Torino apripistaI cittadini italiani portano le istituzioni in tribunale per chiedere un’aria respirabile

Oltre ad affermare la legalità, il diritto può sensibilizzare i politici e i cittadini su questioni delicate (e politicamente sottovalutate) come quella dello smog. Dal capoluogo piemontese sono partite due cause (una civile e una penale) che potrebbero segnare l’inizio di una tendenza incoraggiante

Esiste uno strumento sottovalutato per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla causa ambientale e climatica. L’attivismo, le decisioni della politica e delle aziende, l’informazione e la comunicazione sono i ganci a cui la collettività tende ad aggrapparsi più o meno consapevolmente, omettendo spesso il ruolo “sociale” del diritto. Quest’ultimo, infatti, non serve solo ad affermare la legalità, ma anche a diffondere consapevolezza all’interno della cittadinanza. 

Ormai da anni i giovani di tutto il mondo – spalleggiati da associazioni ecologiste – stanno facendo causa ai governi in difesa dell’ambiente, e l’inazione climatica dei politici è perfino arrivata alla Corte di Strasburgo. Ciononostante, l’attenzione mediatica attorno a questa sorta di movimento legale internazionale non sta ancora lievitando come dovrebbe e potrebbe. A Torino, però, sta succedendo qualcosa di concreto e di incoraggiante, e al centro c’è per la prima volta un argomento molto specifico dell’ampia questione ambientale: lo smog e il diritto a respirare aria pulita. 

L’azione legale di Chiara
«Mio figlio ha avuto una diagnosi di asma. È un’asma che si riacutizza in continuazione: sta bene due settimane e poi riprendiamo a fare cortisone, antibiotici. Sono cicli frequentissimi. Tutti questi episodi di bronchite, con le infiammazioni che derivano, gli hanno causato una sorta di malformazione dei bronchi durante la crescita. È seguito costantemente dalla pneumologia dell’ospedale infantile di Torino. L’inquinamento è uno dei fattori dietro questa condizione clinica, ed era modificabile», ci racconta Chiara, mamma di un bambino di sei anni che fino a poco tempo fa viveva a Torino. 

È stata lei, con il sostegno del comitato di cittadini Torino Respira e dell’organizzazione di diritto ambientale ClientEarth, ad avviare un’azione legale di natura civile contro Regione Piemonte, invocando il “diritto a respirare aria pulita e sana” e chiedendo interventi concreti per contenere i livelli di inquinamento nell’aria. È la dimostrazione che la lotta allo smog – il principale fattore di rischio ambientale per la salute umana secondo l’Agenzia europea dell’ambiente – deve declinarsi su più livelli, compreso quello giurisprudenziale. Se tu, amministrazione, non agisci in modo adeguato e tempestivo, ne rispondi in tribunale. Ecco perché il valore simbolico di questa causa supera di gran lunga il suo esito (l’udienza, non in presenza, sarà l’11 aprile e la Regione depositerà le sue difese attorno al 20 febbraio). 

Torino è una delle città più inquinate d’Europa. Nel 2022, secondo l’ultimo report Mal’aria di Legambiente, il capoluogo piemontese ha superato per novantotto volte le soglie giornaliere sulla concentrazione di PM10 nell’aria (trentacinque giorni all’anno con una media giornaliera superiore ai cinquanta microgrammi per metro cubo d’aria): è il peggior dato a livello nazionale, se consideriamo i capoluoghi di provincia. Solo a gennaio 2023, a Torino questo livello è già stato superato sedici volte. E le soglie stabilite a livello europeo sarebbero addirittura generose, dato che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ritiene che quel limite non debba essere superato per più di tre giorni l’anno (non trentacinque).

Come certifica l’Agenzia europea dell’ambiente, l’inquinamento atmosferico può essere la concausa di attacchi d’asma, tumori, infarti e ictus; in Italia sono più di diecimila l’anno le morti premature legate al biossido di azoto e quasi cinquantamila quelle legate al PM 2,5. L’aria che respiriamo è tossica e viola i limiti stabiliti dalla legge.

Nel nostro ordinamento, la Regione ha una competenza concorrente con lo Stato in materia di tutela della salute pubblica. In più, è l’ente che deve garantire la salubrità dell’aria attraverso misure concrete per mantenere gli inquinanti sotto le soglie adeguate (come un ambizioso Piano per la qualità dell’aria). Per questo motivo, Chiara e il suo compagno hanno puntato il dito contro la Regione Piemonte, promettendo di devolvere l’eventuale risarcimento alle associazioni ambientaliste. 

Certificare un nesso causale (smog-patologia) e inquadrare giuridicamente il diritto a respirare aria pulita
Azioni legali di questo tipo sono caratterizzate dal “fattore novità”, in grado di aprire due questioni interessanti: come si inquadra, dal punto di vista giuridico, il cosiddetto diritto a respirare aria pulita? E come si certifica il rapporto tra la condizione clinica del bambino e lo smog? Come spiega a Linkiesta l’avvocato Giuseppe Civale, che rappresenta la famiglia di Chiara insieme a Luigi Gili, Marino Careglio, Massimo Dragone e Stefano Trevisan, quel diritto «trova fondamento nella normativa comunitaria. Nell’ordinamento nazionale, invece, è un’espressione del diritto alla salute e ad un ambiente salubre, in linea con le recenti modifiche della norma costituzionale sul tema della tutela dell’ambiente e della vita stessa». 

L’Articolo 9 della Costituzione, infatti, recita che la Repubblica «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni». Ci sono quindi un fondamento costituzionale e un fondamento nella normativa comunitaria, poi recepita dalle legge italiana, «che impone alle autorità di attivarsi per contenere i valori degli inquinanti al di sotto dei limiti legali, ritenuti comunque inadeguati dall’Oms», aggiunge Civale. 

L’azione legale aperta da Chiara si basa sugli innumerevoli studi, ripresi da istituzioni nazionali e internazionali, che stabiliscono una correlazione tra lo smog e l’insorgenza di determinate patologie respiratorie: «Queste ricerche si sono poi applicate al caso del bambino, e li si è ritenuto che la sua collocazione ambientale abbia causato un aumento del rischio», spiega l’avvocato che sta assistendo Chiara. 

«Un medico legale ci ha confermato che l’esposizione allo smog ha determinato la sua situazione, certificata da controlli medici fatti negli ospedali. È una costruzione giuridica che parte da una valutazione medico-legale: medici professionisti hanno attestato un collegamento tra il quadro clinico e l’esposizione all’inquinamento. Insomma, le perizie di cui disponiamo dicono che c’è un nesso causale. In Italia ci sono state altre cause simili, ma mai così specifiche e con questi contenuti», sottolinea Civale. «Ci stanno assistendo un medico legale e uno pneumologo, a cui abbiamo mandato la documentazione. Ovviamente la Regione Piemonte metterà i suoi esperti», puntualizza Chiara. 

«Inizialmente avevo paura che venisse fuori il nome di mio figlio. Avevo paura dell’etichetta di malato. Lui già si rende conto di non essere uguale agli altri: deve fare fisioterapia respiratoria, è sempre attaccato all’aerosol, fa tante assenze da scuola. Per il resto sono molto motivata. Questa cosa mi sta alleggerendo la coscienza: so che è una causa che può aiutare non solo la mia famiglia, ma chiunque si trovi in situazione simile e non può – come ho fatto io – cambiare casa. A mio figlio non ho detto nulla, anche se mi fa mille domande», continua Chiara. 

Il procedimento penale presentato nel 2017 (e ancora aperto)
Tra i nomi degli avvocati che hanno sposato la causa di Chiara avrete notato quello di Marino Careglio, una sorta di “apripista” a livello nazionale per quanto riguarda le azioni legali per la qualità dell’aria. È lui che si occupa della causa penale – scaturita da un esposto dell’allora presidente del Comitato Torino Respira, Roberto Mezzalama – che ha inserito nel registro degli indagati gli ex sindaci di Torino Piero Fassino e Chiara Appendino, l’ex presidente regionale Sergio Chiamparino, l’attuale presidente regionale Alberto Cirio e gli assessori all’Ambiente in carica dal 2015. 

«Abbiamo presentato questo esposto nel 2017 perché nel 2015 sono stati introdotti nuovi reati a tutela dell’ambiente, tra cui quelli di inquinamento ambientale e di disastro ambientale, che prevedono anche una responsabilità a titolo colposo», spiega a Linkiesta l’avvocato Careglio. L’accusa nei confronti degli esponenti della Regione Piemonte e del Comune di Torino è quella di aver adottato una politica inadeguata per tutelare la salubrità dell’aria. 

«Entro maggio 2023, quando scadrà la proroga concessa per far spazio a una serie di consulenze, la procura di Torino dovrebbe prendere posizione, chiedendo l’archiviazione del procedimento o mandando tutto avanti. Riteniamo che la situazione di grave inquinamento che affligge la città di Torino possa integrare i reati introdotti nel 2015. Sappiamo che in Europa ci sono state iniziative di carattere civilistico simili a quella di Chiara, ma di carattere penale non mi risulta», aggiunge l’avvocato. 

Lo smog, come conferma la campagna elettorale di un’altra Regione con livelli di inquinamento fuorilegge (la Lombardia), viene spesso concepito come un problema strutturale a cui non c’è rimedio. Possiamo mitigarlo con misure temporanee, ma raramente le amministrazioni nazionali, regionali e comunali hanno il coraggio di agire con decisione, scavando fino alle radici. Ma, come ha sottolineato Chiara, «non siamo impotenti». Il diritto può arrivare negli angoli non toccati dall’attivismo, dalla pressione delle associazioni, dalle azioni delle aziende e dei politici che hanno (davvero) a cuore la causa ambientale.

«Il diritto ha una funzione di sensibilizzazione, sia nei confronti degli amministratori pubblici sia nei cittadini. Questa sua funzione trae spunto da una matrice anglosassone. Può essere utilizzato per proteggere l’ambiente», spiega Careglio, che spera in un futuro in cui a lottare per un’aria più salubre non siano solo i cittadini come Chiara, ma i politici con l’influenza necessaria per innescare una svolta normativa (e quindi culturale). 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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