Aria pesanteLa direttiva Ue sull’inquinamento premia la negligenza del Nord Italia

Bruxelles ha reso i limiti al 2030 sullo smog più stringenti, ma ha aggiunto una deroga (fino al 2040) per le aree come la pianura Padana: un’eccezione che, secondo le stime, potrebbe causare centoventimila morti in più nel nostro Paese. Ma il centrodestra, vero vincitore delle negoziazioni, esulta nel nome degli interessi agricoli e industriali

AP Photo/LaPresse (ph. Luca Bruno)

L’accordo per la nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria, arrivato in una delle settimane più “calde” di sempre per il dibattito sull’inquinamento, ha un sapore agrodolce. Da una parte rende più stringenti – e simili alle soglie più ambiziose dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) – i valori limite degli inquinanti più pericolosi per la salute umana. Dall’altra, però, spalanca una porta in favore degli Stati che, nascondendosi dietro le condizioni geografiche “sfortunate” dei loro territori, continuano ad approvare misure ambientali poco virtuose.

In questi primi mesi dell’anno la qualità dell’aria nel Nord Italia è pessima. La classifica dell’azienda privata IQAir, che vedeva Milano ai primi cinque posti delle città peggiori al mondo per concentrazione di PM2,5, era inattendibile, ma nel capoluogo lombardo, come conferma un grafico elaborato dalla giornalista Silvia Lazzaris, dal 1° gennaio al 19 febbraio 2024 le soglie di PM2,5 hanno oltrepassato i limiti europei – più blandi rispetto a quelli dell’Oms – per ben trentaquattro giorni. In tutto il 2023 sono stati cinquantadue. 

È vero che il problema dell’inquinamento atmosferico è meno grave rispetto a venti o trent’anni fa, è altrettanto vero che il bacino padano è una “conca” con caratteristiche orografiche che favoriscono l’accumulo di inquinanti – soprattutto quando non piove e non c’è vento –, ma questo non giustifica la negligenza con cui certe amministrazioni regionali si stanno approcciando alla questione. Intervenendo sull’agricoltura e gli allevamenti intensivi, la mobilità e l’efficienza energetica degli edifici, l’uomo ha la facoltà di limitare i danni. Per questo la direttiva europea sulla qualità dell’aria è così rilevante: traccia il sentiero che gli Stati membri devono seguire per affrontare un’emergenza – anche di natura sanitaria – che non è ineluttabile e non va pensata come tale. 

La norma non è ancora entrata in vigore: l’accordo raggiunto martedì è di natura provvisoria. Significa che il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo, dopo la stretta di mano del 20 febbraio, devono ancora confermare il contenuto della direttiva. Quest’ultima dovrà poi affrontare la fase della procedura formale di adozione. Nel momento in cui entrerà ufficialmente in vigore, gli Stati membri dell’Ue saranno obbligati a rispettare i vincoli imposti dal testo. Tutto ciò nell’ottica dell’obiettivo «inquinamento zero» entro il 2050 promosso dalla Commissione europea. 

La nuova direttiva, come anticipato all’inizio, ha più che dimezzato i valori limite annuali che ogni Stato dovrà rispettare entro il 2030. I livelli massimi di concentrazione di PM2,5 e biossido di azoto (NO2), ad esempio, passeranno rispettivamente da venticinque microgrammi per metro cubo d’aria (µg/m3) a dieci e da quaranta µg/m3 a venti µg/m3. Il testo ha anche stabilito nuove soglie specifiche per il PM10, il biossido di zolfo (SO2), l’arsenico, il piombo, il nichel e non solo.

«Sapevamo che non era facile arrivare a questo risultato. Sono limiti sfidanti, richiedono uno sforzo di miglioramento notevole e rimettono in discussione una serie di situazioni. Il 2023 è stato un anno particolarmente favorevole per la qualità dell’aria, specialmente grazie alle condizioni meteorologiche: c’erano Zaia, Cirio, Fontana che stappavano bottiglie di champagne, ma le loro Regioni registravano comunque dei superamenti dei vecchi limiti. Ora, con questi nuovi limiti, potrebbe diffondersi una maggior consapevolezza», racconta a Linkiesta Roberto Mezzalama, esperto di valutazione di impatto ambientale e co-fondatore del comitato Torino Respira

L’aspetto più preoccupante della nuova direttiva sulla qualità dell’aria è semplice da individuare, ed è il risultato di sedici mesi di pressioni da parte dei governatori delle Regioni del nord Italia durante le fasi di negoziazione. In sostanza, i Paesi in cui – per colpa di particolari caratteristiche geografiche o climatiche – è più complesso raggiungere gli obiettivi ambientali, potranno chiedere di rinviare il termine ultimo per il raggiungimento dei nuovi standard di qualità dell’aria. Tra questi Stati c’è ovviamente l’Italia, nello specifico la pianura Padana. 

La direttiva prevede due deroghe: dal 1° gennaio 2030 al 1° gennaio 2040 per le zone in cui il rispetto dei nuovi valori limite risulterebbe «irrealizzabile a causa di specifiche condizioni climatiche e orografiche», oppure dove le «necessarie riduzioni possono essere ottenute solo con un impatto significativo sui sistemi di riscaldamento domestico»; dal 1° gennaio 2030 al 1° gennaio 2035 – con possibilità di proroga di altri due anni – «se le proiezioni mostrano che i nuovi valori limite non possono essere raggiunti entro i termini stabiliti». 

Per farla semplice, significa che il Veneto, il Piemonte o la Lombardia – amministrate da presidenti dello stesso colore politico del governo Meloni – potranno ignorare i nuovi limiti fino al 2040. Si tratta di una concessione potenzialmente devastante per la salute di tanti cittadini: secondo una stima – valida per l’Italia – dell’European environmental bureau (Eeb), avere una prospettiva al 2040 anziché al 2030 potrebbe causare circa centoventimila morti premature in più a causa dello smog. Ma il centrodestra esulta nel nome degli interessi agricoli e industriali: «Senza questa deroga, che il governo italiano è riuscito a ottenere, le conseguenze per le Regioni del bacino padano avrebbero portato alla desertificazione agricola e industriale», ha detto Carlo Fidanza, capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo. 

Secondo Roberto Mezzalama, «appena questa direttiva entrerà in vigore, l’Italia comincerà a lavorare non per il 2030 ma per il 2040. Questo è grave perché ogni anno che passa ci sono decine di migliaia di morti premature, senza contare tutte le patologie che non necessariamente portano alla morte. Il primario di pneumologia del più grande ospedale torinese diceva che, in questi giorni, i pronto soccorso si stanno riempiendo di persone con crisi respiratorie e problemi cardiaci in relazione ai picchi di inquinamento». Entro il 31 gennaio 2029 gli Stati membri potranno chiedere la deroga al 2040, dimostrando – all’interno dei rispettivi piani per la qualità dell’aria – di essere sulla buona strada per sforare i limiti per poco tempo. 

«L’Italia ha sostanzialmente delegato questa materia alle Regioni. La nuova direttiva parla invece di un vero e proprio piano nazionale sulla qualità dell’aria, e bisognerà capire chi dovrà gestirlo. Entro il 2029 può essere richiesta la proroga fino al 2040. Lì scatterà un meccanismo di verifica dell’Unione europea per capire se le condizioni stabilite per chiedere la deroga sono state rispettate oppure no. Mi sento di scommettere che il governo italiano e molte Regioni nel 2029 chiederanno questa proroga: sarebbe in linea con quanto fatto finora», sottolinea l’esperto. 

«La legislazione europea – dice in una nota Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria – stabilisce standard minimi che non impediscono alle autorità responsabili di fare di più per proteggere i cittadini. I nuovi limiti entreranno in vigore nel 2030: l’impegno profuso al fine di andare sin da ora oltre tali standard minimi, che oggi non rispettiamo, sarà la misura della volontà dei nostri amministratori di tutelare davvero la popolazione e il territorio, riducendo al contempo gli enormi costi dell’aria sporca». 

Ma non è tutto da buttare. La nuova direttiva, per esempio, permetterà ai cittadini che hanno subìto danni alla salute a causa dello smog oltre le soglie di chiedere un risarcimento: «Su questo abbiamo supportato una causa pilota di una mamma torinese (Linkiesta ne aveva parlato qui, ndr), contestando che la normativa in questo momento non dà diritto a domande risarcitorie. La nuova direttiva per fortuna lo stabilisce, ed è un passo avanti perché mette ulteriore pressione sulle amministrazioni», conclude Roberto Mezzalama. 

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