Ambasciatori della pennichellaAbbiamo passato un decennio a rincorrere i giovani e ora i casi umani sono la norma

Sangiovanni che dice di non poter stare su un palco perché infelice, Ghemon che gli dà ragione, i giornali che gli vanno dietro: in questo Paese chiunque ci fornisca una scusa per l’ozio è benvenuto

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Una ventina d’anni fa avevo un vicino di casa che cercava il suo spicchio di riflettore nella politica italiana. La nicchia che si era ricavato era: noi che abbiamo meno di quarant’anni non abbiamo posti di potere e se continua così non li avremo mai.

Era una rivendicazione inconsueta, perché noialtri che eravamo nati all’inizio degli anni Settanta eravamo abituati a essere ignorati – che non è una cosa negativa, anche se oggi lo sembra. Eravamo stati quindicenni e ventenni e venticinquenni che nessuno si filava, il che dava una libertà inebriante (ma questo non lo sapevamo: allora era semplicemente normale, l’unica vita che conoscessimo).

Sì, c’era qualche eccezione, miei coetanei che negli anni in cui ancora studiavamo andavano da Santoro a dire che ci avevano arrubbato il futuro, o dalla De Filippi a parlare dei loro problemi di giovani, ma insomma li guardavamo come dei casi umani, mica come la norma.

Quello dei men che quarantenni ignorati era un tema che forse stava cominciando ad attecchire, per la gioia del mio vicino di casa, e a un certo punto Time ci fece addirittura una copertina, i giovani italiani favolosi ma ignorati (sono troppo pigra per andare a ritrovare il vero titolo, meno pomposo).

Solo che erano così a corto di storie di men che quarantenni che, tra i dieci trentenni senili intervistati, c’ero persino io, e quindi la causa del riscatto dei giovani emergenti sembrò definitivamente persa. Il mio vicino di casa era sempre più compiaciuto: le cause perse danno all’elettorato l’impressione che tu sia non dico Rhett Butler ma insomma una persona assai seria.

Solo che poi successe una cosa che rese il discorso sui trentaequalcosenni esclusi dal potere non più un discorso velleitario ma un discorso ubriaco: successe Matteo Renzi. Ora che un men che quarantenne si era preso tutto ciò che voleva, come la mettevamo? 

Il mio vicino di casa spostò le sue ambizioni su una diversa nicchia culturale, ma alcuni provarono a riproporre quella: un anno e mezzo prima del governo Renzi, alcuni scrittori accomunati dall’età si costituirono in un gruppo chiamato TQ, i trenta-quarantenni che avrebbero rivoluzionato le lettere o altro. Non ricordo cosa volessero e dagli articoli d’epoca non si capisce, ma trovo una tenerissima critica: Massimo Onofri era perplesso che il dato biologico diventasse un dato politico. Era il 2011, e nessuno si aspettava l’identitarismo, e il dato neanche più biologico ma percepito che diventa tutto: cultura, politica, quota. Comunque: erano gli anni in cui venivano poste le basi per le lagne delle generazioni successive. 

Forse per evitare un nuovo Renzi – un nuovo famelico trentaequalcosenne pronto a prendersi tutto e a rompere gli equilibri – a quel punto la società tacitamente decise che mai più, mai più, mai più avremmo ignorato le istanze di ventenni, trentenni, giovani in generale: pure i bambini piccoli avrebbero avuto diritto a dir la loro nel dibattito pubblico. Fu una rivoluzione meno codificata del montessorismo ma più capillare: abbiamo passato l’ultimo abbondante decennio a rincorrere i giovani.

Non si è mai dato enfant gâté in grado di cavarsela, e quelli di questo secolo non fanno eccezione. Sono diventati sempre più fragili, con problemi sempre più immaginari e sempre più invalidanti, e gli adulti hanno deciso che mai mai mai avrebbero detto loro che insomma, era il caso d’imparare a cavarsela, la vita non è poi così difficile, hai il riscaldamento d’inverno e l’aria condizionata d’estate, non devi lavare i panni al fiume, è improbabile tu muoia di tifo o di parto: no, non sei parte della generazione più sfortunata e oppressa e con ragioni di malumore mai apparsa su questo pianeta.

L’altroieri Sangiovanni, cantante ventunenne, ha detto che è infelice e che non può stare su un palco e che quindi un concerto in programma a ottobre è annullato. Il mio secondo pensiero è stato che è ben strano che uno abbia già stabilito che tra otto mesi sarà troppo infelice per fare un concerto.

Il primo pensiero è stato: è una profezia che si autoavvera. In “Vita da Carlo 2”, Sangiovanni interpretava l’attore che Verdone sceglieva per interpretare sé stesso da giovane. Al primo giorno di riprese, quello spariva lasciandogli una lettera in cui gli diceva che l’idea di essere famoso gli causava troppo stress.

Ieri un altro musicista a me ignoto (non lo dico con sprezzo: è un limite mio, ascolto solo roba del Novecento), Ghemon, quarantunenne, ha scritto su Instagram che non c’è da meravigliarsi data la catena di montaggio della musica che ti riduce a McDonald’s e insomma «abbiamo bisogno dei dischi di un altro Tenco, non del suo tragico finale». Diceva un certo Gramsci che il carattere italiano è il melodramma, e non cambieremo certo quando ci mettiamo a fare le analisi sociologiche su Instagram: prenderla bassa non ha mai portato like a nessuno.

Intanto i giornali erano pieni di articoli su Sangiovanni (nessuno dei quali citava “Vita da Carlo”, giacché nessuno l’ha visto, e di sicuro nessuno di quelli che l’hanno lodato). Erano pieni di articoli che gli dicevano bravo, fai bene a pretendere rispetto per le tue fragilità, così si fa, siamo tutti fragili, l’importante è la salute mentale, ritiriamoci tutti.

Erano articoli di adulti persino più adulti di Ghemon, adulti che non rifiuterebbero neanche un invito a declamare Tucidide alla sagra della porchetta, figuriamoci annullare un disco e un concerto – ma non è questo il punto. Il punto è che si è svelata la dinamica: la ragione per cui abbiamo passato il secolo a dar ragione ai capricci dei ragazzi è che sapevamo che prima o poi ne avremmo avuti di nostri.

Abbiamo detto a quelli che avevano la metà o un terzo dei nostri anni che i voti non li definivano, i titoli di studio non li definivano, gli insuccessi non li definivano, la competizione non li definiva, erano perfetti così com’erano, era giusto ci mettessero otto anni a finire la triennale perché siamo buddisti? Macché. È stato perché la diffusa cialtroneria ci rende più semplice la vita da scarsi che pensano a come spendere soldi che non hanno ancora guadagnato. 

Se si abbassano le aspettative, un po’ come se si abbassano le aliquote Irpef, ne beneficiamo tutti. Se passa la linea che anche a noi, che abbiamo l’età dei datteri, qualche entità più o meno astratta ha arrubbato il futuro e la serenità – può essere chiunque e qualunque cosa: il neoliberismo, la società competitiva, i baby pensionati, i falsi invalidi, il limite dei trenta chilometri orari, la binarietà di genere, l’ora solare, l’allergia alle mandorle, il 5G, il welfare sostituito dai podcast di cittadinanza – allora presto anche da noi nessuno pretenderà niente.

Nella nazione più fancazzista dopo la Francia, chiunque ci fornisca una scusa per l’ozio è benvenuto. Siamo persino disposti a dirci stressati, sotto pressione, e bisognosi di concentrarci su di noi, invece che su questo maledetto ufficio nel quale si ostinano a chiedermi di cliccare cose di lavoro invece di lasciarmi nel mio cubicolo a fare lo Spelling Bee e a fotografarmi le tette.

Largo ai giovani, loro sì salveranno il mondo guidandoci tutti verso le magnifiche e progressive sorti di un “Quarto stato” che non abbia per protagonisti gli ambasciatori della fame, in questo secolo pasciuto, ma quelli della pennichella.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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