ControrivoluzioneL’inarrestabile ondata di proteste contro la dittatura degli ayatollah di Iran

A quarantacinque anni dalla nascita della Repubblica islamica, milioni di persone manifestano contro il regime di Teheran, in patria e fuori. A Milano si terrà domenica una manifestazione alle 14:30 in piazza Cordusio

AP/Lapresse

Per un attimo era sembrato che il volo dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini non riuscisse ad atterrare. L’aeronautica iraniana aveva minacciato di abbattere l’aereo e per qualcuno il martirio sarebbe stata la miccia che avrebbe fatto esplodere una rivoluzione. Erano trascorse due settimane da quando lo scià Mohammad Reza Pahlavi aveva lasciato il Paese, dopo enormi proteste contro il suo governo. Gli alleati di Khomeini volevano riaccoglierlo dall’esilio a Parigi per riempire il vuoto di potere. Alla fine l’aereo era atterrato a Teheran, accolto da una grandissima folla. Era il 1° febbraio 1979. Appena dieci giorni dopo, giorni di violenze e uccisioni, il governo dello scià si sarebbe dimesso e l’esercito avrebbe lasciato campo libero a quelli che si definivano rivoluzionari.

Sono passati quarantacinque anni da quei giorni del ’79, l’Iran si autodefinisce una Repubblica islamica, ma il potere è ancora esercitato da autocrati non eletti. Di Repubblica in senso stretto, al Paese, è rimasto solo il nome.

«Noi che protestiamo contro il regime non vorremmo dare visibilità a questa data, così l’abbiamo trasformata in un’occasione per manifestare contro un governo autoritario e criminale», dice a Linkiesta Rayhane Tabrizi, attivista della dissidenza iraniana. Domenica 11 febbraio ci saranno manifestazioni in tutto il mondo da parte della comunità iraniana in esilio. A Milano è prevista una protesta in piazza Cordusio, dalle 14.30 alle 16.30.

Manifestare nel giorno dell’anniversario vuol dire ribaltare il senso ontologico di una data che il regime vorrebbe come la festa più importante per il Paese e i cittadini. Ma è lo stesso regime che i suoi cittadini li uccide per zittire ogni forma di contestazione: solo nel 2023 sono stati assassinati ottocentoventitré dissidenti; l’ultimo report dell’Organizzazione per i Diritti Umani Hengaw individua una preoccupante escalation negli ultimi anni, passando dalle trecentoquattordici esecuzioni capitali del 2021 alle cinquecento settantasei del 2022, fino al picco dello scorso anno. Non è un caso che, secondo le stime più accreditate, ogni anno sono circa centocinquantamila gli iraniani che lasciano il Paese, è la fuga di cervelli più numerosa al mondo.

I manifestanti e gli attivisti iraniani figli della diaspora protestano in piazza, online, con tutti i mezzi di comunicazione e le piattaforme a loro disposizione. Hanno formulato una mozione – accompagnata dagli hashtag #StopExecutionsInIran e #NoToIslamicRepublic – firmata da quasi tutti gli iraniani in Europa e in America. «Abbiamo raccolto le firme e mercoledì abbiamo depositato questa mozione firmata al Parlamento europeo», dice Tabrizi. «Abbiamo fatto anche richiesta per un’indagine vera e profonda, fatta da soggetti terzi, sulla situazione dei carceri in Iran».

Appena cinque anni fa, in occasione del quarantesimo anniversario della rivoluzione khomeinista, Mohsen Milani, che per anni ha diretto il Centro per gli studi strategici e diplomatici della University of South Florida, diceva che «agli iraniani manca una leadership dell’opposizione chiara e identificabile con un’ampia base sociale all’interno del Paese. E non si dovrebbe confondere il malcontento con la volontà di lanciare una rivoluzione». Rispetto al 2019 sembra cambiato molto, come dimostrano le manifestazioni in patria e in tutto il mondo. Ma chi protesta, oggi, sente il peso di non aver fatto abbastanza in passato.

Rayhane Tabrizi, ad esempio, è del 1979, e come molti dissidenti nati in quel periodo – o anche un po’ prima – pensa che la sua generazione non sia stata abbastanza coraggiosa nel fare opposizione, nell’organizzarsi come movimento. Anche a causa di una repressione e di una violenza maggiore da parte del regime nei suoi primi tre decenni. «C’era anche una presenza ideologica molto più profonda, ingombrante, radicata», racconta Tabrizi. «Nei miei anni scolastici e universitari c’era una chiusura mentale fortissima. Invece adesso vediamo la Generazione Z che anche grazie a internet, ai social e a maggiori connessioni con il mondo esterno ha una grande consapevolezza delle atrocità che compiono gli ayatollah e il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (in inglese Islamic Revolutionary Guard Corps, Irgc). In più, i giovani vengono finalmente sostenuti dai genitori, che poi sarebbe la mia generazione, quelli che non hanno avuto questa adolescenza e ora desiderano un presente e un futuro diverso per i loro figli».

È per questo che le proteste sono soprattutto una controrivoluzione che unisce due grossi segmenti della popolazione iraniana: da un lato le donne, dall’altro i più giovani. Il premio Nobel a Narges Mohammadi è una testimonianza del peso e della forza del movimento femminile nella dissidenza. Anche i sessantuno prigionieri politici che hanno iniziato lo sciopero della fame negli ultimi giorni sono tutte donne.

Se il movimento delle donne è quello più forte, più visibile e con l’impatto maggiore a livello globale, a partire dalle proteste successive all’assassinio di Mahsa Amini a settembre 2022, il segmento giovanile è quello che più fa notare lo scollamento tra passato e presente.

Oggi la popolazione iraniana è dominata da una generazione post-rivoluzionaria, nata negli anni Ottanta e che quindi l’arrivo in aereo di Khomeini da Parigi può averlo visto solo in qualche vecchio filmato. Già nel 2012 la metà della popolazione aveva meno di trentacinque anni e i tassi di fertilità più alti si sono raggiunti proprio all’inizio degli anni Ottanta.

Un grafico della distribuzione demografica iraniana nel 2020: | Fonte: Wikimedia Commons

Per chi protesta, soprattutto chi è rimasto all’interno del Paese – «I dissidenti in Iran sono per forza dei veri combattenti», dice Rayhane Tabrizi – il grande punto interrogativo sta nella prospettiva futura. Perché se c’è un punto cieco di queste manifestazioni è immaginare la forma dell’Iran di domani.

Prima degli ayatollah in Iran c’era una monarchia, con un governo autoritario che intendeva le libertà personali non come diritti guadagnati ma come concessioni dall’alto – in questo non era molto diverso dalla condizione attuale. È dal colpo di Stato del 1953, quello che aveva sovvertito il governo del nazionalista Mohammad Mossadeq, che l’Iran non ha un sistema partitico e delle elezioni.

Senza uno status quo ante cui guardare è più difficile immaginare il futuro. L’alternativa più comoda al momento sembra quella di rivolgersi all’esterno, guardare ai modelli di democrazie dell’Europa e degli Stati Uniti, importare da lì valori, istituzioni, l’architettura democratica su cui si reggono i Paesi più sviluppati.

«La speranza è quella di riuscire ad avere un Iran come Stato secolare, non una teocrazia», dice Rayhane, specificando però che è difficile capire cosa vogliano davvero i quasi ottantotto milioni di iraniani, soprattutto quelli rimasti in patria. Perché non esistono opinioni, rilevazioni e sondaggi affidabili su questo tema. «Fino ad oggi questa è stata un po’ la nostra debolezza: come opposizione non formato una consapevolezza su questa prospettiva, ma per noi da questo punto di vista sarebbe tutto nuovo, sono pochissimi gli iraniani che ricordano cosa c’era prima». Il primo obiettivo è il crollo del regime. Senza quello non potrà nascere l’Iran libero che sognano i suoi cittadini.

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