facile, non tornerò qui sulla mia vecchia fissazione circa la perfetta specularità di liberismo e populismo, due diverse forme di antipolitica che si alimentano a vicenda: vedi non solo come il peronismo “di sinistra” ha spianato la strada a Milei, ma anche come in Gran Bretagna la dura austerità dei governi guidati da David Cameron, altro sfortunato idolo e modello dei nostri liberisti, ha seminato la rabbia sociale destinata a fiorire nella Brexit.

Al contrario, animato come sono ormai da sentimenti di pace e desiderio di conciliazione, mi unirei volentieri alla polemica liberale contro frasi fatte, luoghi comuni e deformazioni propagandistiche tipiche di una sinistra più pigra che ideologica, convinta di poter affrontare ogni problema dell’umanità e del pianeta dando la colpa di tutto al neoliberismo, identificato in pratica col fascismo, come se qualsiasi tentativo di tagliare la spesa fosse equiparabile alla collaborazione con la dittatura di Pinochet.

Il mio compito sarebbe però reso più facile se politici, giornalisti e intellettuali liberali e liberisti non si spellassero le mani davanti al primo populista sudamericano capace di far vibrare le loro corde dicendo che i soldi sono finiti, che non esistono pasti gratis e che saranno necessari tagli pesanti alla spesa sociale, e pazienza se ha qualche simpatia per la dittatura militare ed è favorevole persino al libero commercio degli organi (e alla libertà di inquinare), o si dice convinto della superiorità morale della mafia rispetto allo stato, perché «la mafia ha dei codici, mantiene le promesse, non mente, è competitiva» (lo so, quest’ultima somiglia in modo impressionante a una vecchia dichiarazione di Beppe Grillo, guarda caso, ma ho detto che non avrei insistito con la mia tesi sul punto, e quindi, contrario a ogni accanimento, la chiudo qui).

Insomma, se gli argentini sono messi male, stretti tra lo statalismo clientelare e irresponsabile dei governi precedenti e la follia pura del presidente attuale, neanche noi ce la passiamo un granché, tra una destra populista trumpiana, una sinistra peronista sempre più simile all’originale argentino (non per niente appoggiato senza riserve, alle ultime elezioni, dal Partito democratico di Elly Schlein) e un centro liberale capace di inneggiare a un tizio che si fa consigliare dal cane defunto (attraverso un medium) e definisce papa Francesco «un rappresentante del maligno» che «promuove il comunismo contro la Bibbia».