Che vuol dire?La vaga richiesta di Schlein a Meloni per una «iniziativa di pace» su Gaza

Cosa potrà fare il governo italiano se neanche Blinken è riuscito a convincere Netanyahu? Chiedere di cessare il fuoco non basta. Il Nazareno dà l’impressione di non capire più quale possa essere una strada politica in grado di chiudere la guerra senza rischiare di assumere una posizione anti-Israele

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Elly Schlein chiamerà Giorgia Meloni per spronare il governo a una «iniziativa di pace», ora che la minaccia di Benjamin Netanyahu di marciare su Rafah rischia di aprire l’ennesimo capitolo tragico dopo tre mesi di conflitto con i terroristi. È sempre opportuno pressare un governo che pare affaccendato in tutt’altre faccende, ma a dire la verità non si capisce in cosa possa consistere questa iniziativa italiana, dato che persino il segretario di Stato americano Anthony Blinken non è riuscito a piegare il leader israeliano. Forse che Antonio Tajani può riuscire laddove il segretario di Stato americano ha fallito?

A giudicare dalle parole e dai toni di Schlein nell’intervista al Corriere della Sera, viene poi da pensare che la posizione del Pd sia insufficiente soprattutto perché omette di chiedere la cosa più sensata e giusta di tutte: cioè che Hamas rilasci gli ostaggi aprendo così la strada a una vera fase negoziale ancora tutta da scrivere. Se invece Schlein si attesta sulla rituale richiesta di cessare il fuoco in assenza di fatti nuovi, è chiaro che il governo non starà nemmeno ad ascoltare.

La verità è che progressivamente il Nazareno dà l’impressione di non capire più quale possa essere una strada politica in grado di chiudere la guerra tra Israele e Hamas rischiando così, e senza farsi problemi, un posizionamento anti-Israele: che è alimentato certo dalla ottusità di Netanyahu, che però non giustifica il passaggio in secondo piano della crudele indifferenza di Hamas nel vedere le migliaia di morti e la devastazione di Gaza, devastazione e morti che i terroristi potrebbero evitare liberando gli ostaggi.

Ma ormai il terrorismo non sembra più stare nella testa della gente, e ha ragione Piero Fassino, per tornare a Sanremo, quando ricorda che «il 7 ottobre Hamas ha massacrato centinaia di giovani che assistevano pacificamente a un festival musicale. E decine di altri ragazze e ragazzi di quel concerto sono tuttora ostaggi nelle mani di Hamas. Sconcertante che in un evento musicale come Sanremo nessuno lo abbia ricordato».

Le posizioni di Fassino sono abbastanza diverse da quelle del gruppo dirigente del Pd, che con molta fatica è riuscito sinora a nascondere una lacerazione su un tema così qualificante per la sua stessa identità. È evidente che la segretaria ha paura di perdere il consenso di quella larga parte della base del partito che è su posizioni ostili, molto ostili, allo Stato ebraico, peraltro in sintonia con quelle del più largo «popolo della sinistra».

Anche per questo non sarebbe male se nel Pd venisse avanti con chiarezza una linea meno sbilanciata di quella del gruppo dirigente. E d’altra parte si comincia a discutere di come affermare una nuova posizione filo-israeliana (che in quanto tale è ostile a Netanyahu) attorno al progetto più largo della “Sinistra per Israele” che prende corpo in un’area molto più vasta del Pd. Approssimandosi l’ora forse più buia del conflitto, non serve il pensiero unico anti-Israele, veicolato persino dal Festival di Sanremo dal cantante Ghali, ma la ricerca di una proposta calibrata e realistica.

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