Gioca GeolierL’orgogliosa asinitudine degli italiani in aritmetica e i conti che non tornano sul televoto di Sanremo

Parliamo ancora del Festival (di che altro vuoi parlare?) e dell’idiosincrasia nazionale per la matematica e la logica

LaPresse

Io smetterei anche di parlare di Sanremo, che è finito ormai da cinque giorni e scriverne oggi è come pubblicare un articolo sul Ferragosto il 20 del mese, però purtroppo va così: che abbiamo risolto tutti i problemi veri, ed è rimasto solo Sanremo.

Solo le polemiche sanremesi, solo i cascami del dibattito sanremese, solo le grandi questioni italiane, roba tipo «l’istruzione obbligatoria manda nel mondo i nostri figli più asini in italiano o in matematica?», ma comunque di derivazione sanremese.

Per non parlare dell’istruzione superiore. Lunedì, in una chat di per così dire intellettuali, è comparso il video di Geolier affacciato al balcone sventolante la maglia di Maradona. Sotto al video, un docente universitario aveva scritto: «L’unica cosa che vedo qui è un grande desiderio di rappresentanza culturale di un luogo emarginato, finalmente soddisfatto».

Giuro che l’ho letto decine di volte, certa com’ero di aver capito male. Non era possibile che una persona pagata per spiegare il mondo ai vostri figli stesse dicendo che Geolier vendica infine un luogo trascurato, un luogo che nessuno ha mai raccontato, un’identità locale che mai mai mai si è fatta cultura popolare nazionale. Trento? Varese? Isernia? Perugia? Macché: Napoli.

La Napoli di De Filippo e di Troisi, di Pino Daniele e di Gigi D’Alessio, di Siani e di Sorrentino, della Ferrante e di Diego de Silva, di Totò e della Ortese, di Bennato e di De Crescenzo, di Cannavacciuolo e di Sorbillo, della Loren e di Luisa Ranieri, di Saviano e – appunto – di Maradona. È mai esistito, tra quelli di cui siamo stati coevi, un calciatore più presente nell’immaginario popolare di Maradona? E l’ha reso tale più il suo saper giocare a calcio o l’egemonia della napoletanità?

Ora, se un professore universitario può dire, senza mettersi a ridere (a ridere di sé), che Napoli è un luogo emarginato e senza rappresentanza culturale, mi dovete spiegare perché trasecoliamo per l’uso approssimativo della parola «genocidio». Mattia Feltri, che è assai ottimista, martedì ha scritto che – poiché la Shoah è stata appunto un genocidio – non può essere in buona fede l’uso della parola «genocidio» invece di tutte quelle, da «strage» in su e in giù, che si potrebbero usare per definire il mite garbo di Netanyahu.

Beato Mattia, che aveva evidentemente da far cose più serie quando J.K. Rowling veniva accusata, per aver detto che esistono le donne ed esiste persino la biologia, di «genocidio trans». Beato chiunque non si accorga che «genocidio» in questo secolo è una parola slabbrata almeno quanto «comunisti» nel 1994. Con la differenza che nel ’94 c’era forse ancora qualcuno in grado di accorgersi dell’uso improprio d’un lemma, o degli errori gravi nelle materie di studio delle scuole elementari.

Ora viviamo in una società in cui gli adulti con ruoli di responsabilità non riescono più a dire correttamente «duemilaventiquattro», in cui si dice «letteralmente» intendendo «figurativamente», in cui se spieghi a chi di mestiere scrive che «aneddotica» non va scritto con una d e due t, avendo le stesse palatali di «aneddoto», quello ti guarda come mucca guarda treno: veramente ci aspettiamo che chi si guadagna da vivere stando su un palcoscenico abbia proprietà di linguaggio?

Qualche settimana fa un amico mi ha detto tutto serio che «c’è il patriarcato e la destra lo nega»; mi sono strozzata con ciò che stavo bevendo, poi gli ho chiesto di cosa diavolo stesse parlando, e lui ovviamente non lo sapeva, sapeva solo ripetere la parolina magica «patriarcato» e altre formulette da venticinquenne di Instagram tipo «fino al 1996 lo stupro era reato contro la morale».

Solo che l’amico non è un trentenne che impara la dialettica da Instagram e la storia da Wikipedia: è un settantenne ex professore universitario che, prima del rincoglionimento generale, era una delle persone più brillanti che conoscessi. Poi è andata così: che i ventenni disimparano l’italiano da Instagram, ripetono stronzate in casa, e i genitori – invece di fare il loro dovere e spiegare alla prole il mondo – li assecondano e ripetono le medesime stronzate, perdendo un po’ alla volta la capacità di rendersi conto che siano tali. Prima vennero a prendere il senso critico, e poi la proprietà di linguaggio. Piangiamo entrambi, ci mancheranno.

Figuriamoci poi la matematica, in un paese che ben prima che da Instagram è stato rovinato da Benedetto Croce. Da anni voglio girare un documentario sul tratto distintivo del mondo dello spettacolo italiano: si sono tutti fatti fregare soldi. Dagli agenti, dai commercialisti, dai manager: cantanti, attori, conduttori, non ce n’è praticamente uno che non si sia fatto truffare.

Negli altri paesi, quelli in cui occuparsi di soldi non è volgare, succede meno. Temo succeda meno anche perché sono paesi in cui la matematica a scuola si studia, in cui non ci si balocca col primato delle materie umanistiche e il fatto che noialtri abbiamo duemila anni di storia e mica dovremo saper fare le addizioni, in cui non si dice vezzosamente che proprio non ti entra in testa come funzionino i diritti d’autore. L’orgogliosa asinitudine in matematica ci conduce a – lo so, non ne vorrei parlare più neppure io, mi annoio più di voi – Geolier.

Ho passato giorni a chiedere: sì, ma la scomposizione del voto di venerdì? Non me ne importa ovviamente nulla di chi vinca a Sanremo, ma m’innervosisce lo (scusate la parola) storytelling poco credibile. Spiego.

Venerdì, serata delle cover sanremesi i cui voti non hanno a che vedere con la gara vera e la serata finale, Geolier arriva primo. Scandalo, polemiche e tutte cose, ma c’è un buco di logica. Se, come ci hanno detto e ripetuto per una settimana, il risultato quella sera, come tutte le sere, è costituito per un terzo dal televoto, per un terzo dalla sala stampa, e per un terzo dalle radio, bisogna che Geolier, oltre che dai napoletani con cinque sim a testa, sia stato votato anche dai professionisti a pie’ di lista sanremese.

Altrimenti logica numerica vuole che, se anche i napoletani o i fan da tutta Italia avessero votato a milioni, sempre un terzo avrebbero pesato. I due terzi delle altre voci di bilancio avrebbero compensato. E infatti nelle preferenze, rese note per prime, della finale (dalla quale Geolier è invece uscito secondo), il sessanta per cento dei televoti in suo favore sarebbe stato compensato da un niente di voti ricevuti in sala stampa: l’uno e mezzo per cento.

Dopodiché però, a festival finito e contando sulla distrazione d’un paese vocato alle materie umanistiche, sono stati resi noti i dati di venerdì. Serata in cui Geolier, sempre trionfante al televoto, sarebbe stato, su trenta cantanti, valutato ventiseiesimo dalla sala stampa e ventottesimo dalle radio.

Se il peso era un terzo e un terzo e un terzo, com’è possibile che venerdì abbia vinto uno che era sì primo per un terzo dei votanti ma praticamente ultimo per gli altri due terzi? Mi pare evidente che, per arrivare a questo risultato, le medie debbano essere state fatte in modo diverso. Diverso da tre terzi tutti considerati alla pari, ma pure diverso tra venerdì e sabato.

Naturalmente nessuno di quelli che per mestiere dovrebbero chiedere (i giornalisti, un mestiere che ringrazio ogni giorno di non fare) ha obiettato, giacché siamo un paese orgoglioso di non capire niente della propria dichiarazione dei redditi, di come funzioni l’iva, di cosa siano i metri quadri calpestabili. I numeri ci paiono volgari. Sarà che sono arabi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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