Pasta, pandoro e fantasiaQuelli che pensano che il boicottaggio social possa battere il volantino delle offerte

Il pastificio Rummo subisce la solita ondata di indignazione per aver ospitato Salvini nei suoi stabilimenti, ma trova anche la difesa dell’altra curva di fanatici. A Roma, invece, finiscono gli hamburger gratis di Cicciogamer. Ma va tutto bene

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Questa è la storia dei due Ciccio, che incredibilmente non sono quello di Nonna Papera e quello dei Peanuts. Questa è la storia di come l’inverno del nostro discontento sia un inverno di polemicuzze tangenziali a questioni alimentari, com’è giusto sia in una nazione che ha come proprio unico credo il carboidrato.

Sembra ieri che dovevamo fare gli scandalizzati per lo zucchero a velo rosa sui pandori benefici, e oggi eccoci qui, col dovere dello scandalo per il bambino che ha fatto cinquecento chilometri per non ottenere un hamburger gratis, e l’operaio del pastificio il cui posto di lavoro sarebbe in pericolo a causa della militanza social.

Partiamo da Rummo, pastificio di Benevento le cui fortune sono dovute alla grafica minimalista e al fatto che, pur reggendo bene la cottura, i suoi spaghetti costino un terzo di quelli Afeltra, per dire un marchio anch’esso con grafica fighetta ma con posizionamento di mercato più alto.

Giorni fa Matteo Salvini, che per la metà forse erudita e sicuramente dolente di questo paese è l’incarnazione d’ogni male, è andato a visitare la fabbrica. Come sempre, sono arrivati gli indignati da assemblea d’istituto: ah sì?, e allora se non gli chiudono la porta in faccia quando va in visita, io non compro mai più Rummo.

Non è vero, naturalmente. La persona più saggia che conosco, che incidentalmente lavora in un supermercato, ogni volta che qualcuno ciancia di boicottaggi ama ricordare agli interlocutori la più grande delle verità taciute nell’occidente satollo: le vendite non le fanno le istanze morali, le vendite le fanno i volantini delle offerte.

Vongola75 e Brocco81 che giurano che terranno fede al loro essere di sinistra boicotteranno Rummo solo nelle settimane in cui costerà venti centesimi più di De Cecco, ma in quelle in cui costerà dieci centesimi meno dimenticheranno Ciccio Salvini (porello, usato come pretesto: il potere è impietoso nel mostrare il proprio declino) e torneranno a comprare la pasta dal pacco bianco.

Forse ricorderete la polemica che riguardò Barilla nel 2013 – lo so: undici anni sono sette secoli, con la memoria da pesci rossi che ormai abbiamo tutti – a proposito dei tipi di famiglia negli spot. Guido Barilla disse che il loro pubblico era quello tradizionale e non c’era ragione di fare pubblicità con famiglie omosessuali. Scandalo, ira funesta, boicottaggio. Quando furono presentati i bilanci, nel 2013 il fatturato di Barilla era cresciuto del due e mezzo per cento. Quando il saggio indica il volantino delle offerte, lo stolto vede la bagarre ideologica.

Poiché non ci si può aspettare che a essere lucidi siano i commentatori social – che una volta sarebbero stati a zappare i campi, e di cui oggi fingiamo di tenere da conto l’opinione perché la loro cassetta della frutta a Hyde Park sta nei nostri telefoni, nelle nostre tasche – è subito partita la pochissimo lucida difesa dei lavoratori di Rummo.

Gente che si precipita su Twitter – o come si chiama ora – a dire che lei invece d’ora in poi comprerà Rummo, perché chi annuncia il boicottaggio non si preoccupa dei poveri lavoratori. Ogni giorno un italiano con account social si sveglia, e si deve preoccupare di salvare qualche posto di lavoro in immaginario pericolo. Non osate non comprare più Balocco: non ci pensate ai posti di lavoro? Non osate non comprare più Rummo: non ci pensate ai posti di lavoro?

Può il boicottaggio politico vincere sul volantino delle offerte? Ma certo che no. Può il ricatto emotivo vincere sul volantino delle offerte? Altrettanto no.

Intanto, in un’altra nicchia d’indignazione social, c’è Cicciogamer89, che incredibilmente non è un nomignolo di Salvini ma un tizio, direi romano, che per ragioni che mi risultano oscure aveva promesso ai suoi follower – gente dalle elevate prestazioni intellettuali che si connette a YouTube per guardare il tizio Ciccio che gioca ai videogiochi – un hamburger gratis.

Molti anni fa, quando esisteva RaiSat, andava in onda l’unico format davvero geniale mai pensato dalla tv italiana. Si chiamava “Seguirà buffet”, veniva registrato alle conferenze stampa dei programmi Rai o dei film, posti frequentati da un’umanità sulla quale si potrebbero scrivere cento commedie. La sigla era un montaggio della categoria più disperata d’Italia, i giornalisti delle pagine degli spettacoli, che ammonticchiavano in equilibrio precario su piatti minuscoli cubetti di formaggio, fette di salumi, tartine, e orrori assortiti che venivano da quell’orrore-in-chief che è il buffet.

(Non solo la pandemia non è riuscita a liberarci dai buffet, distese di cibo su cui chiunque sputacchia e alle quali nessuna persona civile mai si avvicinerebbe, ma evidentemente la foga di fronte al gratuito non è diminuita: di recente sono stata in un albergo nelle cui stanze c’era un cartello che invitava a non sprecare il cibo del buffet prendendone di più di quanto se ne sarebbe poi mangiato. Forse aveva dormito lì di recente il tizio che si faceva la schiscetta col tovagliolo, o forse l’abitudine è più diffusa di quanto io creda).

Non può quindi stupirci che ci sia stato l’arrembaggio all’hamburger gratuito, né può aver stupito Cicciogamer (ogni volta che scrivo questo nome, sento il mio Nobel per la letteratura allontanarsi: alors, monsieur Hemingway, lei quante volte nella sua produzione letteraria ha citato «Cicciogamer»?).

Fatto sta che Cicciononsalvini dice d’aver promesso quattrocento hamburger, d’averne avuti pronti quattrocentocinquanta, di averli divisi in due in modo da sfamare novecento arrembanti della gratuità, ma pare ch’essi fossero millecinquecento. Ai quali, su TikTok, Cicciononsalvini illustra il proprio dramma, «siete supereducati, superaffettuosi», ma è arrivata la polizia (e non per chiedere se non si vergognassero di distribuire mezzi hamburger).

Il digiuno di centinaia di fan di Cicciononsalvini ha fatto scandalo. Da due giorni i giornali ricopiano compìti il commento indignato d’una madre sull’Instagram di Cicciogamer, e lo fanno con quel tono cronachistico con cui i giornali italiani ricopiano quel che trovano sui social, senza mai non dico tentare un’interpretazione critica ma anche solo mettersi a ridere.

«Abbiamo fatto cinquecento km per portare figlio a Roma per evento di oggi. Stato in fila dalle 9 di mattina al freddo, poi con massa di persone stato messo indietro, e alla fine non ha ricevuto panino, non bastato per lui – ricevuto scatola vuota. Non è stato organizzato bene. Ragazzi che stati in fila rimasti senza niente, e chi venuto per l’ultimo ha preso. Prossima volta se fai sti eventi devono essere organizzati molto meglio». (La mancanza di ausiliari immagino sia da attribuirsi all’essere la madre che scrive straniera).

I giornali riportano questo commento come fosse indicativo dello scandalo, con lo stesso tono serioso e pomposo e bisogna-fare-chiarezza con cui parlano dei pandori di beneficenza. Con la stessa mancanza di logica con cui non si sono mai chiesti cos’avrebbe dovuto fare la Ferragni, se Balocco era così tirchia da dare solo cinquantamila euro in beneficenza, non si chiedono se non sia il caso di togliere la potestà genitoriale a una che porta un bambino a cinquecento chilometri per avere un hamburger gratis. Non vale neanche il principio dello scrocco: ne avrà spesi di più di treno o di benzina.

Vale solo l’attrattiva della fama, evidentemente. Tua nonna attraversava l’Italia per arrivare a Roma e poter dire d’avere visto da vicino Liz Taylor e Richard Burton. Tu fai lo stesso viaggio della speranza ma per, addio Nobel addio, Cicciogamer. Se, a quel punto, neanche ti offrono il pranzo, il minimo che tu possa fare è chiedere la testa di qualcuno. Purché non dei lavoratori dell’hamburgeria, mi raccomando, sennò poi i social devono sbattersi a difenderli.

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