Groviglio climatico Non parliamo abbastanza delle emissioni di metano

È il secondo gas serra più impattante e la sua concentrazione sta crescendo in modo preoccupante. E dalla Nasa avvertono: «Il cambiamento climatico porta a piogge più intense e temperature più calde, che portano a maggiori emissioni di metano dalle zone umide, che portano a loro volta un riscaldamento ancora maggiore»

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Il metano (CH4) è il secondo gas serra più impattante per il riscaldamento globale e i dati dicono che dal 2007 le sue concentrazioni sono aumentate rapidamente, raggiungendo livelli record nel 2023. Parliamo, nello specifico, di millenovecentodue parti per miliardo (ppb), frutto di un incremento di undici parti per miliardo rispetto al 2022. Le conseguenze di questo fenomeno sono svariate, partendo ovviamente dalle temperature atmosferiche. 

Lo scorso anno, il più caldo di sempre, è stato caratterizzato da un aumento delle temperature pari a 0,9 gradi superiori alla media del periodo 1991-2020, con il settembre più rovente nella storia in Europa (fino a 2,5 gradi centigradi sopra la media) ed eventi meteorologici estremi più frequenti, imprevedibili e intensi. Il 2024, per colpa della sovrapposizione tra El Niño e il riscaldamento globale, non è iniziato bene: secondo Copernicus, ci siamo appena lasciati alle spalle il mese di gennaio più caldo mai registrato (temperatura media globale di tredici-quattordici gradi centigradi, circa 0,70 gradi più alta di quella del periodo 1991-2020). 

Il metano è considerato pericoloso proprio per la sua notevole capacità di trattenere il calore nell’atmosfera (ventitré volte superiore a quella del diossido di carbonio). Il riscaldamento globale, causato anche dalle emissioni di metano, ha comportato lo scongelamento del terreno ghiacciato nell’estremo nord del Pianeta, il permafrost, portando all’erosione di materiale organico da parte dei microbi sepolti al suo interno e un conseguente rilascio di metano come diretto sottoprodotto. Un cane che si morde la coda. 

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La sua concentrazione nell’atmosfera è determinata dal bilancio tra il tasso di emissioni in entrata e quelle in uscita. L’aumento del primo è dovuto alle attività umane, mentre il secondo è connesso all’efficacia dei “sink”, ossia sistemi di assorbimento e neutralizzazione dei gas serra. Il metano è un gas naturale che rimane in atmosfera per circa dieci anni prima di essere smaltito e rappresenta circa il sedici per cento dell’effetto riscaldante dei gas serra.

Come già accennato, lo scioglimento del permafrost produce metano come sottoprodotto. Le zone più umide assorbono anidride carbonica – il principale gas serra – dall’atmosfera ed emettono metano nel momento in cui le piante muoiono e si decompongono. Il metano, quindi, viene prodotto anche quando la vegetazione brucia, quindi durante gli incendi. 

Per quanto riguarda l’azione umana, invece, l’industria dei combustibili fossili è una delle principali fonti di metano, ma lo sono anche i rifiuti alimentari in decomposizione, le flatulenze delle mucche e quindi il settore dell’allevamento. In percentuale, sappiamo che il quaranta per cento di questo gas serra viene emesso nell’atmosfera da fonti naturali, mentre circa il sessanta per cento deriva da fonti antropiche.

Le emissioni totali dei gas serra, quindi CO2, metano, ozono e molto altro, sono tornate ad aumentare dopo il calo dovuto al lockdown pandemico. Nel 2023, rispetto al 2022, sono cresciute dell’1,1 per cento (+1,4 per cento rispetto al 2019), dice Global Carbon Project. Le emissioni di anidride carbonica erano diminuite del diciassette per cento, ma quelle di metano erano aumentate nonostante il rallentamento dei processi industriali, l’interruzione dei voli aerei e degli spostamenti quotidiani dovuti a ragioni lavorative. 

Grazie ad uno studio pubblicato circa un anno fa sulla rivista scientifica Nature, siamo a conoscenza del fatto che nel 2020 sono aumentate non le emissioni di metano causate dall’uomo, ma quelle di origine naturale. Ciò è dovuto al fatto che le zone più umide del globo hanno emesso una quantità di metano nettamente superiore rispetto al 2019. 

Questo dato, benché risalente a qualche anno fa, è importante per comprendere ciò che sta accadendo oggi. Infatti, la riduzione delle emissioni antropiche durante il primo anno della pandemia ha, paradossalmente, amplificato il problema del metano atmosferico. Ciò suggerisce che si sia trattato di un ciclo di retroazione climatica (“feedback climatico”), cioè quegli effetti del riscaldamento globale che amplificano o diminuiscono l’effetto degli elementi che innescano il riscaldamento. In particolare si tratterebbe di un feedback positivo che potrebbe accelerare e aggravare ulteriormente la crisi climatica.

«L’aumento del tasso di crescita di metano nel 2020 è stato ampio, inaspettato e allarmante. Dobbiamo fare ulteriori analisi per confermarlo, ma il mio timore è che stiamo vedendo l’inizio di un preoccupante ciclo di feedback in cui il cambiamento climatico porta a piogge più intense e temperature più calde, che porta a maggiori emissioni di metano dalle zone umide, che porta a un riscaldamento ancora maggiore, e così via», spiega Ben Poulter, scienziato del Goddard space flight center della Nasa. 

Quando bruciano, i combustibili fossili producono CO2 o ossidi di azoto (NOx). Questi ultimi, quando entrano nell’atmosfera producono la molecola radicale idrossile (Oh), che decompone il metano. L’Oh, in un anno, è in grado di eliminare circa l’ottantacinque per cento delle emissioni di metano. 

L’abbassamento delle emissioni di CO2 ha conseguentemente causato una minore produzione dell’agente inquinante che scompone il metano, ecco perché le emissioni di CH4 sono aumentate. Ma esistono anche altri effetti indesiderati: ad esempio, bruciare combustibili fossili produce aerosol atmosferici che fanno rimbalzare nello spazio parte dell’energia solare, causando un raffreddamento del clima. 

Questo dato suggerisce che il processo di decarbonizzazione, per quanto fondamentale, necessita di accortezze in merito agli effetti benefici dei sottoprodotti. Si è appreso anche che non sarebbe possibile utilizzare le stesse strategie in località differenti per migliorare la qualità della vita e che quindi è necessaria una concomitanza di azioni mirate. Tutto ciò rende più urgente la ricerca e l’adozione di misure atte a ridurre le emissioni di CO2 e di metano tenendo conto, però, delle conseguenze già innescate dal surriscaldamento globale. 

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