Linguaggio comune Franciacorta presenta la sua prima Carta dei Vigneti e delle Zone

134 unità geografiche di pari livello compongono una mappa che si propone di raccontare un “territorio” in un contesto, riconoscendogli un valore indipendente dal vino

Foto di Johny Goerend su Unsplash

“Territorio”. È una parola di ferro che abbiamo trasformato in parola di plastica, impiegata meccanicamente e senza chiari riferimenti a specifiche realtà geografiche, culturali, o sociali. E si tratta di un peccato che gli articoli giornalistici condividono con i discorsi politici, in cui il “territorio” diventa un mezzo per fare appello al senso di appartenenza (a cosa?) degli elettori, mezzo non necessariamente supportato da un piano concreto di sviluppo o di tutela; non mancano i documenti burocratici e le relazioni di organizzazioni e istituzioni, in cui il “territorio” diventa un jolly carico di formalità e altrettanto privo di peculiarità. Come dimenticare le campagne di marketing, perfette per evocare quell’idea romantica e idealizzata di un luogo spesso privo di contesto.

È proprio il contesto in cui il territorio si inserisce che può e deve liberare questa parola dal suo significato promozionale e ridarle valore: questo è il presupposto dell’opera di zonazione completata dal “Map Man” Alessandro Masnaghetti su richiesta del Consorzio per la tutela del Franciacorta. E così la Carta dei Vigneti e delle Zone che ne risulta non vuole offrire una visione enocentrica di queste terre, bensì ricordare a consumatori e produttori che la Franciacorta non è fatta solo di vigne, ma anche di uomini e tradizioni.

134 sono le zone identificate all’interno della Docg bresciana, che non vanno confuse con le Menzioni o Unità Geografiche Aggiuntive in vigore in altre denominazioni (come Barolo, Barbaresco e Chianti Classico), dal momento che ancora non fanno parte del disciplinare. Masnaghetti ci tiene inoltre a evidenziare che questo lavoro di delimitazione non sottintende alcun intento di classificazione, e che il numero apparentemente elevato di unità geografiche individuate è la “semplice” espressione di un paesaggio che trova riscontro nei costumi locali, ma non solo. Perché la Franciacorta – pur non vantando una grande tradizione di vini da singolo vigneto – può esibire con orgoglio un tesoro poco noto anche agli esperti di settore: il catasto napoleonico redatto tra il 1807 e il 1809, realizzato nel medesimo biennio anche in Francia e sfociato nei famosi lieux-dits tanto citati quando si parla di Borgogna.

Questa preziosa fonte archivistica è tornata alla luce circa dieci anni fa grazie al lavoro di Paolo Oscar del Centro studi e ricerche dell’archivio bergamasco, che su lungimirante iniziativa del Consorzio ha digitalizzato i contenuti informativi dall’originario supporto cartaceo. Il catasto – che per ciascuna particella indica il possessore, la denominazione, la destinazione d’uso (agraria e non) e la superficie – si correda di un rigoroso apparato cartografico che lo rende uno strumento operativo capace di relazionare i dati storici con il presente, gettando le basi per l’importante lavoro di zonazione portato a termine da Masnaghetti.

Il tracciamento dei confini ha richiesto tuttavia una certa elasticità, volta a conciliare la storia con la toponomastica e le tradizioni attuali, ma anche con ragioni di ordine pratico, quali la necessità di minimizzare lo sconfinamento di un’unità geografica da un comune all’altro, a meno di testimonianze storiche precise. Allo stesso tempo, Masnaghetti ha cercato di evitare che la demarcazione tra zone adiacenti finisse per frammentare un singolo vigneto; anche qui, le eccezioni al buon senso si verificano solo in presenza di toponimi forti e distinti.

Tra i criteri di delimitazione non compare – con la sorpresa di alcuni – la geologia: da un lato questa è già implicita nel concetto di paesaggio, dall’altro suoli e geologia sono altamente variabili anche su brevissime distanze e dunque prendere questi fattori in considerazione per stabilire delle frontiere può essere proibitivo. Infatti, tutte le denominazioni del mondo, e spesso anche le zone specifiche presenti al loro interno, si basano primariamente su confini di natura storica, fisica e amministrativa, e non mancano esempi illustri di vigneti singoli caratterizzati da una scarsa omogeneità geologica.

La mappa costituisce quindi la rappresentazione coerente di un territorio, ma anche un canale semplificato che aiuta i produttori a raccontarsi in un contesto, sfruttando finalmente un linguaggio comune. Indipendentemente dall’iter formale del disciplinare che prossimamente condurrà all’utilizzo dei toponimi in etichetta, l’obiettivo è quello di suscitare una presa di coscienza da parte dei produttori, che nei toponimi devono riconoscersi e attraverso questa Carta devono voler affermare la propria identità. Perché «la valorizzazione di un vino può e deve passare anche attraverso la valorizzazione della terra, e la valorizzazione della terra non può prescindere dal riconoscimento di nomi e di luoghi».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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